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Il gruppo è oramai collaudato, quando il “RAGGIO DI SOLE” chiama, i “BORTOLOT” rispondono; uno squillo telefonico estivo e già in noi scatta il pensiero ai monti, ai sentieri, alle escursioni.
Nel bel mezzo dell’estate Marcello mi chiama e mi informa che il centro valanghe di Arabba (che è anche stazione per le previsioni meteorologiche) assicurava alcuni giorni di bel tempo. Non ci mettiamo molto a decidere di partire; in breve tempo contattiamo Massimo, Franco e Fede, incastoniamo non senza difficoltà (turni di lavoro ferie, impegni vari) una serie di quattro giorni e prepariamo gli zaini. Memore di un sovraccarico incredibile per sofferenze (ma questa è un’altra storia), questa volta nello zaino ripongo lo stretto necessario, forse neanche quello, ed alle 6 di un giovedì mattina salgo sulla “tipo bianca” di Marcello che puntuale e preciso come al solito è arrivato a prelevarmi col carico di amici, zaini, scarponi, vettovagliamento, cartine e quant’altro. Uno solo manca all’appello, Massimo, che, per non smentirsi neanche questa volta, deve essere letteralmente tirato giù dal letto. Finalmente partiamo ed ancora mi domando come fa quel mulo di macchina a portarci sempre e ovunque ci sia salita, stracarica, senza mai un lamento, uno sbuffo; tra lei e Marcello si è instaurato un rapporto “madre-figlio”.
Dopo il rituale della colazione ad Agordo con gli occhi di noi tutti che cominicano a scrostarsi dalla colla notturna, e la sosta panefresco a Caprile, giungiamo in cima al passo Fedaia, non senza aver notato tutte le scritte non ancora sbiadite del passaggio del Giro d’Italia che inneggiavano a Simoni, a Pantani ed al “no al doping”.
Parcheggiamo la mitica tipo al rif. Castiglioni e dopo la foto di rito davanti al rifugio che ricorda un mito dell’alpinismo degli eroi, ci incamminiamo sul sentiero che parte proprio a fianco della strada statale. La salita si inerpica da subito ed un po’ per il passo veloce, un po’ per la stanchezza della levataccia, ansimo di fatica, ma cerco di non darlo a vedere, anzi, controllo con la coda dell’occhio e noto che anche i miei compagni appaiono affaticati, persino Marcello che con le sue lunghe leve tende sempre a seminarci, con passo affannato rimane tranquillo in coda al gruppo. Saliti in fretta di alcune centinaia di metri il sentiero si fa più dolce e tende a spianare, costeggiando il Sasso Capello ci inoltriamo sul Viel del Pan, sentiero che probabilmente deve il suo nome agli antichi collegamenti tra Cadore e Fassa, per giungere dopo una breve sosta al rifugio omonimo (sosta, a quanto pare agognata da tutti e cinque dopo la salita iniziale, nessuno però osava chiederla per ogoglio, si è aspettato che mi fermassi spontaneamente, salvo poi catapultarsi come avvoltoi sulle borracce d’acqua). Balcone aperto sulla regina delle Dolomiti, la Marmolada, che si stagliava maestosa davanti a noi e, contrariamente agli ultimi anni ancora molto innevata. Devo dire al proposito che confidenze di gestori ci ragguagliavano sul fatto che quest’anno la neve sia stata abbondante con conseguenze positive per i ghiacciai e negative per gli amanti delle ferrate che hanno avuto problemi di neve e ghiaccio sui sentieri sino in estate inoltrata con ricadute (incassi) negative sui rifugi d’alta quota…
Rientriamo in viaggio. Dal rif. Viel del Pan stracolmo di turisti, la visuale è straordinaria, dal Gran Vernel alla Civetta non dimenticando di trovarci su di una propaggine del Padon, linea del fronte nel 1915-1918 e teatro di aspri combattimenti. Io e Massimo scattiamo foto che aggiungeremo al nostro album dei ricordi. Immancabile il timbro sui libretti di viaggio, veri e propri quaderni di ricordi ed emozioni, di pensieri e situazioni, di luoghi e sentieri, di volti e disegni…
Ripartiamo veloci sul sentiero scortati dal sole intenso e caldo e dalla gigantesca mole della Marmolada giungendo in breve tempo, dopo una tranquilla discesa, al passo Pordoi (ed anche qui il ricordo dell’ultima impresa di Simoni al Giro d’Italia è ancora vivo). Mi riesce facile accostare la montagna al ciclismo delle salite, agli alpini, alla Grande Guerra, agli amanti della natura, ad un buon libro, ad un bicchier di vino, al camminare, luoghi comuni, certo, ma che celano in loro lo spirito d’amicizia dell’andar per monti, dove un saluto non è mai negato, un sorriso non è mai tirato, dove le persone ricche o povere, giovani o vecchie diventano un’unica classe sociale, ove le disuguaglianze si stemperano in attimi di intensa fraternità.
