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martedì 02 novembre 2010 | Autore: Roberto

Eccomi qua anche quest’anno a ricostruire la trama di un’avventura di montagna, a riempire con i miei ricordi un foglio di carta ancora vuoto e a fare in modo di poterne condividere la gioia, assieme a chi c’era, certo, ma assieme anche a tutti coloro che non c’erano e che vogliono per qualunque motivo sapere come è andata. Il trekking settimanale che sto per raccontarvi ha preso il nome di “Spizentin” e noi che l’abbiamo intrapreso, tra l’11 e il 16 agosto, ci chiamiamo “Relamàt” (In pratica siamo una sorta di “Belumàt”, solo che invece che da Belluno siamo da REvine LAgo). Sì, perché ogni anno, in base a dove decidiamo di andare e a cosa ci proponiamo di fare, quando ci si trova con Mastro-Robi per mettere insieme le idee sul percorso, ne esce sempre un nome nuovo, unico, diverso da tutti gli altri… così come unica e sempre diversa è in effetti anche ogni nostra avventura. C’è solo una costante che si ripete ogni anno e che non verrà mai messa in discussione cioè il fatto che si camminerà in montagna!

Quindi Spizentin è il nome della nostra camminata estiva 2010, un itinerario che ha unito il Col Visentin agli Spitz di Mezzodì. La scelta del percorso è stata dettata da molteplici fattori, ma in particolare dal fatto che buona parte dei più assidui partecipanti degli anni precedenti si è trovata a dover affrontare problemi con il lavoro. Annoverando tra i fedelissimi infermiere, ostetriche, viticoltori, studenti in stage e lavoratori a turni, è sempre stato difficile far combaciare i periodi di ferie e quest’anno, più ancora che negli altri, si è rivelata davvero un’impresa impossibile. La scelta di un itinerario vicino e con molte vie di accesso avrebbe quindi facilitato di gran lunga tutti coloro che si potevano aggregare solo per una parte del viaggio.

La partenza è stata una vera chicca, perché dopo sei anni in cui il ritrovo era sempre stato in stazione ferroviaria, questa volta siamo partiti a piedi. Niente treni, autobus, bus navetta o altri mezzi motorizzati. Nossignori, si parte camminando! Dopotutto stiamo affrontando un trekking, non vi pare? Perciò, molto più tardi del solito, dalla piazza di Revine e più precisamente proprio sotto casa di Mastro-Robi, ci siamo diretti “a piedi” verso i monti di cui eravamo “ai piedi”. All’appello c’erano, oltre ovviamente al sottoscritto (Bubu) e a Mastro-Robi, anche i “soliti” Albe (che è partito a piedi da Vittorio!), Darius, Giomo, Lella, Stefano, Lele e Fede e, infine, gli “insoliti” Daniele, M. Chiara, Roberto, Zanella, Davide e Sabrina (questi ultimi quattro alla loro prima partecipazione). Quindici è un ottimo numero per cominciare.

Ma veniamo al “calvario” iniziale. Siam partiti alle dieci di mattina, sotto un sole cocente, non ancora abituati agli zaini pesantissimi, percorrendo proprio la Via Crucis che conduce al Santuario di San Francesco di Paola… diciamo che questo inizio non gioca propriamente a nostro favore quando vogliamo spacciarci per esperti di montagna… eh eh! Vabbè, in ogni caso, con l’ausilio di innumerevoli pause, abbiamo risalito tutta la dorsale di questo incantevole segmento di Prealpi Trevigiane, per sbucare quasi in vetta al M.te Cor, all’altezza delle Casere Frascon. Una visuale fantastica sulla pianura si è aperta sotto di noi, seppur pervasa dall’inevitabile, afosa cappa di foschia estiva. Conoscendo bene il luogo, avevamo deciso già da un po’ che sarebbe stata proprio lì l’agognata pausa pranzo. Il tragitto è poi ripreso nel pomeriggio lungo le erbose creste ondulate che spesso mi capita di osservare anche da casa (abito a Mareno di Piave) quando cerco di dare i nomi a ogni gobba della linea che unisce il Cesen al Visentin.

Su e giù, su e giù, su e giù… quando si percorre quel tratto di sentiero, le antenne del Rif. 5° Artiglieria Alpina compaiono e scompaiono mille volte, ma sembrano non avvicinarsi mai. Per fortuna l’incontro con un gregge di pecore e con alcune specie indigene di funghi mangerecci ha rallegrato la nostra traversata. Una volta arrivati a forcella Zoppei sembrava ormai di essere sotto al rifugio, ma mancava ancora un bel po’. Il gruppone si è frammentato in più gruppetti e ci siamo ricongiunti tutti soltanto all’arrivo. I gestori ci hanno subito accolti bene, positivamente stupiti dal fatto che fossimo in quindici e non soltanto in due come era loro erroneamente parso di capire dalla telefonata di prenotazione. Per cena gran pastasciutta del “cogo” e funghi indigeni mangerecci. Sfruttando la lunga strada bianca carrabile, è venuto a trovarci a sorpresa il buon Marchetto, che ha passato la serata con noi, ma ci ha dovuto subito salutare perché la mattina seguente il turno in fabbrica lo aspettava.

Una notte “umida” ci ha gettati di prepotenza nel leitmotiv meteo della settimana. Infatti, salutati Davide e Sabrina che, sempre per motivi di lavoro, sono dovuti rientrare verso Vittorio V.to, ci siamo accorti dei cupi nuvoloni neri e tuonanti, provenienti da ovest, che hanno aspettato giusto cinque minuti dopo la nostra partenza, per scaricarci in testa la prima pioggia della Spizentin. Fuori i ponci e i k-way e via sotto gli scrosci fino a piazzale Nevegal. Da lì l’obbiettivo era la stazione FFSS di Belluno, da raggiungersi con interminabile discesa ricca di tratti asfaltati. Qualcuno lassù, mosso da pietà, ci ha risparmiato nel tratto più noioso e spacca-gambe di tutta la settimana chiudendo i rubinetti. Fino al giorno dopo non sarebbe più piovuto. Alla stazione del capoluogo Lele, in forte sofferenza per mancanza di allenamento e forse per aver un po’ esagerato coi ritmi il giorno prima, ci ha abbandonato ritenendo di non riuscire più a continuare.

La Valbelluna è lunghissima da attraversare a piedi e lo spostamento in corriera era stato ovviamente già predisposto in fase organizzativa. Da Belluno a “La Pissa” (fermata DolomitiBus della valle del Cordevole, dedicata quasi esclusivamente al sentiero CAI che poi abbiamo imboccato) saranno sì e no venti minuti, un “extra” che piace poco ai “puristi del trekking”, ma necessario per seguire il nostro tracciato. Qui ci ha raggiunti in auto Marica e siamo partiti per il ripido sentiero 503 che, una volta agganciata la carrareccia che porta al Rif. Bianchet, ci ha guidati per tutta la Val Vescovà. Come la prima sera, nell’ultimo tratto, il gruppone dei Relamàt si è di nuovo spezzettato. Questo è servito a non creare code al momento della doccia che, dopo due giorni, in molti abbiamo fatto volentieri. L’accoglienza di Valerio e di tutta la sua famiglia (suo genero è il noto Paolo Sani) è stata davvero fantastica e lo stesso si può dire della cena.

Per il giorno successivo era in programma, per chiunque se la fosse sentita (in teoria tutti, in pratica ben pochi), la salita al bivacco della Bernardina alla Gusela del Vescovà con l’aggiunta della vetta della Schiara per i “ferratisti” attrezzati. Poi nel pomeriggio ci saremmo dovuti portare con calma verso il vicino Rif. Pian de Fontana. Il meteo invece ci ha nuovamente fatto i dispetti: dopo un risveglio di primo mattino che sembrava promettere veramente bene, ecco le solite dense nubi a coprire tutto il cielo. Alla fine, in quattro coraggiosi, accompagnati da Milena, atletica “ragazza” sessantenne amica di Valerio, abbiamo raggiunto con non poca soddisfazione il bivacco per sostarvi un po’ dentro e tornare poi indietro sullo stesso sentiero. Se il tempo ci ha graziati in salita, non è stato lo stesso in discesa. Ha piovuto per oltre un’ora “a secie reverse”. Per fortuna niente tuoni, solo pioggia, pioggia e, seppur più moderata, ancora pioggia.

Alla fine abbiamo pranzato al Bianchet approfittando della già menzionata ottima ospitalità e lì siamo rimasti fino al pomeriggio quando è ci stata concessa la prima tregua. Salutati Marica e Giomo che (diretti rispettivamente in ospedale a Treviso per il turno e a Lignano per le ferie al mare) hanno preso la direzione opposta, ci siamo diretti di corsa verso est, percorrendo l’aereo sentiero 514 che dopo un iniziale tratto in salita conduce fino a forcella La Varéta tra ripidissimi prati, regalando splendidi eterei scorci di nubi e montagne. Da qui un tratto scivoloso in discesa e una breve risalita ci hanno fatto arrivare comunque abbastanza asciutti fino al Rif. Pian de Fontana. Abbiamo cenato subito, visto che era ormai ora passata.

Bisogna dire che rispetto agli anni precedenti, un po’ per la scelta dell’itinerario, ma molto di più a causa del meteo avverso, si è camminato assai di meno e si è mangiato molto, molto di più. E’ giusto dire che, vista la distanza abbastanza ridotta tra i vari rifugi, per ogni giornata era stata prevista una variante o l’aggiunta di una vetta o una forcella o un bivacco da raggiungere dopo aver lasciato il grosso dello zaino in rifugio. Ma se questo sistema permette di camminare più “leggeri” e permette anche a chi è più stanco di aspettarsene al coperto il rientro degli altri, allo stesso modo, se piove a dirotto, questo sistema convince tutti anche a scegliere di rimanere al calduccio, coccolati dal calore di un caminetto, a “magnar e bever” fino a che non si decide a smettere. Gli anni precedenti, quando pioveva, ti toccava sempre prendertela perché il prossimo rifugio era lontano, così lontano che non si poteva nemmeno aspettare più di tanto per partire! Quest’anno non è stata così e, nonostante una leggera amarezza personale perché in queste avventure mi piace di più lo stile “eroico”, bisogna anche ammettere una cosa: ai Relamàt riescono molto bene anche i momenti conviviali in rifugio.

Finalmente all’indomani il tempo per un po’ ha voltato faccia. Sole e cielo azzurro con poche nuvole. Come da programma abbiamo dovuto salutare altri due membri dell’equipaggio che per motivi di lavoro non potevano più proseguire, il buon Daniele e Zanella, grande giullare e dispensatore di buonumore 24/24h. La triste sorpresa è stata che anche Roberto e Stefano, sfruttando il passaggio che gli altri due avrebbero loro offerto una volta a Soffranco, avevano deciso di abbandonare. Il primo per dichiarati problemi fisici alle gambe e il secondo, probabilmente, per sopraggiunta depressione meteoropatica. Ecco che la Spizentin, così ricca di punti di accesso per chi voleva aggregarsi in qualsiasi momento, si è rivelata in realtà ricca di vie di fuga, rese più scorrevoli dalla pioggia.

