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domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo

Valutare la scena

Ogni operazione di soccorso inizia con la valutazione della scena in cui si è verificato l’incidente. Un’attenta valutazione è spesso premessa di un buon soccorso, sia se ci troviamo a doverlo affrontare che a doverlo comunicare a chi di dovere.
Lo scenario è da intendersi pericoloso a prescindere, visto che ha già ha favorito l’infortunio. Non va per questo sottovalutato e deve essere esaminato con la massima attenzione.
La prima, indispensabile, cosa da fare è pertanto pensare alla sicurezza e all’autoprotezione di coloro che saranno destinati al ruolo di soccorritori.
Una volta assicurati, bisogna valutare le possibilità di accedere all’infortunato, cercando di minimizzare i rischi della manovra e adottando tutti gli accorgimenti e le protezioni del caso.
In questo lavoro è utile evidenziare i fattori ambientali potenzialmente lesivi, quelli che ostacolano all’osservazione, pensare alle comunicazioni, alla progressione e all’eventuale trasporto del ferito.
Particolare attenzione deve essere dedicata a quei fattori che determinano la necessità di particolari materiali o dotazioni ad uso dei soccorritori, quali possono essere ramponi, corda, allestimento di un ancoraggio, eccetera.
Si tenga presente che i più frequenti rischi correlati all’ambiente di montagna sono il terreno bagnato e scivoloso, la caduta sassi, il ghiaccio, l’esposizione sottovalutata, il possibile distacco di valanghe secondarie, il freddo che può ostacolare le azioni degli stessi soccorritori.

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Analisi della dinamica dell’incidente e individuazione degli “indici di sospetto” per trattamenti tempestivi

Un’attenta ricerca e analisi del meccanismo con cui si è generata la lesione (dinamica dell’incidente), permette di ipotizzare quali siano i danni specifici riportati dal ferito e di procedere ad un trattamento precoce e tempestivo già prima che siano manifesti segni e sintomi.
Inoltre, queste ipotesi potranno essere correlate ad un determinato “rischio evolutivo” della lesione: una valutazione che permette al soccorrritore di prepararsi ad affrontare successive eventuali complicanze.
Un esempio può chiarire il procedimento. Se una persona viene morsa da una vipera, si potrà trattare subito la sede del morso, ma allo stesso tempo prevedere i tempi di evacuazione della vittima.
Se l’evacuazione si prospetta, per esempio, via terra e piuttosto lunga, posso già prefigurare l’eventualità di dover gestire una BLS (Basic Life Support), ossia la rianimazione cardio-polmonare. Attenzione, però: la Bls può essere effettuata solo da personale sanitario o da chi ha frequentato un apposito corso, come i volontari della croce rossa o del soccorso alpino.
Nella valutazione delle cadute dall’alto, devono meritare particolare considerazione i seguenti fattori:

Altezza di caduta
Superficie di impatto
Parte corporea di primo impatto

Per definizione, nell’adulto la caduta da un’altezza superiore a 5 metri implica un trauma maggiore. Ma altezze minori possono comunque generare gravi esiti, a seconda di superficie d’impatto e parte corporea di primo impatto.
Un caso reale ha visto un soggetto anziano, con una caduta da 2 metri su terreno sassoso, riportare alcune fratture di vertebre cervicali con esiti invalidanti permanenti.
Nell’adulto la parte corporea di primo impatto è solitamente costituita dagli arti inferiori, poi seguiti dal bacino, e poi arti superiori. Nel bambino, in particolare se minore di 5 anni, è più frequente invece l’impatto primario con la testa, che comporta un trauma cranico.

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I “golden ten minutes”: valutazione primaria dello stato generale del ferito. Le parole d’ordine sono: velocità, logica e sangue freddo.

E’ istintivo per qualsiasi persona valutare grossolanamente la gravità dell’incidente contestualmente alla valutazione dello scenario. L’incidente sarà lieve, medio o grave, a seconda della criticità delle condizioni vitali della vittima, valutate in base alla sua coscienza, al livello di collaborazione e di mobilità.
A contatto diretto con l’infortunato, e a prescindere dalle lesioni corporee riportate durante l’incidente, devono essere rapidamente identificate – con logica e sistematicità – le situazioni cruciali per la sua sopravvivenza. Il loro tempestivo trattamento sarà subito intrapreso dal soccorritore, a volte anche contestualmente alla valutazione.
La fase di valutazione dovrebbe espletarsi al massimo in 2 minuti, per poter prendere – e portare a termine – le misure prioritarie atte alla stabilizzazione del ferito entro 10 minuti (i cosiddetti “golden ten minutes”).
La valutazione, comunque, non è casuale o lasciata alla discrezione del soccorritore. In questa fase il soccorritore viene guidato da una stretta successione di fasi di valutazione/azione (valuta e fai) che seguono lo schema procedurale “C A B C D – E”, meglio descritto in seguito.

