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mercoledì 08 agosto 2007 | Autore: Roberto

Itinerario di sei giorni dal Passo Monte Croce Carnico a Cima Sappada – dal Coglians al Peralba

  • 1° giorno: Passo Monte Croce Carnico – Rif. Marinelli
  • 2° giorno: Rif. Marinelli – Monte Còglians – sentiero Spinotti – Rif. Lambertenghi Romanin al Passo di Volaia
  • 3° giorno: Rif. Lambertenghi – Passo Giramondo – Rif. Hochweisssteinhaus
  • 4° giorno: Rif. austriaco – Rif. P.F. Calvi (….. Chiadenis, ferrata)
  • 5° giorno: Rif. Calvi – Monte Peralba (vis normale Giovanni Paolo II o via ferrata Sartor)
  • 6° giorno: Rif. Calvi – anello attorno al Monte Chiadenis – Cima Sappada
Il logo dell'Escursione

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Col Cuore all’Alba

Piove all’alba, gocce di sonno sugli zaini accatastati tra uno scompartimento e un sedile, piovono sogni sui serpentoni del passo, pioggia d’agosto che rinfresca escursionisti in gruppo, piove sugli scarponi arrampicati sul sentiero, sulle mantelle adagiate sulle spalle… refoli di vento trasportano nuvole e pace, piove, piove, piove fatica a zigzag fino al rifugio Marinelli e dentro ad esso scroscia accoglienza e calore al fuoco di una stufa… asciugano i cambi, asciugano le idee, asciugano le perle di sudore… piovono parole di conforto, si aprono mappe, si aprono obiettivi, si apre un convivio di idee e di cibi a sorreggere ugole e armonie e piovono nella notte lampi e saette… Nevica all’alba, fiocchi di cotone galleggiano nell’aria, fiocchi di panna coprono le tracce, il monte Còglians si dipana bianco e candido in alto, per questa volta irraggiungibile torrione… Nevica, Joseph, la guida, distilla saggi vocaboli di natura e prudenza… piove, poi non piove più, vento di tramontana sbatte sui visi e li accarezza sul sentiero Spinotti, lì in fondo e poi su al rifugio Lambertenghi al riparo dal quel vento che asciuga, respiro del mondo tra una guglia e uno specchio glaciale… tutt’intorno roccia, roccia e silenzio, silenzio e colori, colori e tramonti, e piccole onde su quel tratto glaciale, forse piove tra quei raggi coraggiosi che fendono le nubi e che giacciono a terra tiepidi e timidi piovono occhi sul bosco lontano, scuro, di un verde totale. Piovono piedi stanchi sul focolare e piovono cantori e piovono note di chitarra e piove voce di coro che scalda l’anima… e nel camerone piovono intrecci di nodi tra una finestra e l’altra e la luce è respinta, l’alba è più lunga… Sole sul lago Volaia, sole e nuvole e vento al Passo Giramondo e un girotondo corale sorride ai vagamondi in cammino…Al bivio si svolta, la traversata carnica oltre il lago Bordaglia, si snoda in anfiteatri meravigliosi… mucche e casolari, malghe e vegetazione puntellano qua e là un quadro di natura, cartoline e scatti che incidono l’iride di una luce brillante, piove stanchezza sulle spalle di molti, gocciola una sorpresa al sapore di sambuco, una dolce fata-pastora aromatizza formaggi e sapori di erbe si addensano sulle nostre labbra. Al Giogo Veranis non sfugge la vista di quel rifugio così difficile da pronunciare, Hochweisssteinhaus, e l’Austria si scorge oltre con la sua perfezione geometrica… All’interno del rifugio piove ordine di tavoli, ordine di sguardi, ordine di cibi, ordine di letti, disordine italiano nell’approcciare una festa di suoni, piove ordine immediato e allora grida e sorrisi lasciano il campo a bisbigli e sussurri che creano comunque atmosfera di gioia e piove serenità sui lager…Nebbia all’alba, tiepido sole lotta con forza e giunge infine a scrivere i suoi messaggi di tenerezza sui grigi intonaci delle crode… Sole quindi sul Passo dei Sappadini e sole sul ghiaione, imperdibile pista per adrenaline sopite… Piove e ripiove al Calvi poi non più e un manipolo sale sul Cjadenis a testare corde e moschettoni. La sera è infuocata di un orizzonte dalle mille tonalità e una luna grandiosa appena appesa a un fianco turrito gioca a magie coi profili e la notte porta con se le aspettative e le speranze… Nuvole sulla notte, stelle sul cammino, è ancora buio e le luci frontali squarciano la notte, si stagliano sul sentiero che penetra nel monte, sale e arranca sui pendii, raffredda gli entusiasmi un vento di ghiaccio… il canalone è lì, un’esile luce lo illumina, passi sicuri lo calpestano e lo vincono; sì, non piove sulla spalla del Peralba e la cima è lì a pochi minuti, non piove sull’alba ma piove gioia vera e soddisfazione tanta… Il giorno si sta svegliando dal suo sonno, tutt’attorno si intravede un barlume di azzurro, la luce del rifugio Calvi, in basso, saluta. Non piove sul torpore della notte ma nuvole ballerine a intervalli lanciano cristalli di neve… una lotta entusiasmante tra stelle, giorno, nuvole, luna, vento e il sole che al suo sorger spazza tutto dall’est salvo poi far l’occhiolino e rintanarsi dietro le nubi lasciando per scia una tavolozza dai mille colori… Dalla ferrata spuntano uno dopo l’altro caschetti soddisfatti e abbracci fraterni disegnano l’aere… Non piove sul ritorno festante al riparo del rifugio… Pioviggina sul pomeriggio rilassante e laborioso, incontri e sensazioni rincorrono le ore e la sera è crogiuolo di volti incantati… sole sulla mente che si riappropria dei ritmi delle cime e sul cuore che ringrazia… Sole sul cammino intorno al Chiadenis, sulle pietre e sulle sorgenti, sui mughi e sui larici, sulle radici e sulle arniche… a Cima Sappada un fuoco di bivacco col Siera di sentinella suggella amicizie e sedimenta esperienze di vita… Piove sul ritorno, gocce d’acqua bagnano i finestrini, gocce di nostalgia si dileguano tra i capelli, di ritorno dalla traversata carnica col cuore all’alba.