Così, rimasti in sette (e qui siamo veramente al minimo storico), abbiamo risalito il ripido crinale erboso alle spalle del rifugio, sempre seguendo il sentiero 514 fino a portarci nel Vant de Zità de Fora, sotto alle tre cime de Zità. Un posto di una bellezza incredibile. Abbiamo pranzato in forcella, all’aperto, dopo tre giorni finalmente al sole, anche se nuove nuvole si stavano rapidamente accumulando attorno alle cime. Dopo una lunga sosta e la brevissima facile scalata a una delle tre cupole rocciose che formano questo gruppo, siamo scesi sull’altro versante per giungere, attraverso paesaggi da “Signore degli Anelli”, fino al Rif. Pramperet appena un attimo prima che la pioggia raggiungesse noi. Ad aspettarci con un te caldo abbiamo trovato Stefano, Marta e Laura che ci avevano avvisato già il giorno prima di questa loro breve incursione. Il temporalone che si è abbattuto sopra di noi quella sera ha però fatto sì che i nostri amici decidessero di fermarsi anche a dormire. Qui si è verificato un simpatico paradosso: Laura, che il giorno dopo doveva lavorare, si è trovata a non poterci andare perché era bloccata dalla montagna in barba a tutti coloro che in montagna non ci sono potuti venire, perché erano bloccati dal lavoro. La notte ricordo di averla passata sul terzo piano del letto a castello, a pochi centimetri dal tetto con un rumore assordante di pioggia scrosciante e tuoni a non finire.

Al mattino di nuovo sprazzi di sereno. Ma sapevamo tutti che non era una situazione stabile. Stefano, Marta e Laura hanno approfittato subito per ripartire e li ha seguiti Fede, che già dal giorno prima non si sentiva molto bene. Noi sei superstiti Relamàt, al nuovo record minimo di partecipazione, siamo rimasti in rifugio, perché le previsioni davano un miglioramento più sensibile solo dal pomeriggio. Così, mentre fuori si alternavano piovaschi e schiarite, abbiamo trascorso l’intera mattinata decorando, com’è usanza, le magliette di ciascuno con auguri, dediche e frasi simpatiche. Dopo pranzo siamo ripartiti e dopo soli tre minuti sono nuovamente dovuti uscire allo scoperto anche i ponci. Questa volta però siamo stati graziati: la cosa è durata pochi minuti e siamo riusciti a scendere sotto un tiepido sole per buona parte della Val Prampèr fino a congiungerci con il cartello che indicava a destra il sentiero 534.

Proprio lì si è proceduto con il consueto gelido bagno nel torrente. I Relamàt maschi, in costume da mare, si sono immersi completamente come ogni anno per dimostrare alle femmine, che in realtà li scherniscono puntualmente, quanto siano impavidi e coraggiosi. Beh, coraggio a parte, non abbiamo fatto in tempo a concludere il rituale che dopo dieci minuti ci siamo lavati di nuovo sotto l’ennesimo acquazzone. Questa volta, tra l’altro, avremmo dovuto risalire una piccola ferratina appoggiata sulla parete di un canalone, ma abbiamo prudentemente preferito aspettare sotto un piccolo tetto di roccia che le ostilità finissero. Dopo un’oretta siamo riusciti a ripartire affrontando il sentiero attrezzato in contromano rispetto all’acqua. Acqua che, nonostante avesse smesso di piovere, ancora scendeva a cascatelle da ogni minimo salto di roccia. Superato questo tratto siamo arrivati “sora’l sass” e dopo un quarto d’ora eravamo in vista dell’omonimo, accogliente rifugio. A questo punto, con Mastro-Robi e Albe, asciugatisi un po’ e abbandonati gli zaini, siamo andati a recuperare Marica e Lucia, che avevano lasciato l’auto a Forno di Zoldo e ci hanno raggiunto per l’ultima notte.

Ultimo giorno. Nonostante la pioggia, nonostante le tappe più corte e nonostante le quote più basse rispetto a quanto eravamo abituati negli anni precedenti, devo dire che non è cambiata minimamente nella mia testa quella sensazione di “malinconia da epilogo” che mi prende ogni volta, quando penso che alla sera farò ritorno a casa. C’è poco da fare, mi piace troppo questa cosa, gli amici, dormire in rifugio, vivere la montagna, lo spostarsi a piedi con fatica e lo stupore dietro ogni panorama, dietro a ogni angolo… Salutati i gestori e la povera Marica, che ha preso per cause di forza maggiore la direzione opposta, ci siamo portati sul sentiero 532, diretti al Gran Belvedere. Io e Darius abbiamo scelto l’alternativa del sentiero 533 che invece che al Belvedere, intasato di nuvole, ci ha portati fino all’impervia forcella La Porta. Tanta nebbia sì, ma anche tanti scorci stupendi di grande verticalità e qualche camoscio che ci controllava guardingo, aggirandoci dietro agli speroncini di roccia, i tipici “spitz”. Una volta alla forcella ci siamo portati in cima a una di queste piccole torrette e ci siamo finiti con piacere tutta la carne secca rimasta tra le provviste del Darius.

Poi giù di corsa fra le ghiaie per ricongiungerci con gli altri alla forcella di Col Pelos, di nuovo sul 532. Qui è cominciato il lungo anello panoramico che, attraverso le cime di Col Pelos e le casere Col Marsang (sentiero 531), aggira sul lato ovest gli Spitz portandoci in centro a Forno di Zoldo. Proprio mentre eravamo in vista delle prime case del paese, ecco che ha ricominciato a gocciolare. Sono tre anni del resto, che la pioggia ci saluta nell’ultima tappa del trekking, ma questa volta francamente, non l’abbiamo presa con molta filosofia. E per concludere, al gelato che da mesi ci eravamo prefissati di prendere una volta giunti a Forno, sono subentrati toast, birre e anche qualche te caldo. La corriera Dolomitibus delle sei meno dieci ci ha depositati a Longarone dove abbiamo dovuto aspettare quasi tre ore per prendere il treno diretto a Vittorio. Una divertente pizza in centro ha decisamente dato un valore aggiunto alla lunga serata di attesa.

Come posso concludere? Beh… senza dubbio la Spizentin è nata “un po’ così”, insolita, strana, diversa dalle altre. Una partenza “diversa”, un itinerario “diverso”, un meteo e una partecipazione “diversi”. Ma ha regalato, a chi come me l’ha vissuta dall’inizio alla fine, una montagna nuova, un mondo regolato ancor più del solito dalle forze della natura, dalla pioggia e dal vento, dall’acqua e dall’aria, da due elementi che possono permettersi di giocare tra i labirinti delle valli, di nascondersi e muoversi tra le pareti, percorrendo distanze a velocità incredibili e saltellando da una parte all’altra mosse solo da loro stesse e dalla forza di gravità. Mentre noi, sotto, non possiamo fare altro che ammirare. Perché anche tutto questo ha un suo fascino: provate a pensare a tutti quei piccoli scorci incorniciati dalle nubi, alle cupe sagome dei massicci celate dalla foschia, allo scrosciare della pioggia che scandisce il tempo nel caldo accogliente dei rifugi, all’incomprensibile e inaudita potenza dei tuoni e dei fulmini. E’ proprio vero, noi non possiamo fare altro che ammirare con stupore e rispetto la grandezza del creato… aspettando che queste forze, una volta soddisfatte, ci cedano finalmente il passo.

 Luca “Bubu”

martedì 02 novembre 2010 | Autore: Roberto

Attenzione, dal binario è in partenza un vagone carico di Bortolot, con al seguito zaini, scarponi, sacco letto, vivande… ferma a Cortina, Braies, Dobbiaco. Agosto, adrenalina a mille in attesa della chiamata, non vedo l’ora di scarpinare sui sentieri tra un rifugio e l’altro, è passato più di un anno dal Tessa! Poi la telefonata con la notizia che non ti aspetti, capotreno Marcello infortunato al ginocchio!

Attimo di silenzio tombale… e poi AAAAAAHHH!!!! Urla strazianti di dolore, noooooo non può essere vero, il giro classico dei Bortolot salta, ci vuole una soluzione alternativa ma allo stesso tempo Bortolottiana. E qui ci sta la spiegazione… il ginocchio di Marcello è saltato su una mina, ehm… su un sasso del Cavallo nel tentativo miseramente fallito di percorrere l’alta via sei all’incontrario, ovvero da Vittorio. Ma perdindirindina, proprio sto anno dovetu farla sta via, e po’ prima del giro dei Bortolot?!? Ma forse sta scusa del zenocio ne va ben a tuti, sen strachi, ven bisogno de riposo e in fin dei conti dopo la ‘ina ghe ne una ogni matina!

Va ben ‘nden vanti. Pensa che non ti pensa, giro de aperitivi, giro de prosecchi tra i Bortolot affranti e sconcertati e poi l’idea illuminante… se va a funghi! Bravi, e Franco e Robi che no li conosse gnenca de stris? Niente paura, Max è un esperto fungaiolo, pericoli di intossicazione zero, speriamo bene!

I giorni del giro da quattro si riducono a tre, viaggio compreso, campo base a Dobbiaco, Maso Funghenhof, vista unica su Dolomiti di Sesto e Braies e sulla Val Pusteria. Per depistare come si conviene le nostre donne ( ehm, non fategli leggere queste righe sich, che ci credono eroi tra le guglie…) si parte addobbati di tutto punto in trekking, anzi per rendere ancora più l’idea o forse perché già in difetto con le nostre, esageriamo i contenuti degli zaini. (Tanto nella nostra testa già sappiamo che appoggeremo il tutto in una cameretta a cinque e viaggeremo solo con cestello e coltellino chiamato “britola”). Visto che no se camina pi de tant, la notizia fa il giro del comprensorio e nugoli de amici tra i fungaioli si fanno avanti ma solo uno, uno solo riuscirà ad aggregarsi, si sa la macchina al massimo ha cinque posti… Giovanni el diretor sarà dei nostri e anche lui in fatto di funghi se la cava, alla selezione esibisce con maestria patentino del corso del grado superiore per cercatore di mazze di tamburo, in gergo “capeon” e come possiamo non invitarlo.

Insomma i giorni passano (uno di viaggio, siamo al secondo giorno, centrale e penultimo, sich) e la mattina fatidica fa capolino. Una bella nebbia per cominciare che poi dirada in uno splendido sabato di fine agosto. I ruoli sono assegnati, Max regista fotografo capo raccoglitore e selezionatore buono, tossico, velenoso (tipo celo, manca, butta…), pulitore e cuciniere.

Ala destra Giovanni diretor de l’operazione in codice denominata “Bortolot porcini”, decantatore dei nomi in  latino, Boletus Eduis, Boletus Satana, Amanita Muscaria, porci nello, brisa, fungo del pan, brunet (che sie dialeto?), porta cesto e cellulare acceso, no se sa mai…

Ala sinistra Franco e Robi, cercatori provetti, camminatori scalpitanti, senso dell’orientamento al profumo di porcino… primo fungo raccolto, urla, applausi, evviva… Amanita Falloide (mortale!!! Orrore negli occhi di Max), poi come i bravi principianti porcini a gogò.