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C =

nel caso di un incidente traumatico è innanzitutto da prevedere la necessità di protezione e stabilizzazione del rachide cervicale, preliminare alle ulteriori fasi (manovre manuali e stabilizzazione in posizione neutra, vedere più avanti);
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A =

controllo, ripristino, mantenimento dell’apertura (pervietà) delle vie aeree;

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B =

controllo, ripristino, mantenimento dell’attività respiratoria;
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C =

controllo, ripristino, mantenimento dell’attività cardiocircolatoria.
In queste fasi saranno pertanto applicate le classiche metodiche del BLS (rianimazione cardio-polmonare) condotto in assenza di strumentazioni. A questo proposito è utile suggerire l’inserimento di una pocket mask nella dotazione di gite organizzate, che aiutano l’ossigenazione/perfusione di cervello ed altri organi vitali.
La pocket mask è una maschera per la respirazione “bocca a bocca” che rende più efficace la respirazione artificiale, perché consente l’insufflazione attraverso bocca e naso, riduce i rischi di infezione e consente la somministrazione di ossigeno supplementare. Inoltre aiuta a proteggere le vie aeree dall’acqua, quando si operi su spiagge, in barca o nell’acqua stessa.
Tutte le fasi devono, ovviamente, essere condotte nel rispetto dell’integrità di ogni segmento corporeo lesionato o tale potenzialmente. Bisogna infatti avere una cura particolare nella movimentazione e nella stabilizzazione di tutto l’asse corporeo (per esempio nella manovra di “pronosupinazione improvvisata”,che permette di girare del ferito a fini ispettivi).
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D =

valutazione più specifica per lo stato di coscienza, secondo lo schema AVPU:

A alert – attento, sveglio
V verbal – risponde alla voce
P pain – risponde al dolore
U unresponsive – non risponde

Il miglior trattamento in un soccorso improvvisato, sarà sempre un’applicazione corretta della sequenza ABC. Questa valutazione dovrà ripetersi continuamente per cogliere improvvise negative variazioni, e per verificare l’efficacia delle manovre correttive.

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E =

Una volta completato il ciclo fino alla D, si ricercano ulteriori eventuali lesioni (lussazioni, fratture) secondo una complessiva valutazione testa-piedi che non si ha tempo di condurre durante l’ABC. In montagna, comunque, si tenga conto che la classica “esposizione” del corpo attraverso il taglio degli indumenti si scontra con oggettive necessità di protezione termica, nonché con le difficoltà di trasporto.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo

E’ importante per chi cammina, conoscere la segnaletica di emergenza. I segnali di richiesta possono essere acustici o luminosi. Le modalità di chiamata sono le seguenti: un segnale ogni dieci secondi, ripetuto per sei volte nello spazio di un minuto, con successiva pausa di un minuto e così via.

La risposta è un segnale ogni venti secondi ripetuto per tre volte nello spazio di un minuto con successiva pausa di un minuto.

Esistono anche segnali internazionali di soccorso terra – aria rivolti a elicotteri e aerei.

Chi intercetta un segnale di soccorso è tenuto ad avvertire il Posto di chiamata o la Stazione di Soccorso Alpino più vicina.

