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domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Il problema dei rifiuti in natura è “spinoso e tagliente come l’orlo frastagliato di una scatoletta arrugginita” e risolverlo è difficile Una busta di plastica, il foglio di carta stagnola del pacchetto di sigarette, la linguetta della lattina di bibita: sui pascoli alpini come sulle cime appenniniche o sui litorali è purtroppo quasi “normale” trovare questi residui del passaggio dell’uomo. Lungo i sentieri, attorno ai rifugi, su ghiaioni e morene, nei ghiacciai di casa nostra come in quelli nepalesi, perfino in fondo alle grotte ha fatto la sua apparizione “il rifiuto”.

Alla base di questa situazione di degrado sta una grande maleducazione dell’uomo. Rispetto al passato infatti la nostra era produce un’enorme quantità di rifiuti che rappresentano una violenta aggressione all’ambiente, che non riesce a metabolizzarli sia perché sono troppi, e troppo concentrati, sia perché sempre più spesso sono sostanze chimiche, sconosciute alla natura, non biodegradabili e tossiche.
Basterebbe che ognuno rimetesse nello zaino questi contenitori (che, soprattutto vuoti, pesano pochissimo), per preservare integro il fascino e il significato di quegli ambienti nei quali si possono trascorrere tante ore felici.
Evidentemente le abitudini irresponsabili, assimilate nel tempo da una cultura sbagliata, finiscono col trasformarsi in condizionamenti automatici più forti del più elementare ragionamento.

Ed è così che si diventa una delle cause del degrado dell’ambiente.

La presenza massiccia di oggetti metallici e plastici, infatti, all’interno di un ecosistema fragile come quello montano, può alterare la naturale traspirazione del suolo e può inquinare le falde acquifere delle sorgenti vicine; inoltre sacchetti e lattine diventano autentiche trappole dentro le quali vanno a morire, attratti dai residui delle sostanze zuccherine, centinaia e centinaia di insetti, necessari all’impollinazione della flora alpina e dell’equilibrio ecologico dei loro microambienti.
Per tentare di arginate questi pericoli, molte sezioni del CAI affiancate da altre associazioni ambientaliste hanno organizzato meritorie iniziative di pulizia, riportando a valle quantità inimmaginabili di immondizie, e restituendo la primitiva bellezza a molti ambienti naturali, pesantemente aggrediti dall’onda del turismo.

Tuttavia queste iniziative non sono mai risolutive, anche se servono come esempio e come richiamo morale per tutti. Meglio sarebbe se venissero programmate come momenti culminanti di campagne più articolate, in cui trovano spazio altre strategie (interventi educativi, di incentivazione, legislativi, ecc.).

Quindi la prima regola è quella di riportare nello zaino tutti i rifiuti, che verranno poi destinati ad una corretta raccolta differenziata.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
“L’arrivo a un rifugio di alta montagna è una delle più dolci emozioni della vita alpina; la visita delle esili pareti in mezzo alla durezza delle rupi, ispira un senso infinito di pace e sicurezza; s’acquieta l’ansia della salita ed è sospesa l’inquietudine del giorno a venire; il nostro cuore si apre alla tenerezza come quando, dopo un lungo viaggio, poniamo il piede sulla soglia sicura della nostra casa, e l’anima si colma di gratitudine per chi ha conosciuto il rifugio”.

Con queste parole Guido Rey esprimeva, nel secolo scorso, con tinte quasi di poesia, gli stessi sentimenti che si provano quando, dopo una giornata di trekking, si arriva al rifugio.
Il rifugio comunque, non deve essere il punto di arrivo, il fine di un’escursione, ma semmai una base logistica per andare in natura.

In Italia i rifugi sono circa un migliaio, per la maggior parte di proprietà del Club Alpino Italiano. Il record d’altitudine spetta con 4554 metri alla contestatissima “Capanna Margherita”, sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa, e il minimo è raggiunto dallo “Stromboli”, un rifugio che si trova a livello del mare. Ma al di là dell’altezza a cui sono stati costruiti, i rifugi hanno tutti per lo meno due cose in comune. La prima è che si trovano quasi sempre in località splendide, in mezzo a pascoli o foreste, ai margini di ghiacciai o laghi, aggrappati alla roccia e davanti a panorami mozzafiato. Altro elemento in comune a quasi tutti i rifugi è il fatto di avere un custode – gestore.