Centrale, attaccante infortunato Marcello, certificato medico appresso, in riposo trotterellante leggero tra i boschi in piano, fotografo naturalista, assaggiatore ufficiale dei piatti.

Morale, a fine giornata trentaquattro tra brise e porcini anche maestosi, funghi misti a volontà tra finferli, gialletti, steccherini, verdoni ecc ecc e quindici porcini subito sacrificati all’altare della gran cucina, mangiati cotti e crudi in tutte le salse… tritati finissimi, olio, prezzemolo e limone, saltati in padella, appena soffritti con la panna e le tagliatelle, fritti, nel misto… il resto essiccati e in freezer per future prelibatezze.

Voi chiederete, ma non hai raccontato la raccolta, il posto, dove, come… beh certo, ma i segreti mica si possono svelare! Recatevi dalle parti di Dobbiaco nel periodo giusto e cercate, lì troverete il tesoro… brise e porcini a volontà. I cercatori di funghi sono avvisati, adès ghe né altri do che conosse i posti… e anca i funghi!

L’avventura finisce con le  pulizie dei funghi, in religiosa contemplazione dei porcini (maestria di Max) e dell’appartamento e un saluto alle mucche nella stalla a fianco. Consigliamo stube Winkelkeller per la cena, un buon prosecco per il risotto ai funghi e una visitina alle nonne di Villa Bianca, dove tra un wist e un laboratorio Giovanni e Franco vi racconteranno di Bortolot e di porcini. Ah, Marcello, vedi de farte meter a posto el zenocio per la prossima, ok?

Ironia, avevamo le tessere CAI appresso, nel bosco oscuro potevano servire?!?

Robi – Bortolot

venerdì 12 febbraio 2010 | Autore: Roberto

“Ehi! Ehiiii!!! Svegliati dai che sono le 6 meno 10…” Ma cos’ha mia mamma da rompere adesso, si sta così bene a letto… “Dai, tirati su! Ma a che ora ti vengono a prendere?…”  Sì… zzzzzzzzz… mi vengono a prend… zzzzzzz…  mi vengono a prendere?! Ma per andare dove?!?  Poi realizzo. Mi alzo di scatto come un velocista sui blocchi di partenza! Mamma, sono già le 5.55, dovevo alzarmi mezzora fa! Tiro subito un sospiro di sollievo quando ricordo che questo è il primo anno che ho tutta la roba pronta dalla sera prima e dopo soli venticinque minuti mi ritrovo catapultato sul treno diretto a Calalzo. A Conegliano saliamo in tre, Bubu Sherman e Buso, il resto della comitiva si aggregherà alla stazione di Vittorio Veneto. Le ruote del convoglio stridono sotto la morsa dei freni e dalla porta ecco sbucare finalmente i vari Robi, Marica, Lella, Dario, Giomo, Albe, Lele, Franchino, Gabri, Stefano, Giulia e Manuele.

Per chi non ricordasse l’articolo dell’anno scorso, quello che facciamo ogni estate ormai da sei anni non è solo un semplice trekking di una settimana. E’ piuttosto un “carrozzone” itinerante, carico di storie, di esperienze, di amicizie… è un continuo susseguirsi di emozioni, condivisioni, immense gioie ed estenuanti fatiche, il tutto condito di quel sale che solo la montagna sa offrire. I partecipanti sono i più svariati, tutti molto diversi l’uno dall’altro, ci sono i frequentatori abituali della montagna e ci sono i neofiti, ci sono i “cittadini” e i “campagnoli”, ci sono gli irriducibili e quelli che salgono una volta soltanto su questo carrozzone, per poi scomparire o riapparire quasi per magia qualche anno dopo. L’unica cosa sicura è che si parte tutti assieme e che tutti assieme dovremo faticare e divertirci, divertirci e faticare, il resto poi verrà da sé.

Quest’anno il percorso ci porterà da Sappada a Padola, tragitto inverso e diverso rispetto a quello della prima edizione del 2004. La scelta di tornare a collegare nuovamente queste due splendide località non è stata dettata dal caso: Robi il padre fondatore di quest’avventura, ha voluto rendere omaggio così al ricordo di Don Antonio Rosolen e ai 40 anni del suo Campeggio. In questi luoghi infatti la parrocchia di San Martino di Colle Umberto (alla quale si è aggiunta negli ultimi anni quella di Revine Lago), ha visto nascere e crescere questo sogno estivo che vede tuttora impegnati nell’animazione gran parte dei partecipanti a questo trekking.

Primo giorno – In treno già si respira aria di festa, le facce sono distese, le porte automatiche si chiudono. Sono le 6.43 del 17 agosto 2009, si parte. “Padolada” è cominciata! Giunti a Calalzo attendiamo pazientemente il bus che ci porterà fino a Cima Sappada sostando presso il bar della stazione e alleggerendo Robi di uno dei pesi che porta sempre per noi all’interno del suo zaino stile Mary Poppins: una gustosa torta fatta in casa sparisce in men che non si dica tra le fauci agguerrite di noi “Padoleri”. Un simpatico pulmino prende poi il posto della corriera e con due viaggi, in meno di mezzora, ci trasporta tutti fino a Baita del Rododendro dove avranno inizio le vere fatiche.

Sotto un sole che spacca le pietre cominciamo a inerpicarci per il ripido sentiero che conduce ai Laghi d’Olbe. Approfittiamo di qualche cascatella lungo il percorso per rinfrescarci, Lella ripete insistentemente che vorrebbe dell’anguria, forse siamo partiti un po’ troppo forte! Ai laghi optiamo quindi per una sosta pranzo anticipata, qualcuno ha veramente bisogno di riposare. Alcuni di noi avevano intenzione di fare un bagno rinfrescante ma delle simpatiche vacche ci anticipano proprio sul più bello invitandoci ad affidare il nostro battesimo per immersione ad un altro specchio d’acqua. Diamo da mangiare anche ai voracissimi e numerosissimi pescetti che invadono le vicinanze della riva e infine ci decidiamo a ripartire alla volta del Passo del Mulo.

La salita è ripida e il sentiero sale zigzagando; la comitiva si sfilaccia, si divide in piccoli gruppetti, ognuno col suo ritmo, ma in cima ci si aspetta tutti. Avanzare compatto per un gruppo così numeroso non è per nulla facile, e con gli anni questa si è rivelata la strategia migliore, è bello poi notare come i gruppetti che si formano siano sempre diversi, con questo sistema non si finisce affatto per dividersi, anzi, ci si conosce meglio interagendo con pochi e cambiando spesso. Alla fine si finisce per amalgamarsi meglio tutti e anche al termine di questi sei giorni sono sicuro che saremo molto più uniti di quando siamo partiti.

Dopo aver ammirato e fotografato per bene il fantastico panorama del Peralba e della Cresta Carnica, si comincia la discesa ed anche qui è bello notare la differenza degli stili: il ripidissimo ghiaione che ricopre il versante nord vede alcuni di noi scendere in picchiata mentre altri preferiscono mettere lentamente un piede davanti all’altro come se camminassero sulle uova. Ci si aspetta nuovamente, si riparte e ci si separa di nuovo fino a giungere dapprima nei pressi delle sorgenti del Piave e poi, con gran tirata finale, al Rif. Calvi che ci ospiterà la prima notte. Qui i più temerari però hanno ancora una cartuccia da sparare. C’è la vetta del Peralba da conquistare in memoria dei campeggiatori che tante volte l’hanno salito. Robi convince gli amici gestori a ritardare l’orario di cena per tutti e, con il sottoscritto, Buso, Sherman, Albe, Manuele, Gabri e una sorprendente Lella, partiamo per andare a gustarci il tramonto a quasi 2700m di quota. Gabri desiste quasi subito sopraffatto dai crampi, ma noi ce la facciamo. E’ proprio una toccata e fuga ma ne vale assolutamente la pena, in più abbiamo ricevuto dai gestori l’onore di sostituire il vecchio libro di vetta con quello nuovo e portiamo orgogliosamente a termine la missione. Quando rientriamo al rifugio è buio pesto e le torce che ci siamo prudentemente portati appresso ci guidano sino all’ingresso. Una cena strepitosa e abbondantissima conclude la giornata.

Secondo giorno – La sveglia suona presto, inizia una lunga giornata: quest’anno come di consueto, abbiamo studiato il percorso (io sono uno degli incaricati) in modo da faticare parecchio i primi giorni per poi riposarci nella parte finale. Oggi si entra nel clou di questo particolare meccanismo visto che dal Calvi dobbiamo arrivare fino all’austriaco Porze Hütte. Da mesi il dibattito fra noi tecnici dell’itinerario è il seguente: procediamo sopra la Cresta Carnica sul “panoramicissimo” sentiero 172 oppure optiamo per la più comoda e bassa Strada delle Malghe? Abbiamo fatto anche un paio di ricognizioni per cercare di capire l’entità delle forze in gioco, ma hanno portato solo ulteriore confusione: fatto sta che lasciamo il Calvi senza ancora aver deciso.

Alcuni di noi, lungo la breve salita al Passo dell’Oregone realizzano di essere ancora stanchi dal giorno prima e per di più Marica non sta per niente bene. Al momento del bivio proseguiamo perciò tutti per la strada delle malghe, anche se tra gli arditi del gruppo si vocifera della possibilità di riallacciarsi più avanti al mitico sentiero in cresta. Si procede piano, con innumerevoli pause che rompono il ritmo e danno l’impressione di non andare più avanti. La svolta arriva a Casera Antola di Sopra, dove la sosta di rito si prolunga oltre il solito: il gruppo si divide in due parti, uno affronterà la Cresta Carnica e l’altro proseguirà per il Sentiero delle Malghe. Ritrovo per tutti al Porze Hütte, ma radio sempre accese per tenerci in contatto. Faccio parte del gruppo degli arditi, perciò saluto tutti gli altri che sorseggiano il buon te caldo della casera e riprendo il cammino. Per un’oretta buona proseguiamo in quota parallelamente alle creste e finalmente troviamo il segno bianco-rosso con chiara indicazione di svolta a destra per la Cresta Carnica. Lì il sentiero svanisce e iniziamo a percorrere un lunghissimo pendio prativo che sale, sale, sale fino ad una croce lassù, piccola piccola… erba alta, niente tracce, niente bolli o sentieri segnati… ognuno per la sua strada, a “scaveza-camp”. Per fortuna non ci sono pericoli, solo marmotte in quantità che corrono su e giù nascoste fra l’erba altissima infastidite probabilmente dal nostro passaggio. Arrivo per primo in forcella e mi accorgo che quella che avevamo ipotizzato essere una croce è in realtà un semplice palo di legno, poco male, dietro si apre un panorama fantastico… ora anche l’occhio può prendere fiato e sconfinare oltre le cime più lontane, da una parte Italia e dall’altra l’Austria: ragazzi, siamo proprio a cavallo!