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Sia che si effettui un trekking di pochi giorni, sia che ci si prepari per un impegnativo viaggio in luoghi poco frequentati o con scarsa assistenza sanitaria, è sempre prudente portare con sé un piccolo kit di pronto soccorso. La difficoltà è sempre quella di sapere quali e quanti farmaci portare, per evitare di lasciare a casa quelli veramente necessari, decisione che dipende innanzitutto dalla durata dell’escursione e dai luoghi in cui ci rechiamo. Dovendo portare tutto nello zaino, sarà bene che il set di pronto soccorso sia poco ingombrante e leggero, contenuto in una confezione robusta, impermeabile e poco ingombrante, in modo da non rovinare i farmaci e garze e da non appesantirci; il peso totale non dovrebbe superare infatti i 300 – 400 grammi. Non possiamo pretendere in tal modo di usare le confezioni in commercio: occorreranno piccoli flaconcini per disinfettanti, due o tre rotoli di garza, riposti in contenitori di plastica, cotone idrofilo, cerotti già pronti, confezioni di punti adesivi sterili, forbici e pinzette piccole. I medicinali devono essere ridotti al minimo indispensabile, 4 – 5 compresse per tipo: analgesici per dolori da traumi, cefalee, ecc., antispastici per dolori addominali, antiacidi, antinausea, antidiarroici, analettici, colliri, antipiretici. Se si è capaci di far iniezioni intramuscolari può essere utile portare con sé 5 o 6 fiale, una per tipo, oltre ad alcune siringhe monouso, da 5 cc per situazioni più gravi. Statisticamente, la più alta incidenza di traumi in montagna è dovuta allo scivolamento. Distorsioni, ferite, abrasioni possono essere controllate se si ha una conoscenza minima delle tecniche di pronto soccorso. Elenchiamo i problemi fisici più comuni che si affrontano nella pratica del trekking, con brevi consigli su come fronteggiarli ed alcune tecniche di primo soccorso:
Ferite: dopo aver opportunamente disinfettato, si tampona la fuoriuscita di sangue in sede o apponendo un laccio emostatico a monte della ferita, e quindi si fascia il tutto con garza o un fazzoletto.
Trauma discorsivo: è consigliabile l’applicazione sulla zona interessata di ghiaccio o di acqua fresca, posizionando l’arto in riposo.
Punture di insetti: sono altrettanto fastidiose. Oltre a una reazione locale, in rari casi possono procurare veri e propri shock. L’urgenza viene risolta con un impacco di Amuchina sulla zona interessata, mantenendo inumidita la garza costantemente. Nel periodo estivo è buona norma portarsi un set monouso succhiaveleno, il metodo più efficace e sicuro nel trattamento delle morsicature da ofidi reperibile in farmacia.
Vesciche e piaghe: si possono formare facilmente nei piedi durante il cammino: per le prime, vanno prevenute con calze e scarpe adeguate; se tendono a formarsi, è utile usare i cerotti, ma appena avvertito l’arrossamento, prima cioè che si tramuti in vescica.
Altitudine: un discorso a parte va fatto per i problemi che insorgono quando si cammina ad alta quota. Per una persona sana, di corporatura normale e ben allenata, anche i 4810 metri della cima del Monte Bianco possono non creare problemi, purchè li si affronti con gradualità sia in salita che in discesa, acclimatandosi mano a mano. Cosa ben diversa e assai negativa è invece il portarsi in quota o scendere nel giro di pochi minuti come si fa quando si usavo funivie, seggiovie, ovovie e altri impianti del genere. Col diminuire della pressione atmosferica, l’altitudine provoca nell’organismo un aumento della pressione arteriosa, un fenomeno questo che può preoccupare esclusivamente gli individui anziani o sofferenti di cuore. Un sintomo dovuto alla rarefazione dell’ossigeno è il “mal di montagna”: si verifica a quote variabili da soggetto a soggetto e si manifesta con un senso di malessere, di vertigine e di debolezza. Senza dubbio, il rimedio migliore è scendere al più presto a quote basse e assumere qualche goccia di Coramina o analettici similari. Tutto ciò per quanto riguarda la reazione del fisico in alta quota, diciamo al di sopra dei 3000 metri, oltre i quali ben si può avvertire la rarefazione dell’ossigeno. Ma a questi aspetti bisogna aggiungere quelli relativi alla preparazione e alle conoscenze specifiche che vanno da un adeguato equipaggiamento alle previsioni del tempo e dell’uso dell’altimetro: quest’ultimo, con la sua doppia funzione altimetrica e barometrica, è uno strumento assai importante per chi si avventura nel mondo delle alte vette e dei ghiacci.
domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Alla meravigliosa bellezza della montagna, da sempre si accompagna la presenza di piante spontanee che con i loro variegati fiori e colorate bacche attraggono l’attenzione degli alpinisti. Molte hanno proprietà terapeutiche, ma attenzione: non sempre naturale è sinonimo di benefico. Dietro l’angolo ci sono pericoli di intossicazione e avvelenamento.
E non è raro che queste piante vengano raccolte con l’intento di utilizzarle a scopo terapeutico o alimentare. Infatti, da secoli gli uomini hanno imparato ad utilizzare le piante per curare le malattie che li affliggevano. Esse contengono sostanze che agiscono sul nostro organismo determinando effetti terapeutici.
Belladonna, papavero da oppio, salice, artemisia, tasso sono solo alcune delle moltissime piante che ci hanno fornito principi attivi che la scienza chimica e farmacologica hanno purificato e reso disponibili in dosi calibrate nei farmaci.
Purtroppo naturale non è sinonimo di beneficio e sicurezza: queste medesime sostanze possono, a dosaggi superiori (a volte anche minimali), determinare effetti tossici sull’organismo e, in alcuni casi, possono essere causa di morte per avvelenamento acuto.
Esistono due tipi di intossicazione: per contatto o ingestione.