Sulle Alpi, la maggior parte dei custodi sono guide alpine che sono pertanto in grado, oltre che di accompagnare, anche di consigliare itinerari e di illustrare nel modo migliore tutte le caratteristiche più importanti e le peculiarità del luogo.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo

Premessa:

Ai regni vegetale e animale sono legati i momenti più emozionanti e significativi durante un trekking. Camminando in montagna o in collina, sulle rive del mare o di un fiume, si ha la possibilità di incontrare e osservare gli animali, di studiarne i comportamenti e di fotografarli: i camosci che si rincorrono all”impazzata sulla neve, le carpe che risalgono a pelo d’acqua la corrente in cerca di cibo, gli scoiattoli che saltano da un albero all’altro. E perché non sperare di vedere anche il lupo appenninico, che porta l’ingiusta fama di eterno cattivo nonostante siano decisamente più pericolosi, aggressivi e molto numerosi i cani inselvatichiti? Oppure si può avere la fortuna di assistere ad una lezione di caccia impartita da mamma aquila ad un piccolo, di udire il latrato selvaggio del capriolo, che è la voce stessa delle foreste prealpine, o il fischio della curiosa marmotta che fa vedetta. A parte i cani inselvatichiti, gli insetti fastidiosi come le zanzare e i tafani, difficilmente in Italia gli animali possono creare problemi, compresi quelli ritenuti “pericolosi”: quei pochi orsi, quei pochi lupi, quelle poche aquile chiedono soltanto di poter sopravvivere. E neppure la vipera va vista come un onnipresente pericolo mortale delle nostre campagne e dei nostri monti: se è vero che bisogna avere delle precauzioni e delle regole da seguire, è anche vero che ci sono da smitizzare tante leggende e tante falsità inventate intorno a questo rettile. Le vipere mordono l’uomo soltanto se calpestate o impaurite. Siano piccoli o grandi, forti o deboli, attraenti o impressionanti, gli animali hanno tutti il diritto inalienabile alla vita. Sono infatti gli abitanti di un habitat che è indispensabile rispettare e proteggere.

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Tracce:

Una delle attività più significative che un escursionista può svolgere, è quella di individuare le tracce degli animali lungo il cammino, di incontrarli e di fotografarli. A questi tre momenti sono legati aspetti molto emozionanti di un trekking. Ogni ambiente infatti è caratterizzato da presenze animali invisibili o quanto meno nascoste ai nostri occhi. Il territorio sembra così disabitato, ed invece, se si è capaci di osservare i segni sul terreno si scoprono le tante presenze che rendono vivi boschi, campi, radure. Frutti “forati” e in parte mangiati, mucchi di foglie, batuffoli di lana impigliati sui fili delle recinzioni, le impronte dei camosci e degli altri ungulati, le tracce ben evidenti dei cinghiali, i rumori delle ghiande che gli scoiattoli lasciano cadere. In questo modo il trekker prenderà coscienza di non essere solo, e sarà un’esperienza entusiasmante sapere individuare gli animali selvatici che gli stanno attorno analizzandone le tracce lasciate sul terreno; e poi, magari, attendere con pazienza l’uscita di uno di questi abitanti e immortalarlo con una fotografia. Anche questa, naturalmente, è un’arte da imparare per gradi. Ci sono manuali che insegnano ad individuare gli animali nel loro ambiente naturale senza disturbarli e infastidirli, nel pieno rispetto delle loro abitudini.

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Classificare le Tracce:

Le impronte degli animali consentono di accertare la presenza e il passaggio delle diverse specie in una determinata zona; la stessa importanza possono avere anche peli, piume, avanzi di pasto, escrementi, nidi, tane e così via. Lo studio delle impronte e delle tracce consente ai naturalisti di raccogliere molti dati (abitudini alimentari, dimensioni, peso), tracciando una sorta di “mappa” relativa agli abitanti di un territorio. La successione delle impronte, la profondità e la loro disposizione permettono inoltre di stabilire in che modo procedeva l’animale di corsa, al passo, al trotto, ecc. Le impronte più nitide si trovano naturalmente sulla neve, nel fango, nei pressi delle zone umide e, talvolta, anche nell’erba fresca. Le più comuni sono quelle lasciate dalla lepre, dalla volpe, dalla donnola, dal cinghiale, dal capriolo, animali diffusi sulle nostre montagne, sia Alpi che Appennini. Per cominciare a riconoscere le tracce degli animali, si può partire dal giardino di casa, o dal parco cittadino. Per riportare le tracce (oltre a buone fotografie, cosa non sempre facile) occorre munirsi di qualche foglio di plastica trasparente (acetato) e di un pennarello per vetrografia. Individuata l’impronta, non si dovrà fare altro che ricalcarla. Con un rotolo di questa plastica, si potrà anche seguire la successione dei passi per tentare una valutazione ancora più particolareggiata. Importante è scrivere sempre i “dati di stazione”: il luogo, la data, l’ora del ritrovamento. Lepri, ricci, scoiattoli, marmotte, cinghiali, tassi, istrici, volpi, daini, cervi, caprioli, saranno molto più vicini a noi in tutte le loro abitudini e nei loro comportamenti e modi di vita.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo

Premessa

Una delle emozioni più belle che si possono fare durante un trekking è quella di camminare tra gli alberi o in un prato fiorito o di imbattersi nelle diverse specie. più o meno rare di piante e fiori, riconoscendone le caratteristiche e le peculiarità. Camminare nella natura significa prima di tutto imparare ad osservare, a contemplare, a stupirsi, ad ammirare. E questo si può fare di fronte alle centinaia di fiori (in Italia esistono circa 6OOO specie di piante spontanee con fiori), dalle forme più svariate ed eleganti, dai colori più vivi ed irriproducibili che adornano, con una nota delicata e gentile, la pianura, la collina e la montagna. Allo stesso modo gli alberi sono i più antichi e saggi abitanti delle foreste e dei boschi, sono i protagonisti di tanti ambienti naturali, e caratterizzano in modo determinante il paesaggio. Dagli alberi da frutto, agli abeti e ai pini, ai faggi e alle querce, gli alberi trasmettono un senso di forza e di pace, e l’escursionista può scegliere proprio la loro ombra per fermarsi, per riflettere, riposarsi e contemplare il mondo circostante. Pur camminando con passo regolare, non è possibile non fermarsi ad ammirare un prato di pulsatille o primule, o l’improvvisa scoperta di una macchia di viole. I gialli degli ieraci, i viola delle genziane, i bianchi dei gigli, i rosa dei rododendri, i lilla delle soldanelle restituiscono all’uomo quella capacità di guardare la natura con occhi attenti e incantati che il vivere quotidiano ha fatto smarrire. Tuttavia, se l’uomo vuole continuare a godere della presenza dei fiori deve proteggerli, comprendendo la loro importanza e i loro delicati equilibri. L’inutile ed egoistica raccolta indiscriminata di fiori deve ad ogni costo cessare, soprattutto per le specie più rare. E’ inutile perché, una volta strappati dalla loro terra, i fiori avvizziscono nel giro di pochi minuti. E’ egoistica perché si toglie ad altri il piacere di ammirare queste meraviglie della natura. Inoltre esistono specie rigorosamente protette, sulle quali è bene informarsi, che è assolutamente proibito cogliere. Dunque, non tornate dall’escursione con il classico “mazzolin di fiori”; immortalate piuttosto i fiori fotografandoli, che è senz’altro un’arte di maggiore soddisfazione e più seria che il raccoglierli. Considerate sempre la vita che si svolge nelle piante non arrestatela mai. Un esempio a cui pensare? Il fiore per eccellenza, la stella alpina, si ricopre di una fitta peluria vellutata per difendersi dalle forti radiazioni della quota e proteggere la pianta dalle perdite d’acqua. Non è forse una dimostrazione di vita ed un piccolo capolavoro da rispettare? Sia per quanto riguarda gli alberi, sia i fiori che le piante, esistono moltissimi manuali a cui attingere per riconoscere le diverse specie. E’ consigliabile per tutti gli escursionisti approfondire questo aspetto della natura imparando a conoscere gli “abitanti” dell’ambiente che si attraversa, distinguendone i nomi e le caratteristiche. Sarà un modo di camminare intelligente e consapevole, volto a una contemplazione non soltanto estatica delle bellezze della natura, ma arricchita da uno spirito di conoscenza e da una maggiore dimestichezza con il mondo della natura, per raggiungere un rapporto veramente armonico ed un rispetto profondo e vero.