Dopo una sosta spuntino ripartiamo e ci gustiamo a pieno questa bellissima traversata, su e giù, tra prati verdissimi e cielo. Ogni tanto le nostre modeste radio riescono a metterci in contatto con gli altri e a un certo punto li abbiamo anche a contatto visivo. Ci spiegano che il loro itinerario è risultato essere ancor più facile del previsto e che si stanno fermando a far festa in ogni malga. In una hanno addirittura trovato dei simpatici signori che hanno allestito una sorta di “balera”. Noi invece ci rendiamo conto che stiamo facendo tanto dislivello perché il profilo di cresta è tutt’altro che pianeggiante, ma siamo contenti della nostra fatica aggiuntiva e ci prefiggiamo l’obbiettivo di arrivare prima dei “filo-malgari”. Ridiscendiamo infine fino a Forcella Dignas e subito dietro troviamo il rifugio austriaco Porze aspettando una buona mezzora prima che l’altra squadra ci raggiunga. Siamo arrivati primi!

Il Porze è un rifugio bellissimo ma con gli “hütte” e coi gestori austriaci noi Padoleri non abbiamo mai avuto grande feeling, per carità i ragazzi che ci hanno accolto sono impeccabili, ma il loro temperamento rigido poco si amalgama col nostro spirito goliardico e quindi veniamo un po’ frenati sia sul piano alimentare sia su quello canoro. Per fortuna ciascun gruppo ha da raccontare all’altro un sacco di aneddoti e trascorriamo comunque una piacevole serata.

Terzo giorno – Con Albe, Buso, Gabri e Sherman lascio prima degli altri il rifugio: per noi padoleri d’alta quota oggi altra “giornatona”: in programma l’ascesa al monte Porze-Palombino (perché austriaci e italiani non riescono mai ad accordarsi per dare un nome unico alle cose?) e il sentiero attrezzato C. D’Ambros per ricongiungerci infine con il resto della compagnia al Filmoor Hütte. Gli altri partiranno più tardi  e raggiungeranno questo curioso rifugio percorrendo il comodo sentiero 403. Risalita forcella Dignas proseguiamo il nostro viaggio sulla Cresta Carnica da dove lo avevamo interrotto. La cosa assurda è che questo tratto di sentiero lo abbiamo percorso in tre di noi già la settimana scorsa, era in sostanza una delle “ricognizioni” che avevamo effettuato io Albe e Sherman, ma non ci pesa affatto ripeterlo, anzi… infiliamo gli imbraghi (che dovrebbero non servire, ma non si sa mai) e iniziamo a inerpicarci su questo maestoso zoccolo roccioso. La salita non è impegnativa e i panorami sono davvero impagabili. Dopo un ultimo tratto facile, arriviamo in cima e ci sediamo a sgranocchiare qualcosa sotto la maestosa croce di vetta. La pausa è breve, ripartiamo subito perché sappiamo che la strada è ancora tanta. Effettuiamo la discesa su un altro tratto attrezzato che questa volta non conosciamo e dopo un incontro ravvicinato con un simpatico gregge raggiungiamo l’inizio della ferrata D’Ambros.

Questo itinerario che attraversa tutta la Cresta della Pitturina collegando Cima Vallona al Monte Cavallino non è altro che un vecchio percorso di guerra pieno di gallerie, trincee e resti bellici. Il sentiero è molto “aereo” e in alcuni punti ben esposto, il buon Albe lamenta il fatto che ci sono tratti dove la corda metallica è usata a sproposito, mentre in altri dove servirebbe non c’è nemmeno l’ombra di un chiodo. Procediamo lentamente gustandoci questo bellissimo scorcio di montagna, riusciamo anche a comunicare via radio: gli altri ci stanno osservando dal Filmoor dove sono giunti già da un bel po’. Una volta ricongiunti scopriamo questo fantastico rifugio che si discosta non poco dagli altri Hütte incontrati fino ad ora. Il gestore, il signor Günter è proprio un personaggio, viene da Vienna e si presenta con capelli lunghi, gilet in pelle marrone, zoccoli di legno, è cordialissimo e nella fontanella appena fuori dal rifugio tiene in fresca un centinaio di lattine di bibite che fanno proprio gola. Anche la cornice attorno, con il Cavallino a dominare la scena, è davvero spettacolare. Ci fermiamo un pezzo e recuperiamo tutto quello che non siamo riusciti a ingerire la sera prima.

Ripartire è dura ma è necessario se vogliamo arrivare prima del buio. Il lungo sentiero 146 ci accompagna di nuovo fra verdissimi prati, marmotte e vacche al pascolo. Davanti a noi vediamo avvicinarsi sempre di più il Col Quaternà, altro obbiettivo della Padolada. Robi è deciso a conquistarne la cima perché l’ultima volta l’aveva salita da bambino quando era campeggiatore e oltretutto perché era in programma anche alla Sappadola, ma avevamo dovuto rinunciarvi a causa del forte ritardo in cui ci trovavamo quel giorno. Saliamo quasi tutti, in fondo si tratta di una deviazione di poco più di un centinaio di metri. In cima festeggiamo, ma ricordiamo anche in silenzio tutto ciò che questo colle ha rappresentato nei lontani tempi di guerra. E’ veramente un momento significativo. Ma è tardi, dobbiamo affrettarci e scendere giù fino a Casera Rinfreddo. Il gruppo di gestori ci accoglie a braccia aperte. E’ un vero agriturismo più che un rifugio: acqua calda, cena ottima, possibilità di cantare fino a tardi e di far festa. Poi tutti in branda, le tappe più impegnative son finite e domani è un altro giorno!

Quarto giorno – Mi alzo con un pensiero fisso, oggi Maki si aggregherà alla comitiva. Ho proprio voglia di vederla e di condividere con lei tutto questo. Quella odierna è la giornata più facile, poche ore di cammino e dislivello relativo, possiamo proprio prendercela con calma. Colazione abbondante, foto di rito con i gestori e partenza blanda, in discesa, verso il Passo Monte Croce di Comelico, unico incontro del nostro viaggio con il mondo civilizzato.

Il serpentone d’asfalto e il parcheggio a pagamento stracolmo e gestito dai cinesi ci ricordano brutalmente la dimensione reale del mondo in cui normalmente viviamo. Credo di parlare a nome di tutti quando dico di essere ben felice di avere davanti ancora altri tre giorni di montagna… Per fortuna una folta chioma di lunghi capelli biondi e due occhioni azzurro cielo distolgono il mio sguardo dalle roboanti moto che percorrono la statale 52. Ora c’è anche Maki. Penso tra me e me che di più proprio non potrei chiedere. Ma ecco che la comitiva che è venuta a trovarci (fatta di genitori e amici) estrae dal baule dell’auto una quantità indefinita di panini con formaggio e affettati… Vado in visibilio, sono quasi commosso, nulla sembra poter rovinare tutto questo quand’ecco che, al termine del banchetto, giunge una triste sorpresa: Manu ci abbandona. Prima di partire con noi ha affrontato una estenuante settimana di trekking in solitaria in Valle d’Aosta ed è tornato con un ginocchio infiammato; il riposo di qualche giorno sembrava aver risolto tutto ma la ripartenza dopo troppo poco tempo non è stata affatto gradita dall’articolazione incriminata. Il risultato è che il nostro amico zoppica da due giorni e preferisce non rischiare di peggiorare la situazione. Se ne torna a casa. A malincuore lo salutiamo con la promessa di ritrovaci tutti assieme al nostro ritorno e riprendiamo la via per il Rifugio Berti, riparo delle nostre prossime due notti.

Saliamo senza fretta dividendoci e aspettandoci più volte come nostra abitudine. Da Pian de la Biscia proseguiamo poi a ranghi compatti. L’atmosfera è tornata allegra, Buso, fino ad ora spento, si riaccende come di colpo e comincia a tenere banco facendo il pagliaccio. Lo fa per tutto il tempo, non riusciamo più a spegnerlo, canta, urla, scherza, ride, organizza persino un “percorso salute” improvvisato e alcuni di noi ci cimentiamo nelle più svariate e assurde discipline che esso propone. A questa simpatica baraonda prende parte un numero sempre crescente di Padoleri. Quando poi, intorno alle 14.00, arriviamo sul terrazzo del rifugio, che è stracolmo di gente, attiriamo subito l’attenzione di tutti. Inizialmente sono preso dal timore di poter recare fastidio: di solito chi ama la montagna vuole fuggire dalla confusione (e noi di confusione ne facciamo parecchia), ma subito alcune battute della famiglia di romani che ci siedono accanto fanno miseramente cadere questo mio sentore. La festa continua, si ordina da bere, da mangiare… solo l’intervento di Bruno, il gestore, ad un certo punto riesce a fermarci.

La giornata però è ancora lunga, siamo abituati a camminare fino a sera e ad arrivare stanchi, mentre oggi abbiamo camminato poco e siamo arrivati presto. Siamo carichi come molle, ma che fare? Buso, che deve ancora sfogare le sue energie pressoché illimitate, si porta sul pendio che affianca il rifugio a comporre con i sassi il suo nome per inserirlo fra i mille altri che riempiono il prato. Noi che non siamo da meno ci organizziamo e andiamo a comporre la scritta “PADOLADA”: una squadra di quattro “portatori” e di due tecnici, coadiuvata da innumerevoli supervisori a distanza, pronti a impartire ordini via radio dal rifugio, realizza in un paio d’ore la scritta di sassi bianchi più bella, grande e visibile che il Berti ricordi. Ora siamo soddisfatti. Possiamo attendere con calma la cena e trascorrere una serata tranquilla all’insegna dello yogurt con i mirtilli.

Quinto giorno – Stamattina siamo cinque in più: dal Rifugio Lunelli sono saliti Fede e l’allegra famigliola Sommariva composta da Stefano, Giusy, Marta e Anna. Fino a domani saranno dei nostri e oggi ci accompagneranno fino al Passo Sentinella che è un’altra storica meta dei campeggiatori di Don Antonio Rosolen. Questa tappa andata-ritorno l’abbiamo spudoratamente copiata dal secondo giorno della Sappadola, ma è talmente bella e i panorami sono talmente suggestivi che non abbiamo potuto assolutamente tralasciarla. Il meteo inoltre ci sorride come e più di sempre: Bruno il gestore sostiene addirittura di non avere ricordo di esser mai uscito dal Berti e aver trovato i 14°C che segnava il termometro stamattina alle 7. In effetti fa caldo, insolitamente caldo e i nostri amici giunti dalla pianura confermano che “giù” il clima è davvero invivibile; penso che siamo proprio dei privilegiati a fare le ferie quassù a 2000m… Dato che stasera faremo ritorno qui, prepariamo lo zaino inserendo solo lo stretto indispensabile e noi “ferratisti” aggiungiamo anche l’imbrago e il caschetto: oggi per noi è in programma anche la Ferrata Zandonella alla Croda Rossa. Si parte.