Al passo, per guadagnare tempo e con decisione sofferta, decidiamo di salire al Sass Pordoi in funivia. Dai pianori del Sella, per sentiero facile e solo per l’ultimo tratto impegnativo e passando per il rif. Forcella Pordoi, giungiamo nel pomeriggio in vetta al Piz Boè. Qui alla Capanna Piz Fassa tè caldo e cartolina da una vetta che seppur facile è pur sempre di 3152 metri e dalla quale si gode di un panorama notevole a 360°. Sgrano gli occhi a tanta bellezza e con Marcello facciamo a gara a riconoscere tutte le vette ed i gruppi che ci circondano. Fede estasiato telefona ad un’amica incredula. Franco pensa all’amata a voce alta. Massimo piazza foto ovunque ed entra subito in confidenza con tre ragazzi della zona di Oderzo. Tutti cinque ringraziamo il Signore per la maestosità del creato.
Dopo un attimo di felice smarrimento, col gestore simpaticissimo ed un punch caldo intoniamo filastrocche a squarciagola e ci scambiamo gli indirizzi con gli opitergini.
Intanto la sera si avvicina, la luce del sole illumina di rosa le rocce dirimpetto e noi scendiamo per un sentiero tortuoso af rif. Boè dove pernottiamo. Il rifugio (ma chiamarlo rifugio è riduttivo, sembra più un albergo se non fosse che siamo a quasi 3000 metri ed è del CAI), è accogliente anche se gestori e personale sono pittosto indaffarati. A cena siamo circondati per la quasi totalità da escursionisti tedeschi ed americani e da un gruppo di veneziani simpatici (che ritroveremo più in là). La sera trascorre tranquilla tra briscole ed uno sguardo alla cartina per il giorno dopo. Le battute si sprecano e ormai ridiamo automaticamente. Come al solito la notte in rifugio, vuoi per lo scomodo sacco a pelo, vuoi per i russatori, vuoi per il caldo da troppo respiro, vuoi per la sveglia all’alba, trascorre quasi insonne…
…
La mattina una ciabattata sveglia Massimo e un’aria frizzantina ci ricorda che siamo in alta montagna. Il rituale prevede un’abbondante colazione ed un’altrettanto abbondante scorta d’acqua.
Partiamo percorrendo i sentieri che solcano l’altipiano del Sella tra scenari di incomparabile bellezza e silenzi di assoluta serenità. Ascolto le rocce, parlano, mi raccontano delle leggende, degli anni, i passi scivolano sui ghiaioni, un nevaio ostico ci sbarra la strada e con un po’ di timore io e Marcello lo attraversiamo segnando le impronte con gli scarponi. Franco ci segue e lanciando urletti di paurosa ed isterica simpatia, facendoci sbellicare dalle risa, giunge in fondo al nevaio e ci bacia per lo scampato “pericolo”.
Tra un canto ed una riflessione, una foto ed uno sguardo al panorama, giungiamo in vista del rif. Cavazza, sulle sponde dello splendido laghetto alpino, incastonato tra le rocce come un rubino. Qui, al Cavazza, c’è parecchia gente, dal passo Gardena e dalla Val Badia svariati sentieri e ferrate (la più famosa la ferrata brg. Tridentina) conducono orde di escursionisti affamati ed addobbati con gli ultimi ritrovati di look e tecnica).