Roberto

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Un CUORALBA di grazie a : Maki, Luca “Panda”, Laura, Luca, Paolo, Dario, Lella, Robi, Maria C., Luca “Bubu”, Maria N., Marica, Franco, Fede, Daniele, Lele, Marco e poi a Sepp (per i consigli), a Giampiero ( per l’accoglienza), a d. Engelberg (per le foto), a Christian (per il te e il caffè delle tre), ai do pensionati de San Martin (per il supporto logistico), a d. Angelo, Simone e Andrea (per il gradito incontro a sorpresa), a Michele, Ombrette, Giuseppe e Renata (per l’ospitalità), a d. Giovani “camminamonti” Dan, al Baby Camping S. Martino, alla legna per il fuoco, al CAI (perché siamo tutti a buona ragione tesserati), alla grappa battezzata “Còglians”, a Jukaidì Jukaidà, a Giulio e Anna (buona fortuna davvero!!!), a “va par là”, al minestrone/salsicce con polenta/spaghetti al ragù, alla cioccolata di ogni ordine e grado, a Walter, all’APT Carnia e soprattutto alla grande amicizia di Jan con zaino, uno e chitarra.

mercoledì 08 agosto 2007 | Autore: Roberto

Itinerario di 7 giorni (6 notti):

  • 1° giorno: Partenza Vittorio Veneto (FS) – Sappada – Rif. Calvi – Monte Peralba – Rif. P.F. Calvi (CAI)
  • 2° giorno: Rif. Calvi – Laghi d’Olbe – Sappada – Passo Siera – Sentiero attrezzato Corbellini – Rif. Fratelli De Gasperi (CAI)
  • 3° giorno: Rif. De Gasperi – F.lla Lavardet – Campolongo (Bus) – Rif. Costapiana – Chiesetta di S. Dionisio – Rif. Antelao
  • 4° giorno: Rif. Antelao – F.lla della Piria (o in alternativa del Ghiacciaio) – Rif. Antelao (CAI)
  • 5° giorno: Rif. Antelao – Rif. Costapiana – Valle (Bus) – Zoppè di Cadore – Rif. Venezia
  • 6° giorno: Rif. Venezia – Monte Pelmo – Rif. Venezia (CAI)
  • 7° giorno: Rif. Venezia – Borca di Cadore (Bus) – Calalzo (FS) – Vittorio Veneto arrivo.

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Zoppada

Il mal di montagna, vero e proprio virus che ha colpito un gruppo di giovani escursialpinisti che anche quest’anno, e stavolta senza nessuna ricorrenza come richiamo, han voluto rispondere all’unica esigenza, quella di vivere un tempo di relax sui monti, accomunati dall’amore verso le vette, le valli e lo stile di vita di chi le abita.

Non è facile portare giovani cuori a camminare più giorni sui sentieri alpini tra levatacce e fatiche, ma l’entusiasmo della passione sa contagiare di gioia… e i passaparola fanno il resto; a Marica poi l’”impegnativo” compito di documentare nero su bianco una fantastica avventura, e quindi, dopo la mitica “Sappadola 2004”, ecco l’allegra “spedizione” pronta a partire verso nuovi orizzonti: ZOPPADA, itinerario da Sappada a Zoppè di Cadore, in particolare dal Peralba al Pelmo, meta ambita e sognata da tutti noi partecipanti!

Mercoledì 3 agosto si parte; ore 6:42, zaini, scarponi e occhi assonnati alla stazione di Vittorio Veneto, ma grande gioia per questa partenza verso una settimana “ai confini della pace”, tra verdi sentieri e rocce silenti.