Il primo segmento di sentiero sale ondulato su di un piccolo promontorio che nasconde il timido Laghetto di Popera, lì al ritorno è assolutamente in programma il bagno di rito, anche perché siamo in attesa di farlo ancora dai Laghi d’Olbe. Poi ecco il lunghissimo ghiaione che porta fino al Passo della Sentinella, lo risaliamo lentamente e con numerose pause; questa volta arrivo su quasi per ultimo, la fretta è il mio ultimo pensiero. Una volta in cima il ricordo torna indietro sino al 2004, ripenso a quando questa compagnia di splendide persone l’avevo vista per la prima volta soltanto il giorno prima: mi sentivo già perfettamente a mio agio… Quante ne son successe da allora, quante storie, quante avventure, quanta vita… All’improvviso una mini-fetta di anguria compare davanti ai miei occhi e mi ridesta di soprassalto. Anguria? Guardo Lella che soddisfatta addenta la sua fettina di succoso frutto rosso… Certo, anguria! L’aveva detto Fede che aveva un’anguria nello zaino, noi ovviamente non gli avevamo minimamente creduto, ma chi poteva immaginare che ne tenesse nascosta una di 15 centimetri di diametro?  La addento di gusto: buona! Piccola sì, ma proprio buona!

La sosta dei padoleri si prolunga molto e ad un certo punto, con Buso, Albe e Giomo salutiamo il resto del plotone per dirigerci alla volta della Zandonella. Giunti rapidamente all’attacco indossiamo gli imbraghi e partiamo. La ferrata ripercorre anch’essa una via che i soldati utilizzavano in guerra, lungo il percorso troviamo una quantità indefinita di tracce lasciate dall’uomo: fili spinati, opere in muratura, scale di legno, tutto lasciato lì, a perenne ricordo di quello che fu. La salita non è impegnativa ma è varia e divertente, arriviamo in cima soddisfatti, ci godiamo il panorama e una tavoletta di cioccolata bianca, poi un nuvolone ci invita a prendere velocemente la via del ritorno sul secondo troncone della ferrata. Ripassiamo per il Laghetto di Popera dove ad aspettarci sono rimasti in pochi. Tra i componenti dello sparuto gruppetto di sostenitori spuntano anche Jan e Nadia. Che bravi, sono riusciti a venire a trovarci anche loro!

Come da programma facciamo il bagno (l’acqua è davvero gelida!) e rientriamo al rifugio dove tutti gli altri stanno già facendo cagnara da un bel po’ ridendo e scherzando con i gestori; spunta addirittura (e chissà da dove) un’altra anguria, questa volta enorme. La serata si conclude alla grande, come al solito del resto, ma stavolta il sentimento che ci accompagna mentre saliamo in camerata è quello della malinconia: già, proprio così, domani si torna a casa.

Sesto giorno – come tutti i sogni anche questo ha una fine, non sono affatto triste però: sono felice di tornare a casa e riprendere tutte le mie attività, sento di avere le batterie nuovamente cariche. Ho voglia di fare! Solo dispiace un po’ lasciarsi alle spalle tutto. Prepariamo gli zainoni (tornati gonfi) fuori dal rifugio, allestiamo una divertente cerimonia di addio con i gestori con cui ormai abbiamo stretto un bellissimo legame e ripartiamo sotto un cielo minaccioso con destinazione Padola. Le previsioni per oggi non sono delle migliori, ma il programma prevede ancora un ultimo tributo al Campeggio: Bivacco Piovan. Non ci arriviamo tutti, molti sono stanchi e ci aspettano sul pianoro del Cadin dei Bagni. Da qui scendiamo tutti per il ripido sentiero 123 fino a ricongiungerci col 164-151 che dal Rif. Lunelli porta fino a Padola. La pioggia poi comincia a ticchettare sulle foglie degli alberi, leggera e incessante. I simpatici ponci colorati che fanno capolino sopra le nostre teste contrastano non poco con l’atmosfera grigia della giornata. Penso tra me e me che, proprio come l’anno scorso, il cielo stia piangendo perché lasciamo le montagne. La mulattiera che a un certo punto prende il posto del sentiero sembra non finire mai. Don Angelo ci avrebbe dovuto aspettare al Laghetto di Campo per la S.ta Messa, ma il nostro consueto ritardo sulla tabella di marcia e le condizioni meteo avverse ci fanno optare per rinviare tutto alla chiesa di Padola.

La strada si allarga sempre di più, diventa asfaltata. Ai lati ecco comparire le prime case e, in fondo, Padola. Quando arriviamo nella piazza centrale del paese smette improvvisamente di piovere e in cinque minuti spunta un sole inaspettato che riscalda l’anima e il cuore. Siamo in forte ritardo e il Don, che ha inderogabili impegni successivi, deve ridurre la messa ad un momento di preghiera e riflessione. Dice proprio delle belle cose su Don Antonio, sul campeggio e sulle montagne. Poi ci saluta e ci lascia alle prese con i pasticcini che i genitori di Albe hanno portato fin qui per il suo compleanno. Proprio Albe è il primo a salutarci, torna a casa in auto mentre noi saliamo in corriera. Mi dispiace un po’ che ci abbandoni prima, avrei preferito piuttosto salutarlo a Vittorio, assieme a tutti gli altri: in effetti vorrei utopicamente rimandare a più tardi possibile il momento della conclusione e mi piacerebbe proprio che ci potessero essere tutti. La corriera ci lascia a Calalzo dove dobbiamo aspettare per due ore il treno. Robi è nervoso, non è abituato a “far niente”, gli sembra improduttivo, d’altra parte è un vulcano sempre in movimento tra iniziative, animazioni, attività, è veramente un leader straordinario, ma non riesce proprio a prendersi una pausa da tutto. Non è nel suo DNA, c’è poco da fare. Io invece mi gusto il momento: utilizzo queste due ore per ridere e scherzare con gli altri ma anche per riflettere.

Il piccolo convoglio alla fine arriva, si va. Il trenino a gasolio percorre stancamente le valli sotto una nuova pioggia e ci riconsegna alla pianura. Il “carrozzone” scarica buona parte dei suoi artisti a Vittorio e lascia Bubu, Sherman e Buso a proseguire ancora per un po’. L’anno prima eravamo in quattro a scendere a Conegliano ed è proprio Denis, “l’assente” di questa edizione, a passarci a prendere in stazione. Dopo Sappadola, Zoppada, Cuoralba, Monvisontour e Slavazzuoi, anche Padolada è giunta al termine, rinascerà l’anno prossimo, con un nuovo itinerario, con nuove aspettative, con nuove idee e nuovo entusiasmo, ma soprattutto con un nuovo nome. Perché ogni avventura è diversa dall’altra così come in fondo lo è anche ogni sorriso di un gruppo di amici che amano la montagna.

Bubu (Luca) Padolero

venerdì 12 febbraio 2010 | Autore: Roberto

Il rituale è rispettato religiosamente, la Bortolot mobile con alla guida Marcello alle ore sei spaccate preleva in successione Robi a Revine, passeggero posteriore destro, Franco a Fregona, passeggero posteriore sinistro e Max a Serravalle, passeggero anteriore. Il rito è compiuto, l’astronave col suo equipaggio se ne vola in Valsugana e poi “Autobahn” verso i monti di Alto Adige, precisamente sopra Merano, verso il gruppo di Tessa (Textel). Al park di Birkenwald si mettono a punto gli attrezzi per lo sbarco, un vero e proprio allunaggio: per noi tre trasportati il gruppo di Tessa non dice nulla, anzi le nostre risposte a Marcello son state: “Tessa che?” … “Tessa?! Boh!” … “Elo che, na fabrica de majete?” … “Tasse? Ancora?” …della seria andiamo sulla Luna, una luna poi che parla tedesco… ma capitano Kirk… ops, Marcello sì che sa dare spiegazioni esaurienti: il gruppo di Tessa è un gruppo di montagne al confine tra Italia/Alto Adige e Austria, vicino anche al Similaun, quindi alla Val Senales… ah… vabbè, andiamo per ordine che la luna Tessa è tutta da scoprire.

Caffè di moka e via! Si sbarca sotto il solleone e il primo sentiero è un ripido susseguirsi di tornanti che copre un notevole dislivello. Il sudore solca i nostri visi, il sale fuoriuscito servirà per la pasta… Chi si ferma è punito… pardon, perduto… nessuno dei quattro astro escursionisti ha il coraggio di fermarsi a riposare finché fortunatamente il sentiero scollina e possiamo recuperare un po’ di fiato. A denti stretti  tutti ammettiamo la stanchezza e vista l’età (Ah! Ah! Ah!) decidiamo di rallentare. Nel salire il nostro sguardo era stato intercettato da una bellissima cascata (Wasserfall). Ancora salita, bosco, malga Nassereto (geschlossen) e poi un costante sentiero ben tracciato taglia il versante est del monte e prendendo quota tra rocce e prativi, pascoli e rododendri giunge nel solco vallivo del torrente dove alla sommità di un picco sorge in bella posizione il rif. Cima Fiammante (Lodnerhutte), davvero di sentinella su montagne imponenti, molto diverse dalle nostre dolomiti. Il rifugio è un toccasana: tra alzataccia, viaggio in astroauto, salita alla Pantani siamo proprio stanchi e pasta al ragù, minestrone e uova e speck, accompagnati da mezze pinte di birra ci rincuorano e ristorano e come menù diventerà una costante in quel lembo di Südtirol. Siamo proprio felici, i nostri quattro giorni assieme a godere di rocce e natura, assaporando l’accogliente atmosfera dei rifugi. E che atmosfera al Fiammante, pensavamo di parlare la nostra lingua (l’italiano, ndr… o all’occorrenza il Fregonese, o Revinese, o Vittoriese stretto) ma ahimè, in quel pezzettino d’Italia l’italiano è una chimera, e prima che entri almeno in parte nella cultura di quei luoghi saranno calende greche. E allora vai con le nostre provocazioni ludiche e scherzose con un personaggio, escursionista di Silandro, che alla sera voleva “tacar boton”. Lui giù a ridacchiare dei nostri atteggiamenti folkloristici rispetto all’ordine tassativo dei tedeschi che ci attorniavano, e noi giù a chiedergli opinioni sul legame tra l’Alto Adige e l’Austria, privilegi ecc. ecc… La risposta è che per gli altoatesini è importante mantenere la cultura tirolese in un contesto di benefici italiani, perché in Austria sarebbero come tutti gli altri e non più minoranza. Ma la toponomastica deve essere solo in lingua madre. La che?!!? Topo che?!!? Dai, dai, che se l’è sol che par i nomi se pol far de manco de ciaparsela… ciapar i nomi no, ma i schei sì però… scusate l’inflessione ma quando ci vuole ci vuole. Il personaggio comunque nella sua simpatia cantava la montanara e rimpiangeva il militare negli Alpini… indovinate perché? Perché aveva imparato l’italiano! Non a scuola! Gli ho regalato autografato Bortolot “Na cantada in compagnia” di don Giovanni Dan. Abbiamo gemellato con gli altoatesini. Il giorno successivo gran scarpinata su e giù per un paio di valloni e forcelle fino al rif. Petrarca all’Altissimo (Stettiner Hutte). Lì l’intenzione (almeno la mia e di Marcello) era di salire in vetta all’Altissima (Hohe Wilde) ma il tempo con le nuvole ballerine ha messo il cappello alla cima, e lo à propio fracà zo quel capel, mannaggia… e così abbiam rinunciato, anzi desistito… appollaiandoci su una cima satellite e fotografando i paesaggi. La rinuncia a volte è conquista. Si conquista la consapevolezza del tornare a casa, del non oltrepassare il limite, del sapersi accontentare e della pazienza, tanto le montagne son lì (almeno fino al 2012, po’ vedaren!) che aspettano un altro momento propizio per farsi salire e scoprire. Solito ambaradan straniero attorno a noi, un rifugio molto frequentato, e solito menù, ovi e speck, pasta e minestron.