Breve cenno d’intesa e dopo un pranzo frugale siamo sul sentiero che ripido ed impegnativo ci conduce in vetta allo Spiz Pisciadù (mt. 2985) da dove possiamo ammirare Val Badia e Val Gardena in tutta la loro splendida bellezza. Per poco, però, nere nuvole minacciose si addensano nel cielo coprendo in un baleno tutte le cime e scaricando luminosi lampi e fragorosi tuoni. Non aspettiamo altro, velocemente ce ne torniamo in basso (non senza aver dato prima un’occhiata a degli incoscienti che stavano risalendo un nevaio dalle parti del Sass de Mesdì) ed accompagnati dalle prime gocce d’acqua entriamo in rifugio.
Proprio mentre fuori si scatena il temporale, bagnati fradici, arrivano poco dopo anche i veneziani che avevamo lasciato al Boè. Naturale fare subito amicizia. La cena è abbondante anche per Massimo, solitamente “avveduto” nella spesa. La serata procede con un’interminabile partita a “scala 40″ che vede Fede chiudere incessantemente con rabbia e “sospetto” da parte di noi tutti. I discorsi scivolano via tra un bicchiere e l’altro e spaziano dalle donne alle montagne, dal lavoro ai sogni, dai figli alle morose, al mondo, senza un nesso logico, ma solo con la sensazione di aprirsi, confidarsi, liberarsi. A fianco i soliti idiomi tedeschi ed inglesi e su un’angolino una coppia piuttosto anziana denota insofferenza verso noi ed i veneziani che ci stiamo divertendo.
Non ancora le 22 ma il gestore, personaggio autentico, montanaro uscito da una miscellanea tra Messner, Toro Seduto ed il Ragioner Filini, con fermezza scandisce il tempo per la luce che dopo poco spegnerà. A nanna. Una camerata affollata fa rimbalzare da un letto all’altro discorsi assopiti, risate fragorosamente coperte dal cuscino, Fede in continuo e frenetico viaggio da un corridoio all’altro, e noi i “vecchi” a ridere.
La mattina si presenta grigia e, pagato il conto e scattata la foto con veneziani e cameriera romena (anche nei rifugi ho notato un sacco di lavoratori stranieri, anche qui confidenze di gestori affermano che non ci sono più giovani italiani che han voglia di lavorare in montagna), ci avviamo sul sentiero che con vari tornanti in ripida ascesa ci riporta in quota. Cade una leggera ma incessante pioggia che ci accompagnerà per tutta la mattina.
Poco prima della forcella, un nevaio con un minimo di sentiero attrezzato ci impegna in un delicato passaggio (ma Franco, che per alcun istanti è rimasto immobile attaccato alla parete come una lucertola, bloccato da pensieri funesti, dirà ai posteri che ha scalato il K2), che superiamo aiutandoci anche con i veneziani che sono con noi.
Superato il tratto difficile si riapre attorno a noi l’altipiano; salutiamo i nostri amici di Venezia e sempre più fradici proseguiamo sul sentiero sino al rif. Boè, dove ci cambiamo e ci riscaldiamo. Stavolta, causa il tempo, il rifugio è semivuoto e così ci sembra più accogliente, facciamo amicizia coi figli dei gestori e coi ragazzi del bar, tanto che all’improvviso sbuca una chitarra e Franco nel provarla rompe subito una corda per la sua disperazione ed il nostro cinico divertimento. Cambiatala, si canta al banco in attesa del bel tempo e ci rifocilliamo.
Passata la “bufera”, riprendiamo velocemente il cammino ed attraversati i pianori del Sella, scendiamo sul ghiaione della Forcella Pordoi e ci inoltriamo sul sentiero che in quota, costeggia per un lungo tratto il Piz Boè.