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Riconoscimento delle Piante

Una consapevolezza dell’ambiente attraversato significa infatti conoscenza approfondita e vera delle forme della natura. Per questo è importante aver presente le principali specie di piante, riuscendo a riconoscerle quando si incontrano per tenere sempre più vivo e concreto il rapporto con la Natura. I due principali gruppi di alberi sul nostro territorio sono le Latifoglie e le Conifere. I boschi di Latifoglie sono costituiti da alberi maestosi come querce, faggi, aceri; sono così chiamate perché la maggior parte di esse possiede foglie larghe e appiattite, completamente diverse dagli aghi e dalle squame delle conifere. Tutte le latifoglie producono fiori, i quali, dopo essere stati impollinati e fecondati, danno origine ai semi spesso racchiusi in dure noci o in morbidi frutti. Molte latifoglie perdono il fogliame in autunno per sopravvivere alle stagioni fredde: per questo vengono chiamate decidue o caducifoglie. Le Querce sono le latifoglie tipiche: ne esistono sparse per il mondo, circa 200 specie; alcune sono decidue altre sono sempre – verdi. Vengono impollinate dal vento e producono ghiande. Il loro legno è eccezionalmente duro e resistente. In genere, le querce, sono alte 4/7 metri, ma talvolta raggiungono anche i 15. Un’altra latifoglia molto diffusa è il Faggio, di cui, come esempio di come riconoscere un albero, diamo alcuni semplici ma basilari elementi: ha un fusto eretto, con foglie a margini seghettati – dentati, a lamina larga, simmetriche; i faggi sono alti fino a 30/40 metri, hanno tronco regolare ben diritto, ricco di rami. La corteccia è liscia, di colore grigio argenteo, spesso ricoperta di licheni fogliosi e crostosi, fortemente aderenti alla corteccia. La chioma è ampia e fitta di rami e foglie. Le foglie di colore verde scuro si trasformano in autunno, prima di cadere, nei bellissimi colori giallo – rosso – bruno. Produce piccoli frutti a forma di “riccio”, con numerosi aculei che protegge una o due noci, chiamate faggiole. Vive associato spesso all’abete bianco e all’abete rosso, ma può formare anche faggete pure. Vive in tutta la penisola e in Sicilia; sulle Alpi fino a 1400, 1700 metri; sugli Appennini fino a 1900 , 2400 metri. Le Conifere crescono un po’ ovunque nel mondo, ma particolarmente nelle regioni fredde. Costituiscono un gruppo di piante molto antico, e i fossili dimostrano che il loro areale era in passato molto più vasto di oggi. Queste piante possiedono generalmente foglie strette e rigide, chiamate aghi o squame, a seconda della loro forma. La grande maggioranza è sempreverde. Le conifere non possiedono fiori veri e propri, ma producono particolari strutture fioriere chiamate coni o pigne. Tra le conifere si trovano tutte le specie di pino e di abete, le conifere più famose, poi il larice, il cipresso, il tasso. Esistono circa 100 specie di pini. La maggior parte è diffusa nei climi freddi, anche se molti pini crescono nel bacino del Mediterraneo e in altre regioni calde. I pini sono tipiche conifere: le loro foglie sono stretti aghi e i loro semi si sviluppano all’interno di rigidi coni. Il legno è generalmente piuttosto tenero e contiene una resina fortemente aromatica. Nelle foreste di conifere naturali, che annoverano anche esemplari vecchi e giganteschi, gli spazi tra gli alberi consentono anche ad altre piante di crescere e di fornire nutrimento ad una varietà grande e piccola di animali. L’Abete Bianco ha la struttura tipica della conifera; ha fusto eretto, foglie persistenti, aghi singoli attaccati al rametto a spirale e disposti a doppio pettine (nell’Abete Rosso, invece, gli aghi sono disposti intorno al ramo); è alto fino a 40/60 metri, con corteccia liscia, di colore grigio argenteo nei rami giovani. Il suo frutto è una pigna eretta (al contrario della pigna dell’Abete Rosso, che è pendula), di forma quasi cilindrica, lunga 10/18 centimetri, larga 3/5 centimetri, di colore verde da giovane, rosso bruno in maturità. L’abete bianco si associa con il faggio, l’abete rosso e il castagno. Si trova in Italia tra gli 800 e i 1800 metri. Il Larice è una conifera pioniera, colonizza assieme al pino cembro, anche ad alte quote; ama il sole, il freddo e la neve, e resiste a temperature invernali molto basse. Può formare boschi puri (lariceti) ma più spesso vive associato con altre conifere, oppure compare su prati di media ed alta montagna. In Italia vive sulle Alpi, tra i 1000 e 2000 metri, nella parte orientale e tra i 900 e 1500 metri in quella occidentale. Gli aghi, lunghi da 1a 4 centimetri, sono riuniti a fascetti di 30 40 aghi, sottili e morbidi, dì colore verde chiaro, che cadono ad autunno assumendo dei bellissimi colori giallo – rossi.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo

…al miglioramento

  • aumento della visibilità;
  • lenta dissoluzione delle nubi montanti, anche in assenza di vento;
  • scomparsa di eventuali aloni attorno a luna o sole;
  • scia degli aerei a reazione corta o nulla;
  • aumento dell’intensità del vento, tale da scompigliare la massa di nubi;
  • rapida evaporazione della rugiada dai prati;
  • pareti delle montagne luminose e vivide;
  • tramonto di fuoco.

Oppure… al peggioramento

  • diminuzione della visibilità;
  • apparizione di nubi lenticolari (alto strati), debolmente stratificate;
  • luna o sole cerchiati da un alone talvolta iridescente;
  • scia degli aerei a reazione molto lunga;
  • cintura di nubi intorno alle pareti delle montagne;
  • permanenza della rugiada fino al tardo mattino;
  • pareti delle montagne che sembrano più scure e vicine del normale;
  • tramonto a luce diffusa.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Non esiste stagione priva di interesse per chi cammina in natura con l’intento di conoscere. Anche quando la neve ricopre i sentieri, l’escursionista debitamente attrezzato può compiere validi itinerari. Non appena i giorni si allungano e la temperatura si addolcisce aumenta il bisogno di trascorrere giornate a contatto con la natura, e i percorsi possono diventare più lunghi. Si riscoprono così i mille segni della rinascita: le inflorescenze dei noccioli, degli ontani e delle betulle si gonfiano e aprono le loro squame; sul terreno i nuovi germogli bucano il tappeto di foglie secche e rossastre dell’anno precedente; le fioriture invadono i bordi dei sentieri; c’è una luminosa bellezza che non bisogna lasciarsi sfuggire. Anche con un breve percorso si possono cogliere tutti questi segnali.

La primavera è dunque la stagione più bella per camminare, sia per le meraviglie della natura che si possono contemplare, sia per il clima mite, né troppo caldo né troppo freddo. Le zone che meglio si prestano ad essere percorse in primavera sono quelle di pianura, di media montagna e il litorale del mare. In alta montagna molto spesso c’è ancora la neve. In estate sono quindi consigliabili percorsi escursioristici montani: è allora che la lunghezza delle giornate e la pienezza del sole rendono più belle queste passeggiate.

In altre zone invece camminare d’estate significa essere accompagnati da zanzare ed altri fastidiosi insetti, e sopportare il caldo eccessivo. L’autunno in molti casi è la stagione ideale per camminare: la temperatura non è ancora rigida e l’aria fresca anzi, invita alle lunghe escursioni.
Anche l’attrezzatura sarà molto semplice: basterà coprirsi poco più che in primavera e portare con sé la mantellina per la pioggia.