Il terzo giorno è stato campale con un acquazzone che ci ha annegato per un’ora circa di cammino, una provvidenziale malga aperta (Andelsalm) per rifocillarci e asciugarci un po’ e fare viandanti e poliglotte amicizie, un bivacco (Lammer), una discesa spacca gambe e una serie di laghetti alpini da lustrarsi gli occhi, una casera con una cameriera simpaticissima dulcis in fundo il rif. Bockerhutte (rif. dei Bechi… sich!) e lì la notte è stata comica (e stavolta le orecchie bisognerebbe tirarle ai valligiani e non ai turisti!) con un finale a sorpresa, ma è una storia lunga, ve la racconterò se ci incontreremo sui sentieri.

Tirando le somme dei Bortolot in Alto Adige possiamo dire che lassù se fa proprio fadiga a capirse, qualche sorriso latino in più non guasterebbe. Attenzione ai limon… su per di là “no i cresse” (non ci sono) e se chiedete un tè al limone aspettatevi grandi risate; il caffè della Beppina non si beve alla mattina… dimenticatevi il caffè espresso, lassù l’è quel longo  longo longo, una bevanda che sa de tut fora che da caffè, ma fa ben a la pression… Lassù sulla luna Alto Adige non soffrirete la sete perché sorgenti ce n’è da vendere, così come ad ogni sorgente è abbinata una fontana con annesse panchine (a volte anche artistiche)… gli spaghetti su di là si mangiano come antipasto (?!) ed è una porzione normale, mentre la “spaghetti-grande primo” è qualcosa come mezzo chilo di pasta, provare per credere, tanto che a Massimo abbiamo scovato e appioppato il nomignolo SZSZSZ… BASTA!, dopo un suo storico e deciso BASTA! BASTA! BASTA! BAM! BAM! BAM! notturno, forse per far far silenzio a un gruppetto di giovani esaltati (sich!), forse perché stava sognando un bel piatto di pasta!

E dopo tutto ciò gli astroescursionisti con la propria autostronave se ne sono tornati sulla terra un po’ più felici e sorridenti.

Rob.ortolot

giovedì 05 febbraio 2009 | Autore: Roberto

IN VETTA A RE ANTELAO

Sui passi degli Slavazzuoi

 

Al rif. S. Marco la vista è grandiosa, il Pelmo, “Caregon del Signor”, astronave sui boschi del Cadore, immensa croda dalle linee sinuose come passi di danza… sono seduto stravolto dalla fatica (dovuta a una pizza esagerata sul mezzogiorno!), spalle al muro, con una pinta di birra sul tavolo e guardo di fronte a me il re, in quel momento con un cappello di nubi sulla torre, re Antelao con la sua lama affilata che degrada a sinistra. Lì al mio fianco c’è un vecchio che scruta con sapienza quelle rocce, evidenti eppur misteriose linee di salita. Il mio sguardo s’incrocia coi suoi occhi esperti e come un lampo il dialogo s’accende di domande e per risposta racconti romantici e avventurosi di salite, spedizioni in alto tra pietra e cielo, tra Pelmo e Antelao, sentinelle di più ampi silenzi sui pallidi monti. Riparto rinfrancato dalle sagge parole, dei discreti consigli. Il sentiero è una curva infinita su e giù per mughi e ghiaioni e al cospetto di un tramonto infuocato mi fermo in forcella impressionando pellicole e iride e con lo sguardo rivolto al re lo costeggio osservando scrupoloso ed esplorativo il sentiero che lo invade. Al rifugio Galassi il nostro gruppo è accolto con gentilezza e due amici ci aspettano per preparare con certosina precisione la conquista del re. Parlando di monti, molti segreti vengono svelati; più di qualcuno ha già rinunciato per pioggia, ghiaccio, neve, nebbia, vento, anche timore… stavolta siamo attrezzati di tutto punto e se il tempo concede tregua, si parte per la vetta. È l’alba, un sonno un po’ agitato di adrenalina viene ben presto spazzato via dal profumo della colazione. Si parte, a Forcella Piccola la salita ha inizio… un passo dopo l’altro e in breve l’irto ghiaione è superato. Ora si cammina sulla “bala”… e il nome è evocativo… l’attenzione è massima, in qualche punto scivoloso per l’umidità l’aiuto di corda è provvidenziale; ora siamo sul plateau ben visibile in varie angolazioni dalle vallate circostanti… pendenti e lisci sono centinaia di metri di dislivello che superiamo con cautela ma in sicurezza, la roccia infatti è bella asciutta e il sole fa la sua comparsa scaldando anche i corpi e le idee. Un passaggio un po’ più impegnativo nei pressi e dentro un camino, consiglia il tiro di alcuni metri di corda, così che tutto il gruppo s’innalza su un altro tratto lastricato e molto pendente. Raramente qualche nuvola si adagia su di noi creando effetti nebbiosi e così arriviamo al Bivacco Cosi ormai attorno ai tremila metri il fiatone si fa sentire; Denis decide di attenderci all’interno del riparo ben coperto mentre col resto del gruppo proseguiamo per il pezzo forse più impegnativo per la vetta. Poco sotto la cima i pallini rossi rimandano a un tratto molto esposto e verticale verso destra, la prudenza ci consiglia di stare a sinistra per delle peste notate sui sassi, ed in effetti troviamo un discreto passaggio che con meno difficoltà (e anche qui ci si aiuta con corde) ci fa salire per la  cresta sommitale che in breve, distanziati e alla spicciolata, ci porta alla vetta… il re sotto i nostri piedi. Sono assalito dall’emozione per essere lì in cima a 3264 metri; con Rudy e Daniele nostri amici “guide” sono sguardi di soddisfazione eppur di prudenza per la discesa che ci aspetta lungo lo stesso itinerario. Ora mi concedo qualche istante di riflessivo silenzio, emozioni senza tempo che roteano attorno al mio sguardo perso verso gli orizzonti. Quasi ipnotizzato dall’impatto col cielo e dalla gioia che però ancora non vuole esplodere, riparto con tutto il gruppo verso valle. Con molta tranquillità affrontiamo il sentiero, senza porci nessuna fretta e godendo di ogni momento, anche tra di noi nei tratti più facili, raccogliendo al bivacco un riposato e pimpante Denis, fin giù nelle ghiaie verso la Forcella Piccola. Sul ghiaione ci catapultiamo sconfinando nel territorio di pascolo di un branco di stambecchi che per niente intimoriti stanno ruminando tranquillamente tra denti di leone e stelle alpine. In forcella con Rudy e Daniele finalmente ci abbracciamo e facciamo esplodere la gioia, soddisfatti per l’impresa, ringraziando sempre Qualcuno che guarda dall’alto guidando in sicurezza i nostri passi.

Flash back primo…  domenica di agosto; stazione FS di Vittorio, zaini in spalla si ritrovano chi scrive, Luca “Bubu”, Federico “Buso”, Alvise “Sherman”, Paolo “Giomo”, Alberto, Denis, Lele, Franco, Dario “Nobile”, Gabriele, Stefano e le donzelle Elisa, Marica, Martina “Maki”, Lella, Michela, rigorosamente tesserati CAI. In giornata il giro del Pelmo, passando dal rif. Venezia e per la Forcella Valdarcia … Al rif. Città di Fiume don Giovanni Dan celebra una Messa sotto un Pelmo rosso crepuscolo in ricordo dei caduti di tutte le guerre (ricorre quest’anno il 90° dalla fine della guerra ’15 – ’18) e delle rocce.

Flash back secondo… grande traversata dal rif. Città di Fiume al rif. Lagazuoi passando per i rifugi Averau e Nuvolau, calpestando sentieri di straordinaria bellezza ambientale; al Lagazuoi, dove ci raggiungono Piero e Jacopo, si rimane a bocca aperta per ciò che offre la vista a 360°… alla sera istante di convivialità con dei piemontesi e nostalgico momento di canto in trincea alla luce delle pile.

Flash back terzo… mattinata in discesa della galleria di guerra del Lagazuoi, Bivacco Dalla Chiesa, per alcuni più temerari la grandiosa ferrata Lippella e gruppo riunito al rif. Giussani per la notte.

Flash back quarto… rinuncia alla Tofana di Rozes causa maltempo e discesa con apertura di goliardiche e facili vie su un sasso di fronte al rif. Dibona, valutate II con passaggi di III; si beve, si mangia e con la pizza sullo stomaco da S. Vito si affronta tutta la strada fino al rif. Scotter Palatini e poi al S. Marco e nel frattempo ci ha raggiunto anche “menestrello” Jan. Riprendiamo dal Galassi: lì, dopo aver lasciato le nostre tracce sul libro di vetta del monte  Antelao, la sera le corde della chitarra rimbalzano da Lella a Jan e le note pop coinvolgono gli ospiti… Lascio gli evviva e l’umanità festosa per uscire e riprendere possesso del silenzio della notte… e seduto su un masso osservo ammaliato i disegni delle pietre che si stagliano imponenti su di me e le stelle che appaiono e scompaiono dietro le corse delle nuvole e qualche nota se ne scappa dalla chitarra e mi segue solleticandomi con dolci melodie.

Finale… È mattina e le suole si riversano nuovamente sui sentieri mentre sul cammino si seminano incontri della più varia umanità, forse la più bella, profonda, generosa… l’incontro con l’umanità chiamata famiglia è il coronamento di un viaggio, e lì a Calalzo, a quel campo famiglie che per incanto apre le porte e offre un caffè e un bicchiere d’acqua a noi fradici reduci, in quegli occhi di tante età accoglienti, capisco che vale la pena inseguire i sogni, realizzare gli obiettivi, vale la pena stringere le mani e cercare ancora sentieri da esplorare.

 

Robi uno slavazzuolo-Bortolot

giovedì 15 gennaio 2009 | Autore: Roberto

Sulle Alpi Carniche, attorno al Còglians, tra rifugi e vette

Esiste una valle dove le parole piccolo o normale non fanno parte del vocabolario… esiste una valle dove le misure le decidono i giganti… esiste una valle che è tutta una sorpresa… forse gli effluvi di magia che emana all’aurora e al crepuscolo il lago Volaia si sono incuneati in quella valle…

Se sul versante italiano i sentieri sono larghi mezzo metro, lì in quella valle idilliaca i sentieri diventano carrarecce… in quella valle le “buazze” sono almeno tre volte le “nostre”… lì tra i pascoli, le vacche da latte sembrano elefanti, tanto sono grandi e grosse, immaginate i vitellini… in quella valle esistono abeti ultracentenari con una circonferenza che per abbracciarla eravamo in quattro… perfino le comunemente chiamate “slavazze” lì sono così grandi da poterci fare un’imbragatura!