Su quei saliscendi ci appropriamo totalmente dello spirito libero dei monti, le crode sorridono tra un canalone ed un mugo, tracce di vita disseminate qua e là ci informano che non siamo soli, la luce del sole fa capolino tra le nubi a rifletttere un azzurro terso che irradia i monti oltre Livinallongo.
Incrociamo alpinisti che ridiscendono, attraversiamo lindi ruscelli che sgorgano acque dal sapore antico e giungiamo alfine al rif. Kostner al Vallon. Finalmente un tipico rifugio di montagna, piccolo, familiare, accogliente e caloroso, così come i suoi gestori, una giovane coppia della Val Badia. Manuel, fa la guida alpina e noi siamo ammaliati dai suoi racconti di viaggio. Le camere sono coccole d’abete che avvolgono la fatica. L’ambiente permette subito la sintonia con i presenti, un gruppo tedesco con parecchi bambini ed un gruppo di mezza età di Pordenone. Tra una scopa e l’altra, un grappino e un birrino, ci lanciamo in canti patriottici ed internazionali con Franco e la sua immancabile chitarra, io e Fede ad animare i tedeschi subito coinvolti. Massimo già steso dai fumi dell’alcol (è astemio per cui gli basta l’odore) e Marcello a ritmare lo jodl (si dice così!?) che Manuel interpreta magistralmente. La serata corre via veloce. Esco a scrutare l’orizzonte al tramonto con le Tofane di un rosa intenso e guardandomi intorno penso alla gioia, alla fortuna, un brivido mi percorre la schiena per l’emozione di trovarmi lì in quel momento ad assaporare l’infinito odore dei Monti Pallidi. Noi vecchi scarponi contagiamo di sana follia i pensieri di Fede nella notte finalmente riposante del rifugio.
Il canto del gallo (Fede sulla sedia che lo imita alla perfezione) ci indica un altro mattino. Guardo i primi raggi di sole che sorgono e contornano l’ombra di Pelmo e Civetta, che spettacolo della natura. Qui siamo stati veramente bene, con nostalgia salutiamo tutti i nosttri nuovi amici e dopo un buon caffè che Manuel ci ha offerto, ce ne torniamo sui sentieri verso casa e dopo una lunga e ripida discesa giungiamo ad Arabba. Attraverso Porta Vescovo ed eccoci alla macchina. Tra di noi continuiamo a parlare, a scherzare a ridere, a cantare, ma il clima è quello mesto del ritorno a casa dopo giorni meravigliosi. Giungiamo a Vittorio nel pomeriggio inoltrato di una domenica afosa, un velo di tristezza per la fine del viaggio, ma molta gioia per i momenti trascorsi ed infinita riconoscenza per l’amicizia consolidata. Ci salutiamo con una pasta da Massimo. A letto leggo il mio libretto di viaggio e la mia mente scorre i bei momenti. Incredibili frasi d’amicizia mi riportano col pensiero ai monti, a quel susseguirsi di guglie e pinnacoli, rocce e ghiaioni, cieli e nuvole che infondono dentro un senso di serenità che altrove non c’è. Un tramonto, un’alba, una grappa, una cantata in compagnia, un mare di sudore in vetta ad una cima, un sorriso sul sentiero, … questo il nostro doping!
Robi
1° giorno:
2° giorno:
3° giorno:
4° giorno:
- 1° giorno: Lago di Fedaia sotto la Marmolada, Passo Pordoi, Funivia al Rifugio Maria, Capanna Piz Fassa e al Rifugio Boè il 1° pernottamento;
- 2° giorno: Rifugio Boè, Forcella Dai Ciamorces, Val Ciadin e dal Rifugio Cavazza al Pisciadù ascensione alla Cima Pisciadù e ritorno al Rifugio Cavazza al Pisciadù, 2° pernottamento;
- 3° giorno: Rifugio Cavazza al Pisciadù, Rifugio Boè, Rifugio Forcella Pordoi e al Rifugio Kostner al Vallon 3° pernottamento.
- 4° giorno: Rifugio Kostner al Vallon, Rifugio Bec de Roces, Passo Campolongo, Arabba, Funivia al Rifugio Porta Vescovo, Lago di Fedaia.

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