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Intossicazione per contatto

In caso di contatto con le parti tossiche possono insorgere irritazioni, bruciori, arrossamenti.
Cosa fare?
Non si tratta di situazioni serie: basta lavare la zona interessata e applicare una pomata antistaminica o cortisonica.

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Intossicazione per ingestione

Se la parte tossica o velenosa viene ingerita possono comparire tutta una serie di disturbi, diversi a seconda dei tipi di piante. I più comuni sono quelli gastroenterici (nausea, vomito, diarrea, dolori addominali) e quelli irritativi a livello locale (bruciore e arrossamento della gola, talvolta accompagnati da rigonfiamenti). A volte possono comparire anche disturbi più preoccupanti come alterazioni della funzionalità cardiovascolare (per esempio aumento o diminuzione della pressione arteriosa, aritmie cardiache) e della funzionalità neurologica (come le convulsioni).
Cosa fare?
E’ importante rivolgersi immediatamente al 118 e ai Centri Antiveleni (al 800 883300 risponde il Centro Antiveleni di Bergamo) e fornire il maggior numero possibile di informazioni.
Se non si conosce la pianta in questione, la cosa migliore è raccoglierne un campione, con tutte le parti disponibili (ramo con foglie, fiori, bacche necessari per facilitare il riconoscimento) e recarsi da un fioraio, o in un vivaio: molto probabilmente qui sono in grado di riconoscerla.
A questo scopo è importante anche riferire i sintomi che sono insorti. Sarà il medico del Centro Antiveleni a indicare come comportarsi. Nelle situazioni meno pericolose può suggerire un trattamento domiciliare (esempio la somministrazione del carbone attivato, che impedisce l’assorbimento delle tossine) ma nelle situazioni più serie consiglia invece di rivolgersi a un pronto soccorso per terapie mirate e, in alcuni casi, con il ricorso ad antidoti specifici.
In conclusione, all’appassionato alpinista che ci chiede quali erbe utilizzare per guarire ferite o altre malattie che dovessero determinarsi durante una escursione, rispondiamo che tutto quello che si rende necessario è quanto troviamo in una buona cassetta di primo soccorso: disinfettanti, garze, bende e i pochi farmaci da automedicazione necessari per curare i disturbi più semplici e comuni.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
L’asma è una infiammazione cronica dei bronchi che determina una condizione di iperreattività bronchiale, vale a dire che determina una propensione dei bronchi a stringersi. Il cosiddetto broncospasmo.
Se questo avviene si ha una difficoltà a fare scorre l’ aria durante la respirazione, fino all’ impedimento ed alla insufficienza respiratoria, che può avere anche conseguenze spiacevoli.
L’ infiammazione può conseguire ad un fenomeno allergico(con anticorpi) o di intolleranza (senza anticorpi) a sostanze esterne venute a contatto od introdotte nell’ organismo, (asma estrinseca), a pollini, muffe, acari, epiteli, alimenti, farmaci, punture di insetti (ape, vespa, calabrone, formiche rosse, tafani ecc.).
Oppure rappresentare la costituzione interna del soggetto così come avviene per un diabetico od un iperteso (asma intrinseca). Le cause di riacutizzazione dell’ asma sia nelle forme estriseche che intrinseche possono essere fatti fisici come sforzo, risata, sbalzo termico, nebbia, stress psico-fisico, ecc…
Nel caso di asma estrinseca è chiaro che in qualsiasi ambiente occorre avere la precauzione di prevenire il contatto con le possibili cause di broncospasmo, allergiche o di intolleranza (sopra i 1300 metri s.l.m. non vi sono praticamente pollini), ma occorre evitare per chi è asmatico per allergia ad acari e muffe o epiteli di entrare in posti rimasti chiusi a lungo e non areati come rifugi con coperte o materassi od ambienti polverosi o stalle, evitare discariche di materiali organici o di mangiare in posti ove possono accumularsi insetti.
Stare attento a tronchi d’ albero o nidi di vespe nei sotto tetti. Attenzione anche ai fiori per gli allergici alle api. Si assume che se una persona sa di essere allergica ad un farmaco od un alimento non se li porta al seguito.
Però, visto che l’ asma è una infiammazione cronica, occorre curarla con continuità e soprattutto nei momenti in cui da meno problemi, magari riducendo i dosaggi dei farmaci, ma senza mai sospenderli (così come per un diabetico ed un iperteso).
E’ la migliore garanzia per ridurre il numero e la gravità delle crisi di riacutizzazione per qualsiasi motivo ed in qualsiasi ambiente compreso quello montano. Se i farmaci sono assunti nel periodo di minori sintomi sono più efficaci a minori dosaggi.
La cura base di riferimento è con cortisonici inalatori e se non sufficienti con spray broncodilatatori a lunga durata di azione , mattino e/o sera , ma ogni caso è a se stante e va studiato di volta in volta.
In montagna interessa soprattutto l’ asma dovuta a sforzo (si correla alla asma intrinseca cioè non è correlata a cause allergicheche) si manifesta in soggetti con particolare reattività bronchiale.