E le malghe? Al confronto delle nostre lì sono degli hotel a cinque stelle… postazioni singole per le signore del latte con doccia e bidè. A parte gli scherzi, che lusso ragazzi, gli austriaci san bene come coccolare i turisti… unico neo la cucina, sarà anche abbondante ma la cucina italiana non ha pari!… chiedete a quelli di Mauthen-Kotchach o della Gailtal che durante tutta l’estate alcune sere alla settimana si riversano in massa al Passo Monte Croce, locanda “Al Valico” da Ottone. Lì la sera – quella in cui abbiamo cenato e poi pernottato noi – non c’era un posto libero e gli unici italiani eravamo noi, quattro Bortolot, oltre al personale della locanda.

Ad un certo punto sembrava di essere a una riunione di paese… entravano le coppie o le famiglie e si salutavano da un tavolo all’altro, a volte con entusiasmo, a volte meno (beh forse anche di là del confine ci saranno liti, appunto, per il confine)… a un certo punto vicino al nostro tavolo si è seduta una coppia attempata molto distinta e più di qualcuno da vari tavoli si avvicinava e salutava quasi con deferenza… forse era il sindaco, o il medico, il prete non credo, l’uomo era accompagnato da una nobile signora… Alla fine non abbiamo resistito e anche noi abbiamo salutato con cenno di testa e un bel “servus”, così, vari tavoli a caso… che gioia! Poi Ottone ci ha spiegato che è proprio un rito per i primi piatti che di là del passo si sognano… e noi naturalmente abbiamo dato fondo ai vari tris di primi per confermare la delizia al nostro palato… verissimo, cucina promossa!

Ottone (con la moglie) è gestore da quarant’anni ed è un fiume in piena di racconti sulle attività museali della zona che riguardano soprattutto la Grande Guerra del ’15-’18… sul Pal Piccolo, Pal Grande, Cellon, Speikofel… Dalla Plokenhaus verso il passo stando sulla sinistra, anche noi abbiamo attraversato una serie di trincee e camminamenti con manufatti e postazioni, il tutto in un contesto di museo all’aperto, in zona tra l’altro di prima linea. Passo molto frequentato dai gitanti con le quattro ruote ma tuttavia non congestionato da incolonnamenti… partenze e rientri intelligenti??

E tutto questo discorso sulla vallata dei giganti e sul passo è la parte nord del giro dei Bortolot annuale… avrete capito che parliamo di Alpi Carniche e del Monte Cogliàns in particolare.

Dal Passo Monte Croce Carnico parte uno stupendo sentiero che in poco meno di tre ore conduce attraverso saliscendi più o meno ondulati con un passaggio attraverso “la scaletta”, al rifugio Marinelli. Già da lontano il nostro richiamo era Ginoooooooo e il Gino ci accoglie al nostro arrivo con un grande sorriso e le braccia aperte mentre sta spillando birra a gogò per la flotta di turisti arrivati fin lassù, ai 2100 del rifugio, per un evento speciale, il concerto della Fanfara della Brigata Alpina Julia di Udine.

Giornata intensa, con un sole splendido… era simpatico vedere i musicisti alpini, cappello e piuma, armeggiare con gli strumenti… paradosso dei novant’anni dalla fine del grande conflitto, allora echeggiavano sinistri sibili mortali, ora echeggiano soavi melodie tra echi e rocce… canzoni classiche miste ad arie più moderne o d’opera, il tutto incorniciato da uno scenario che più bello non si poteva chiedere… Cuspidi e placche… ghiaioni di pietra sembravano osservare stupefatti dalla bellezza del suono, l’echeggiare ora forte ora lieve del timpano e dei tamburi dall’aria solenne. Il mio punto d’osservazione era un po’ più in alto rispetto la massa, in cima ad un cocuzzolo di fronte al rifugio… da lassù era cartolina da spedire agli affetti, era fotoricordo per l’album della vita… siamo all’ultimo giorno del nostro giro… ma forse è meglio fare un passo indietro…

Un paio di giorni prima. È mercoledì mattina e l’auto rampicante di Marcello se ne scorre quasi silente lungo le curve che portano sempre a qualcosa… a Forni Avoltri la strada si restringe e con alcuni tornanti attraverso minuscoli villaggi conduce a Collina (50 abitanti, staipe da “canopio” consigliato  per degustare e ciacolare!) e ancora un po’ avanti fino al parcheggio del rif. Tolazzi.
Di questi tempi, in agosto, le Dolomiti classiche sono intasate di turisti, qui no, da queste parti le carniche sono sorseggiate con parsimonia, quasi che vogliano rimanere un po’ segrete, un po’ gelose della loro bellezza, da svelare pian piano ad escursionisti attenti ed innamorati e casualità noi lo siamo, piacevolmente entusiasti di addentrarci su quei percorsi.
Dal Tolazzi tutto è regolare… passi, salita, ristoro, rifugio Marinelli, prima tappa del nostro peregrinare lungo i monti  pallidi. E qui conosciamo Gino, poliedrico personaggio dal ginepraio di risorse… pavimentista, falegname, boscaiolo, atleta delle vette… e su al rifugio cameriere, cuciniere, intrattenitore… soprattutto geniale dispensatore di utili consigli ad onesti camminatori come noi, dal cuore grande molto più di così; con lui subito feeling ed ironia, e simpatici intermezzi canori serali con l’immancabile scala 40 esorcizzante… È un’alba luminosa tra le valli carniche e l’obiettivo di Massimo la immortala tutta.

Con zaino alleggerito il Coglians diventa meta che si conquista in scioltezza, pur nella prudenza ovvia nel percorrere sentieri, pendenze ed esposizioni d’alta montagna. Dalla cima lo sguardo, come succede spesso, spazia un girotondo di gruppi montuosi.

L’accoglienza che Gino ci riserva al nostro rientro al rifugio è a dir poco strepitosa… urlo di gioia all’entrata e, coi piatti dei commensali in mano, grande abbraccio e birra per festeggiare.

La comitiva dei Bortolot riprende il cammino e sullo Spinotti (ribattezzato Spittoni e Stoppani), vero e proprio sentiero attrezzato, fisico e menti sono sollecitati… il destino ha deciso che su quel sentiero impegnativo le amicizie dovevano essere messe alla prova e così è stato… Alcuni momenti e molte parole di quella e delle successive giornate, custoditi nel mio cuore, rimarranno come segno inequivocabile che le amicizie non si scelgono ma si incontrano per caso fortuito, per passioni comuni, e che sono vere e durature solo a certe condizioni, stima e fiducia in primis… ed il sentiero “Spittoni” con la sua appendice di parole in libertà al valico, sotto una pergola di luna e stelle, mi ha dato la conferma del valore Amicizia e la consapevolezza che la riflessione porta consiglio… grazie amici miei! E deriva allo “Spinotti” un rifugio, il Lambertenghi-Romanin sul versante italiano del Volaia, porto di mare per escursionisti, alpinisti, climber, navigatori dei sogni, esploratori della serenità, vogatori dell’allegria… col suo gestore filosofo Giampietro gran maestro di cerimonia.

Dopo le ghiaiose fatiche e una visita al rifugio austriaco, i Bortolot ricompattati sono all’interno del rifugio verso le sei di sera e qui iniziano le danze… Un brindisi col Giampietro, un breve ritornello, una chitarra senza corde per Franco e il gioco è fatto… finiamo senza voce, agGRAPPAti a mezzanotte, dopo aver spaziato da Heidi a l’ora che pia, passando dal country al rock al pop ai canti alpini, felicemente e fraternamente intrecciati agli animatori di un campo-scuola ospiti e a tutto il personale del rifugio, in un tripudio di evviva ed olè… Andate a trovarlo il Giampietro, lui custode delle rocce vi farà arrampicare e poi vi racconterà.

E siamo così nuovamente nella valle dei giganti, vi ricordate? Quella valle che dal lago Volaia conduce al Passo di Monte Croce Carnico… mancava l’ultima gigantografia, più che altro un mistero gigante… da noi ce n’è di misteri, ma questo li batte tutti! Il mistero delle panchine, decine di panchine, in cemento (in Austria?!?… patria del legno)… stile anni cinquanta/sessanta poste in modo disordinato lungo il sentiero basso (in Austria?!? Dove i pascoli sono prati all’inglese e dove non c’è una siepe fuori posto e un albero fuori luogo?!…) senza apparente senso né con panorami o belvedere di fronte… serviranno solo per sedersi?!?… Lasciamo a voi che proverete questo splendido itinerario risolvere l’enigma delle panchine…

E con questo tarlo in testa ce ne torniamo gioiosamente malinconici verso la calda estate delle pianure a riprendere il trantran quotidiano ed a sognare nuove esaltanti avventure tra le amate montagne… poi la sera l’immancabile SMS “GRAZIE, W I AMIGHI”… ciao Ginooooooooo!

Robi

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martedì 16 dicembre 2008 | Autore: Roberto

Ricevo dal Robi (che a sua volta riceve da Walter) una serie di fotografie che documentano la quantità di neve caduta in questi giorni. Qui siamo a Cima Sappada..

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sabato 16 agosto 2008 | Autore: Roberto

Da forcella Staulanza a Calalzo toccando la cima dell’Antelao – un grandioso itinerario in sei giorni

Logo dell'avventura

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Primo giorno, 10.08.08

E cinque! È il quinto anno che questa magnifica cosa esiste… sì, la chiamo cosa perché non è facile definirla… è intreccio di persone, è intreccio di storie, di pensieri, di obiettivi, di canzoni, di soddisfazioni e di fatiche, la chiamo cosa perché ogni anno cambia nome: quest’anno si chiama Slavazzuoi. È stata Sappadola, è stata Zoppada, poi è stata anche Cuoralba, poi Monvisontour, e infine questa volta è Slavazzuoi, e anche noi siamo gli Slavazzuoi. Facile, no? E se il nome ogni anno cambia, è la cornice di questo viaggio a rimanere la stessa. La montagna. Ma veniamo al racconto. A Vittorio Veneto il grosso della comitiva sale sul treno aggregandosi ai quattro partiti da Conegliano. Così a Bubu (io), Buso, Denis e Sherman si aggiungono i vari Albe, Dario, Elisa, Franco, Gabry, Giomo, Lella, Lelle, Maki, Marica, Miki, Robi, Stefano. Si parte. A Longarone il treno lascia il posto alla corriera e questa, a Passo Staulanza, lascia il posto agli scarponi. Breve sosta al bar-rifugio sul Passo e partenza per il Giro del Pelmo, destinazione Rifugio Città di Fiume. Il primo tratto fino al Rifugio Venezia è facile. Una volta raggiunto, c’è la prima sosta “cibarie”. Tutto facile fin qui, ma poi la storia cambia: salita e fatica ci attendono. C’è chi sta bene e chi, meno allenato, avanza paonazzo tra lamenti e sospiri, ma tutti tengono duro. Una alla volta, le varie teste sbucano alle spalle di chi già sta facendo uno spuntino, illuminato dal sole che lambisce Forcella Val d’Arcia. Inizia qui la ripida discesa verso il Rifugio Città di Fiume. Siamo in ritardo, Don Giovanni Dan è d’accordo con noi di ritrovarci al Città di Fiume per una messa, ma lo facciamo aspettare un bel po’. Poco male, la montagna ha un orologio tutto suo, diverso dal nostro. E volenti o nolenti siamo noi a doverlo rispettare. Dopo una cena abbondante ci abbandoniamo tra le braccia di Morfeo, chi con sonno profondo e tranquillo, chi con la mente in preda a miriadi di pensieri.