In compenso la bellezza dei colori autunnali, dal verde al rosso, al giallo intenso, e l’atmosfera tenue e un po’ triste, appagheranno il cammino dell’escursionista.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Trekking, letteralmente, significa “camminare lungo le orme lasciate dai carri trainati dai buoi” ed è una parola che deriva dal boero, la lingua degli antichi coloni olandesi del Sud Africa. Trekking è oggi diventato sinonimo di “camminare”, percorrendo sentieri, mulattiere, itinerari più o meno lunghi che si snodano in mezzo alla natura, facendo tappa in rifugi, bivacchi o centri abitati.
Non si tratta però di un camminare fine a se stesso, o di una “impresa ai limiti della sopravvivenza”, o di una disciplina sportiva che si prefigge un traguardo; trekking è prima di tutto conoscenza attenza del territorio che si attraversa, è cultura ed e ricerca.
Il Trekking è un’attività alla portata di tutti, in quanto si possono scegliere anche bellissimi itinerari che non presentano alcuna difficoltà, adatti anche ai principianti o alle persone che hanno problemi ad affrontare forti dislivelli. Inoltre si può praticare in ogni periodo dell’anno: ogni territorio ha la propria “stagione ideale”, durante la quale si possono apprezzare nel modo migliore le peculiarità paesaggistiche e le caratteristiche più significative.
Trekking può significare scoperta di luoghi e civiltà lontane e affascinanti, ma anche “riscoperta” di tante zone vicine e ricche di interessi ambientali e culturali, che camminando di potranno comprendere e valorizzare pienamente. Infatti viaggiando a misura d’uomo – a piedi, in bicicletta, a cavallo, con gli sci – si ha la possibilità di arrivare in tante località anche dietro “l’angolo di casa”, per venire così a contatto non solo con la natura, ma anche con l’uomo, la sua storia, il suo lavoro, la sua vita quotidiana. Trekking è camminare per conoscere e vivere e leggere l’Ambiente intorno a noi, imparando a rispettarlo, a vivere in armonia con esso, lavorando quindi anche per far crescere una mentalità nuova, che porti ad un maggiore equilibrio tra l’Uomo e la Natura.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Camminare in mezzo alla Natura rappresenta una delle esperienze più spontanee e al tempo stesso più straordinarie per un escursionista.
Scoprire alberi, fiori, arbusti di ogni genere diventa una ricerca affascinante che può condurre a conoscere le diverse specie, a distinguere i frutti nelle diverse stagioni dell’anno, ma soprattutto a provare un senso di sempre maggior emozione ed entusiasmo di fronte alle meraviglie che la Natura opera.

Imparare a camminare ad occhi aperti, osservando l’Ambiente che ci circonda significa accrescere la propria confidenza con la natura, imparare a conoscere questo mondo ricchissimo, ad amarlo e soprattutto a rispettarlo e a vivere in esso con equilibrio e armonia. I boschi sono vere e proprie centrali energetiche biologiche. Le foglie degli alberi intercettano la luce del sole e la utilizzano come fonte di energia per vivere e crescere: in tal modo ogni anno vengono prodotti enormi quantità di legno, foglie, fiori, frutta, semi, che costituiscono a loro volta il nutrimento per milioni di animali.
In un anno un ettaro di bosco (10.000 metri quadrati) può liberare nell’aria 20 tonnellate d’ossigeno e fissarne 10 di carbone dall’anidride carbonica dell’atmosfera. Lo stesso bosco, sempre annualmente, può assorbire e neutralizzare anidride solforosa, protossido di azoto, aldeide, benzopirene ed altri gas e vapori tossici e filtrare polveri e pulviscoli velenosi. Una corrente d’aria inquinata dalla presenza di un elevato tasso di anidride solforosa sarebbe completamente depurato se potesse attraversare un solo ettaro di bosco. Un albero secolare, in una giornata di sole, può liberare sono forma di vapore traspirato, circa 600 litri d’acqua, assorbita dal terreno; un albero, durante un’estate, traspira circa 10.000 litri d’acqua, mentre un ettaro di bosco ne cede all’aria 3.500.000, restituendo all’atmosfera il 60/70% dell’acqua meteorica che, senza alberi, non verrebbe più ridata agli strati d’aria sovrastanti.
In 100 metri di foresta possono vivere in stato ottimale, senza creare squilibri ambientali, 10 caprioli, 4 cervi. 2 cinghiali, milioni di piccoli mammiferi, miliardi di microorganismi.

Fare Trekking significa così imparare a “parlare” con la natura e a comprenderne il linguaggio. Riuscire a camminare soffermandosi nei pressi di un albero, ascoltando il vento muoversi fra le foglie, guardando nella corteccia i buchi scavati dagli animali, significa attraversare l’ambiente con consapevolezza e attenzione, ed anche arricchire il proprio spirito, riposare la mente e sapersi armonizzare con i ritmi della Natura.

Il Trekking è quindi camminare con intelligenza, è un’esperienza culturalmente affascinante.

(fonte: internet)