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Alcune precauzioni

Assumere mezzora prima della attività spray di broncodilatatori a lunga durata di azione (salmeterolo, formoterolo ecc.) eventuaklmente integrati da stabilizzatori della reattività bronchiale (cromoglicato, nedocromile ecc.); se non sufficienti la sera prima della attività una compressa di leucotrieni…sempre che non vi siano controindicazioni mediche.
Iniziare lo forzo gradualmente e senza scatti, cioè fare un buon riscaldamento, per evirtare di andare in affanno e aumentare eccessivamente la ventilazione polmonare (evitare il fiatone !…). Con l’aumento della frequenza respiratoria infatti si scambia più vapore acqueo col respiro e si riduce il calore all’ interno dei bronchi che dibventano più freddi e per così dire secchi (sono i fattori che causano l’ asma).
Alla base di tutto, pur con queste precauzioni, è comunque necessario mantenere un costante allenamento in modo da rispondere meglio allo sforzo ed evitare di avere il “fiatone”. L’ asmatico tuttavia in quanto iperreattivo è sempre a rischio di crisi per cui è buona norma portarsi al seguito uno spray broncodilatatore a breve durata di azione cioè che agisce subito (salbutamolo) e delle compresse di cortisone.
In casi di crisi respirare 2 spray, se non passa (caso raro) dopo 10-15 minuti ripetere altri 2 spray e se non passa ancora dopo altri 10-15 minuti assumere una compressa di cortisone… sempre che non vi siano controindicazioni mediche.
La stragrande maggioranza degli asmatici possono fare così una vita tranquilla. Ci sono campioni sportivi, asmatici, in tutte le discipline e ai massimi livelli.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Bambini sani possono andar in montagna a seconda dell’età e dell’ esperienza dei genitori in ambiente montano e dei rischi ad esso correlati.
Camminare, arrampicare o sciare sulle montagne costituiscono un piacere per il bambino ed è pertanto importante adattare la lunghezza delle attività svolte all’età e alla forma fisica del bambino, rispettando idonei periodi di riposo.
Non esistono, in linea generale, maggiori restrizioni nell’ esporsi all’ altitudine per il bambino rispetto all’ adulto. Va tuttavia sottolineato che i bambini piccoli non sono in grado, spesso, di manifestare la presenza di sintomi legati alla quota. I bambini più a rischio (prematurità, ipotrofia, anemia) non dovrebbero andare in quota.
Oltre i 3000 metri va usata particolare cautela nel portare bambini piccoli in montagna . Salire lentamente, e alla comparsa dei primi sintomi di male di montagna, il bambino deve scendere a quote inferiori. Preoccuparsi sempre dei tempi di recupero dopo un’ escursione.
Il genitore si deve sempre porre alcuni quesiti: mio figlio ama veramente andare in montagna oppure la motivazione dell’andare in montagna è solo dettata da una campagna pubblicitaria o da una moda? I bambini vanno “ascoltati” e motivati.
Prestare attenzione ai rischi di dolori alle orecchie o alle otiti che sono a maggior rischio salendo in quota a causa dello sbalzo di pressione, soprattutto con impianti di risalita. Evitare l’ esposizione a temperature troppo rigide, curando l’ adeguatezza dell’abbigliamento del bambino. Il rischio di raffreddamento o di congelamenti è più elevato nei bambini.
Porre molta attenzione nel proteggere i bambini dai raggi UV solari, usando creme idonee e cappellini, senza esagerare nell’esposizione. Usare idonei occhiali da sole.
Quando si soggiorna in inverno in località di montagna, preoccuparsi di umidificare i locali dove si soggiorna o si dorme, a causa della secchezza dell’aria.
Il bambino deve bere molto ed in modo regolare, per ridurre il rischio di disidratazione.
Anche l’ alimentazione va curata, a causa del maggior dispendio energetico. Per qualsiasi problema medico, consultare un pediatra.