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Secondo giorno.

Lasciamo presto il rifugio sotto un cielo stupendo. Le macchine fotografiche lavorano incessantemente nel produrre vere e proprie cartoline, mentre il pestar degli scarponi, sopraffatto dalla chiassosa vena canterina degli Slavazzuoi maschi, ci conduce attraverso le quattro forcelle de la Puina, Roàn, Roan e Col Duro. Dopo qualche ora ecco Passo Giau dove l’affollamento del parcheggio del Rifugio ci da l’impressione di essere stati catapultati in qualche famosa località balneare. Un po’ spaesati da tutto ciò, decidiamo all’unanimità di ripartire. Qui il gruppo si divide in due parti, “escursionisti” e “ferratisti”, che si danno appuntamento in vetta al rifugio Nuvolau. I primi raggiungeranno la meta passando per il rifugio Averau, mentre gli altri saliranno per la ferrata della Gusella sul versante opposto. Dopo poco più di un’ora e mezza eccoci in vetta a mangiare panini con la bistecca e a festeggiare uno dei panorami più belli che le dolomiti possano offrire. Ci accorgiamo però che è tardi, dobbiamo arrivare al Passo Falzarego prima delle 16.30 per prendere la funivia, per molti di noi sarebbe veramente troppo dura giungere a piedi fino al Rifugio Lagazuoi e quindi ripartiamo frettolosi. Al Lagazuoi ci aspettano anche due nuovi membri della spedizione, Piero e Jack, rispettivamente zio e cugino di Maki e Lella, che ci accompagneranno per un paio di giorni. La cena viene letteralmente divorata (che buona!) e come sempre spunta la chitarra e cominciano i canti, comincia la festa. Il richiamo al rispetto dell’orario del silenzio da parte del gestore riesce solo a farci spostare fuori dal rifugio: ben coperti usciamo nella nebbia con le pile frontali e raggiungiamo una vecchia trincea dove possiamo continuare tra momenti di allegria e momenti più seri, nel ricordo di ciò che è avvenuto in questi luoghi novant’anni or sono.

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Terzo giorno.

Dopo un’abbondante colazione salutiamo il rifugio Lagazuoi, e sotto un cielo questa volta grigio e minaccioso, cominciamo a percorrere in discesa la famosa omonima Galleria. La mente non può fare a meno di pensare che, dove ora noi stiamo camminando da turisti, i soldati un tempo morivano, per le pallottole, per le granate, per il freddo e per gli stenti. Sbuchiamo all’aperto e presso Forcella Travenanzes il gruppo si ri-divide tra escursionisti e ferratisti. I primi devieranno verso il Bivacco della Chiesa, per poi rientrare, mentre gli altri punteranno diritti alla Galleria del Castelletto e alla Ferrata Lipella. La destinazione comune sarà il rifugio Giussani, posto dietro all’imponente e maestosa Tofana di Rozes. All’ascesa della Tofana su ferrata si aggiungono anche Piero e Jack. Questa comunque è una vera via ferrata e chi si è lamentato il giorno prima di aver messo su l’imbrago quasi per niente, oggi è ben contento di averlo indosso. Dopo quattro lunghe, faticose, ma emozionanti ore di ascesa lungo l’imponente parete ovest, sbuchiamo sull’anticima a oltre 3000m di quota. A questo punto il gelidissimo ventaccio e la stanchezza accumulata, uniti all’idea che domattina raggiungeremo comunque la vetta con tutti gli altri, ci conducono direttamente in direzione il rifugio dove il resto del gruppo è già arrivato salendo i ripidi ghiaioni del versante est dopo aver aggirato la Tofana in senso antiorario. Anche in questo rifugio si banchetta e si festeggia, pur non essendo l’accoglienza calorosa come la sera prima. Le facce appaiono un po’ più stanche e difatti si va tutti a nanna presto.

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Quarto giorno.

Tempo pessimo, la Tofana appare completamente avvolta dalle nubi e il tempo, ventoso, non promette nulla di buono…. abbandoniamo a malincuore l’idea della vetta. Qui Jack e Piero ci salutano, devono rientrare a casa per altri sentieri. Si parte quindi subito in discesa, direzione Rifugio Di Bona. Il tragitto fra le ghiaie è facile e ben presto il Di Bona ci accoglie e ci permette di banchettare con strepitosi panini e buona birra. Poi ripartiamo, sempre in discesa, ma stavolta nel bosco, fino a giungere lungo la strada che sale a Passo Falzarego, proprio innanzi alla fermata della corriera che ci porterà a San Vito di Cadore. Il tempo regge, arriva finalmente la corriera. Percorriamo sul bus chilometri di serpentone asfaltato e concludiamo il nostro momentaneo ritorno alla civiltà a San Vito di Cadore con una pizza, accompagnati da qualche genitore che ci è venuto a trovare per l’occasione e da Jan, che si aggregherà come promesso. Purtroppo qui la Miki ci abbandona a malincuore per una storta alla caviglia, ma xon la promessa di invitarci tutti a cena a casa sua una volta tornati. Ripartiamo. L’abbondante cibo ingerito ci zavorra non poco nella faticosa ascesa al Rifugio Scottèr-Palatini presso il quale facciamo sosta. Poi via di nuovo alla volta del San Marco, oasi dall’incredibile bellezza, e di nuovo via fino a toccare i 2100m di Forcella Piccola dietro la quale si cela il Rifugio Galassi, che ci accoglierà per ben due notti in una grande camerata riservata solamente a noi. Alla comitiva si aggregano qui anche Rudy e Daniele, amici di Robi che ci faranno da guida nella nostra ascesa al gigante Antelao, il giorno successivo.

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Quinto giorno.

Il tempo non è perfetto, ma è comunque buono. Si va! C’è chi, sfinito, resta al rifugio o si prodiga in escursioni più tranquille, ma la gran parte della comitiva è pronta a partire. Sappiamo che la salita è catalogata come sentiero difficile con alcune difficoltà alpinistiche, non è cosa per tutti, bisogna andare coi piedi di piombo ed affidarci alle nostre due guide. Raggiunta Forcella Piccola giriamo a sinistra e dopo una prima ascesa su sentiero ripido, ma facile, ecco le temute cenge della Bala. Appena terminato questo tratto reso ancor più pericoloso dalla roccia umida, comincia il primo troncone dei famosi Lastoni, enormi piani di roccia inclinati, a formare un gigantesco scivolo naturale. Altri passaggi difficili si alternano a successivi lunghi tratti di Lastoni e talvolta Rudy e Daniele devono ricorrere all’ausilio della corda per permetterci di procedere. È diverso dagli altri giorni, diverso anche dalla ferrata sulla Tofana, nonostante quell’ambiente fosse ancor più verticale. Oggi non ci sono corde metalliche a cui aggrapparsi, non ci sono moschettoni o imbraghi, il pericolo è lì, dietro a ogni angolo, dietro a ogni croda, è questa la difficoltà vera, almeno per noi, normali escursionisti da sentiero. A un certo punto ecco una freccia sulla roccia che indica il Bivacco Cosi, alcuni di noi lo raggiungono, altri non lo vedono e tirano dritto. Denis decide con serenità che qui ha raggiunto il proprio limite e ci aspetterà al ritorno, scelta di tutto rispetto e dimostrazione di una dote che a molti di noi spesso manca. Non solo in montagna. Terminati i Lastoni si susseguono altri passaggi difficili, ma li superiamo tutti senza sosta e, finalmente, quando la stanchezza comincia a far vacillare molti di noi, ecco sbucare nella foschia la torretta dell’ IGN. È fatta, monte Antelao, 3263m, la cima è nostra. Spuntano pane e salame, cioccolate e barrette varie, compiliamo il libro di vetta, facciamo rapidamente foto e riprese, discutendo con i pochissimi altri escursionisti che dividono con noi la cima. Siamo tutti felici, euforici, ma comunque non rilassati, sappiamo che non è finita. Torniamo sui nostri passi, recuperando con calma Denis, e scendendo lentamente lungo i Lastoni, ognuno col suo passo, aspettandoci tutti nei passaggi difficili. Quando l’ultimo del gruppo termina il tratto finale della Bala tiriamo tutti un sospiro di sollievo, ora è davvero fatta, abbracci, sorrisi e canti a non finire si sovrappongono nel rientrare al rifugio. Qui la nostra più profonda gratitudine va a riversarsi su Rudy e Daniele senza i quali non avremmo compiuto quest’impresa. Loro ringraziano di cuore e, così come erano comparsi la sera prima, se ne vanno silenziosi verso l’orizzonte  al tramonto, in cerca di chissà quali altre meravigliose avventure.

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Sesto giorno.

L’ultimo. È ferragosto. Ci alziamo meno allegri del solito, probabilmente per la consapevolezza che è l’ultima volta che in questo viaggio ci svegliamo tutti insieme. Fuori ci attendono nebbia e pioviggine, oggi anche il cielo è triste. In fondo anche lui capisce che un gruppo così speciale sta per abbandonare le sue magiche vette. Ma non è questo a fermarci, gli Slavazzuoi sanno bene come non perdersi d’animo: poco dopo la partenza lungo la Val d’Oten, un bagno sul torrente gelido di alcuni dei più pazzi riporta subito l’allegria. Il tragitto è lungo e affascinante, soprattutto la solenne Cascata delle Pile, il cielo però è sempre più minaccioso, sembra non voler proprio lasciarci andare. L’acqua comincia a scrosciare suggerendoci una pausa pranzo forzata presso il Bar alla Pineta. Mangiamo allegramente sul pergolato fra i pochi turisti giunti fino a lì in auto per il ferragosto più piovoso degli ultimi anni. Qualcuno poi lassù decide che è ora di chiudere i rubinetti. Gocciola, si riparte. Senza quasi accorgerci, un serpente d’asfalto si sostituisce alla strada bianca sotto i nostri passi. Giungiamo in stazione a Calalzo. C’è da aspettare per il treno… il rientro è lungo, dobbiamo anche cambiare convoglio a Ponte nelle Alpi. I nostri sguardi si incrociano spesso mentre parliamo, scherziamo, o finiamo di lasciare coi pennarelli, come tradizione, i nostri messaggi sulle magliette di tutti. I nostri sguardi si incrociano ancora, in continuazione, silenziosi, complici, e con un palese velo di malinconia, si danno appuntamento alla prossima avventura, consapevoli che quella che hanno appena condiviso rimarrà per sempre indelebile nei cuori di chi l’ha vissuta… e lo ripeto: rimarrà “per sempre”… è per questo che ogni anno cambia nome, perché ogni avventura è diversa, è unica, ha una sua storia, i suoi protagonisti, un suo inizio e una sua fine. Quella che vi ho appena raccontato si chiama Slavazzuoi.

Luca Bubu Slavazzuolo