(fonte: internet)

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domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
La cheratocongiuntivite attinica o oftalmia nivalis è un problema medico estremamente frequente in montagna.
Nonostante la prima citazione della “cecità da neve” risalga già al 400 a.C. per opera di Senofonte, anche in tempi più recenti, dalla storica ascesa dei francesi al primo ottomila fino ai giorni nostri, sembra che gli alpinisti sottovalutino la protezione degli occhi dalla luce solare.
L’oftalmia delle nevi non colpisce solo i grandi alpinisti impegnati nella conquista degli ottomila himalayani ma può interessare qualsiasi alpinista impegnato sulle nevi del nostro arco alpino, così come qualsiasi sciatore che passi una giornata sugli impianti di risalita, senza un’adeguata protezione dalle radiazioni solari.
La causa dell’oftalmia delle nevi è da ricercare principalmente nell’esposizione dell’occhio alle radiazioni solari, in particolare alla componente ultravioletta (UVA e UVB), accentuata dall’azione riflettente del manto nevoso.
Gli ultravioletti sono la componente della luce solare a maggiore contenuto energetico e costituiscono un pericolo “invisibile” perché essendo posti al di là della gamma cromatica dei violetti (ultra-violetti) non sono percepiti dall’occhio umano. Gran parte della radiazione solare viene arrestata dall’atmosfera terrestre, cosicché tanto più si sale di quota tanto più la quantità di atmosfera diminuisce e tanto maggiore è la quantità di radiazioni solari che investe l’uomo.
I valori massimali vengono inoltre raggiunti quanto più il sole è alto nel cielo, come durante i mesi estivi nelle ore comprese tra le 11 e le 14 della giornata. La nebbia e le nuvole non devono trarci in inganno; le piccole particelle di acqua assorbono infatti le radiazioni infrarosse (quelle calde) ma hanno un minore effetto sulle radiazioni ultraviolette.
È in queste condizioni infatti che in montagna si tende ad allentare la protezione e ci si dimentica di usare la crema solare o gli occhiali arrivando poi alla sera in rifugio con gli occhi rossi e doloranti. Inoltre, la nebbia, le superfici d’acqua e la neve agiscono da superficie riflettente aumentando in modo significativo l’esposizione alle radiazioni ultraviolette.
Le radiazioni ultraviolette agiscono sulla cornea (la parte centrale trasparente del bulbo oculare) determinando una necrosi (cioè la morte) delle cellule che costituiscono il suo strato superficiale, con la messa a nudo dei piccoli filamenti nervosi che corrono immediatamente al di sotto di questo strato.
Queste terminazioni nervose hanno il compito di innescare una reazione di difesa quando un corpo estraneo sfiora la cornea; la loro messa a nudo determina quindi una elevatissima sensibilità della cornea a qualsiasi stimolo (anche al solo sfregamento delle palpebre) con la comparsa di dolore urente, intensa lacrimazione e fastidio alla luce (fotofobia), a cui segue uno spasmo palpebrale (chiusura delle palpebre) che, nei casi più gravi, rende impossibile la vista.
Tutto ciò è complicato dalla presenza del vento e del freddo che esaltano l’irritazione delle fibre nervose corneali, sia per azione diretta sulle stesse, sia aumentando l’evaporazione del film lacrimale protettivo.
In genere l’interessamento corneale (cheratite) è accompagnato da un’infiammazione della congiuntiva (mucosa che riveste la parte bianca del bulbo oculare e la superficie interna delle palpebre), che si manifesta con una fastidiosa sensazione di sabbia negli occhi, completando così il classico quadro della cherato-congiuntivite da radiazioni solari.
I sintomi insorgono in genere dopo 6-12 ore dall’esposizione al sole, quindi in genere la sera o la notte dopo l’escursione. Il dolore e la conseguente difficoltà nel tenere aperti gli occhi si mantengono anche durante la notte. Il danno sull’occhio non è di per sé grave in quanto l’epitelio corneale si rigenera in genere in 12-24 ore portando alla risoluzione dei sintomi.
La menomazione visiva presente durante la fase sintomatologia può essere invece grave, e può causare incidenti talvolta anche mortali.
La prevenzione si basa sull’adottare sempre degli occhiali da sole le cui lenti garantiscano un’adeguata protezione dalle radiazioni solari (leggere accuratamente il foglietto di accompagnamento dell’occhiale in cui il grado di protezione è riportato secondo una scala da 1 a 4; per l’attività su ghiacciai occorre una protezione almeno di grado 3).
A parità di capacità di assorbimento delle radiazioni UV sono migliori le lenti di colorazione più chiara, in quanto essendo più luminose limitano la dilatazione della pupilla (che normalmente si verifica con l’oscurità) determinando l’ingresso di una minor quantità di luce nell’occhio.
Devono inoltre essere dotati di protezioni laterali in modo da fermare la radiazione diffusa, il vento, e limitare l’azione del freddo. Gli occhiali devono essere indossati durante tutto il tempo passato sulla neve, dal mattino presto fino alla sera tardi e indipendentemente dalle condizioni metereologiche.
Poiché la lesione si risolve spontaneamente nell’arco di 12-24 ore la terapia consiste essenzialmente nell’attesa. Può essere utile applicare delle lacrime artificiali o delle pomate decongestionanti e/o riepitelizzanti per proteggere la superficie oculare, e nel mantenere bendato l’occhio in modo da evitare i movimenti delle palpebre. L’applicazione intermittente di ghiaccio sulle palpebre (al di sopra del bendaggio per evitare il contatto diretto con la cute) può portare del sollievo, probabilmente per la sua azione decongestionante sulla congiuntiva.
L’utilizzo di colliri antibiotici ha un significato protettivo non indispensabile, mentre sono da evitare colliri anestetici o cortisonici che, pur riducendo i sintomi, possono rallentare il processo di guarigione della cornea. Attenzione: se la sintomatologia persiste oltre le 24-48 ore sottoporsi immediatamente ad un controllo oculistico.
Infine, bisogna sottolineare che l’oftalmia da ghiacciaio è il pericolo minore conseguente alla scorretta esposizione dell’occhio alla luce solare e rappresenta un campanello d’allarme che ci indica che dobbiamo adottare dei corretti sistemi di protezione.
Ben più gravi sono infatti i rischi per la salute dell’occhio in caso di un’esposizione cronica senza un’adeguata protezione, che possono portare a gravi patologie, che danno segno di sé solo tardivamente, quando sono pienamente sviluppate, e per le quali non sempre le cure possono essere efficaci (cataratta, lesioni retiniche, tumori palpebrali).

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo

Capire quando è il caso, durante un’escursione impegnativa, di tirare fuori dallo zaino corda e moschettoni, non è facile…c’è sempre la tentazione di passare senza assicurazione, anche perché, visto che stiamo parlando di escursionismo, la difficoltà del (breve) passaggio non sarà certamente superiore al II grado in scala UIAA. Procedere in cordata per qualche tratto può essere necessario in salita (per via dell’esposizione e della difficoltà tecnica) ma soprattutto in discesa, giacché, al solito, scendere salti rocciosi è più ostico che salirli.

Vediamo brevemente cosa può essere utile avere con sé in questi casi e, in via del tutto esemplificativa, come conviene usare lo scarso materiale.
Va precisato con decisione che l’apprendimento delle tecniche di progressione in cordata è tutt’altro che semplice, richiede applicazione, impegno e, soprattutto, la frequentazione di un corso del CAI. Quanto qui riportato è il frutto dell’esperienza di un alpinista come tanti e non può essere sufficiente. A mio avviso, infatti, anche la lettura di un vero e proprio manuale di alpinismo non basta e rischia di fare solo confusione, figuriamoci quella di una pagina web…Ripeto, frequentare un corso di roccia o di escursionismo del CAI è necessario, anche perché è sul campo che verranno mostrate le diverse tecniche e si potrà venire corretti direttamente dall’istruttore, nel caso non si ripeta alla perfezione una manovra o quant’altro. Quanto qui riportato serva all’escursionista per incuriosirsi, affinché faccia il passo decisivo verso l’alpinismo, di cui, non le ferrate, ma l’escursionismo d’alto livello è l’anticamera, quando non già il primo passo.
Bene..il materiale! Consiglio di portare uno spezzone di corda da 10 mm di diametro e lungo 25 m (più è lungo e più pesa!), omologato come corda singola (numero di cadute al Dodero maggiore di 5 e forza d’arresto minore di 1200 daN; marchio con un uno dentro un cerchietto e, sotto, la scritta UIAA), almeno 6-7 spezzoni di cordino da roccia (8 mm di diametro e lunghezza di 1,5-2 m), chiusi ad anello con un nodo doppio inglese o a otto con frizione, e 8 moschettoni: 5 semplici e 3 con ghiera di chiusura. Questo è davvero il minimo! Tutto il materiale deve essere omologato per l’arrampicata (marchio UIAA) e adoperato solo per questa attività. Volendo si può portare qualche friend o nut, ma il loro impiego richiede “occhio” ed esperienza.
Prima del tratto difficile ci si lega ai due estremi della corda col classico nodo delle guide con frizione intorno alla vita, anche se un simile sistema implica grossi rischi in caso di caduta e sarebbe meglio utilizzare un’ imbracatura. Si cercano una o più clessidre od un masso incastrato ben saldo attorno cui faremo passare un cordino (questo punto si chiama “sosta”). Va bene anche uno spuntone ben pronunciato, a patto che il tratto da percorrere sia in orizzontale. Chi procede da secondo (soggetto B) dovrà ancorarsi alla sosta mediante un nodo barcaiolo fatto con la corda che parte dalla sua vita su di un moschettone a ghiera inserito nel cordino. Il primo di cordata (soggetto A) parte col resto del materiale, assicurato da B mediante un nodo mezzo barcaiolo, fatto su un moschettone a ghiera anch’esso inserito nel cordino di sosta. Lungo il tratto difficile, chi procede dovrà trovare altri spuntoni, clessidre o massi incastrati su cui far passare gli altri cordini ai quali andrà poi collegata la corda mediante un moschettone normale. Ultimato il tratto difficile o quando si è prossimi alla conclusione della lunghezza di corda, il soggetto A dovrà ancorarsi alla roccia come aveva fatto l’altro sotto di lui (cioè costruendo un secondo punto di “sosta”) e recuperare la corda in eccesso. Ora, messosi in posizione di assicurazione “a spalla”, potrà dire a B di disancorarsi e di raggiungerlo recuperando tutto il materiale. Si procede così finché il salto roccioso o la cengia esposta non ha termine. Il soggetto A dovrà essere quello più esperto dei due. In discesa si fa la stessa cosa ma chi procede per primo è il più inesperto e meno sicuro. Se pare conveniente (ma è raro!) si può fare una breve calata a corda doppia (di non più di una decina di metri, ovviamente, dal momento che la corda è lunga 25m in tutto). Attorno ad uno spuntone o ad una clessidra verticale o ad un solido masso incastrato si farà passare un cordino (inevitabilmente perduto) nel quale bisognerà far passare la corda doppiandola. Ci si cala “alla Piaz” usando come sicurezza un nodo Machard sulla corda, collegato autonomamente ad un cordino in vita. Finita la calata, si tira uno dei due rami della corda e la si recupera, facendo attenzione affinché non si incastri in fessure o altro. Se si dovessero fare più calate di seguito (quasi impossibile durante un’escursione!), bisognerà assicurarsi al punto di calata successivo, per tutto il tempo necessario a preparare l’ulteriore doppia.
Talvolta queste procedure non sono attuabili per la conformazione della roccia oppure perché la sicurezza dell’intera cordata non è accettabile (es: impossibilità di costruire soste “decenti”). In questi casi bisognerà valutare l’opportunità di procedere “in conserva” (gli alpinisti procedono simultaneamente, senza soste, quindi, ma piazzando un certo numero di protezioni intermedie ed agendo essi stessi da assicurazione dinamica per il compagno) o addirittura slegati.
Se il lettore non ha già delle conoscenze specifiche di progressione in parete, ben difficilmente potrà cogliere appieno quanto qui descritto. Non entro nei particolari proprio per evitare di far credere sufficienti le nozioni fornite. Serve la frequentazione di un corso di roccia, durante il quale si imparerà a fare i nodi, a costruire una vera sosta (garda, dinamica delle forze in gioco), a utilizzare i vari aggeggi per assicurarsi durante la progressione (chiodi, nut, friend, bong ecc..), a usare il mezzo barcaiolo, a mettere in pratica le manovre di autosoccorso della cordata, a capire i pericoli della montagna e ad affrontarli.

(fonte: internet)