Dopo treno, autobus e navetta, alle Sorgenti del Piave inizia il nostro cammino sul sentiero che porta al rif. Calvi. Il tempo, a dir la verità, non è dei migliori, e così l’arrivo al rifugio è offuscato da una nebbiolina che ci avvolge e ci preclude la vista su orizzonti lontani. All’interno è comunque una festa di incontri e persone, gestori accoglienti, the caldi e sorprese… sul libro del rifugio troviamo infatti le recenti firme di due personaggi a noi molto conosciuti: don Giovanni Dan (che in seguito verrà anche a farci visita) e Jan, sappadolino doc costretto dagli impegni universitari a rinunciare con sommo dispiacere alla Zoppada. Ma se non può esserci con il corpo, Jan ci lascia comunque piacevoli frammenti della sua presenza; ed è così che i gestori ci consegnano una scatola-regalo contenente…i libretti della Zoppada!!! Segno – guida di questa settimana, con itinerari e pensieri e ampi spazi per i timbri e i ricordi e le firme e le dediche e… chi più ne ha più ne metta!

Carichi e felici per la gradita sorpresa non ci lasciamo intimorire dalla nebbia che continua imperterrita a sovrastarci e decidiamo di salire ugualmente al Peralba. Ed in cima…che freddo!!! Madonnina, croce, omino di sassi…tutto avvolto dalla nebbia fitta; neanche il tempo di prendere in mano il libro di vetta che il vento si fa più forte ed iniziano a scendere le goccioline di pioggia. E allora tutti al riparo in una grotta, grotta che sicuramente in tempo di guerra era servita da riparo a tante persone, a tanti soldati venuti a combattere quassù, tra queste rocce…

Nebbia e freddo non accennano a passare e allora per ripararci un po’ i nostri “ingegneri” costruiscono un rudimentale muretto con le crode: la scena è esilarante e la “sosta forzata” diventa così momento di gruppo, di amicizia, di sorrisi, di aiuto; il tempo ci regala un po’ di tregua e approfittiamo del momento per ridiscendere al rifugio, dove ci aspetta una buona e calda cena…la discesa procede senza intoppi, siamo quasi arrivati, manca solo il ghiaione…e proprio qui il primo ruzzolone: scivolata, doppio salto mortale con avvitamento, capriola finale e di nuovo in piedi; questo il grande numero di “Umberto Fortunato”, il re dei ghiaioni!!!

Dopo le varie medicazioni e una supercena per ricaricarci, non può certamente mancare il giro di “graspe”, e a riscaldare la compagnia il racconto del gestore. Con la sua semplice e innata simpatia, Giulio Galler ci parla della visita di Papa Giovanni Paolo II a queste montagne, e dai suoi occhi celesti e vivi traspare tutta la sua passione, tutto il suo amore per i monti e per la vita, sentimenti che anche il nostro Papa condivideva, pensieri di gioia e pace per queste oasi d’incanto; “Herrliche Berge, montagne allegre”! Questo lo slogan che Galler ci regala e che da oggi accompagnerà gioiosamente i nostri passi!

Una notte di riposo per ripartire poi il mattino seguente, destinazione rif. De Gasperi passando per Passo del Mulo, Laghi d’Olbe e Sappada. Il sole oggi ci sorride, ed è bello camminare in fila sui sentieri. La fatica comincia ad aumentare con la salita al passo, il ghiaione sembra non finire mai! Ma presto arriviamo in cima, e ci concediamo qualche minuto di relax seduti al sole, qualche panino e qualche foto e poi scendiamo ai Laghi d’Olbe. Stupendi specchi d’acqua limpida e fresca, prati tutto intorno e cime all’orizzonte: che pace! La serenità che si respira in questi luoghi ci dà forza e ci unisce, e proprio qui, in riva al lago, ringraziamo il Signore, nostra roccia, per le meraviglie che ci ha donato. Raccogliamo un sassolino, un frammento di tutta questa bellezza che resta indelebile nei ricordi.

Stare qui è piacevole, ma il tempo scorre via veloce, e arriva l’ora di ripartire. Scendiamo a Sappada, dove facciamo scorta di frutta per i prossimi giorni, e poi iniziamo la salita.

Lungo la strada si cominciano a sentire i primi dolori, ma pian piano arriviamo più o meno integri al sentiero attrezzato “Corbellini”. L’ultimo tratto è critico; tra zaini che fanno male, dolori a gambe e piedi, ginocchi feriti, giramenti di testa e tendinite al ginocchio è tragico andare avanti, e intanto il sole inizia a calare. È già buio quando arriviamo al rifugio (tra l’altro pienissimo, c’era un corso di alpinismo), ma riusciamo comunque a mangiare (anche lo zaino e gli scarponi di Luca hanno avuto l’onore di “assaggiare” un piatto di minestrone rovesciato dalla cameriera!).

Approfittiamo anche del medico del corso, che gentilmente “visita” e medica tutti i “caduti” del giorno. Poi la notte (rigorosamente in soffitta, non c’erano altri posti liberi!), e il sonno ristoratore.

L’indomani gran colazione, foto di rito assieme al gestore e iniziamo la discesa fino a Forcella Lavardet, dove ci fermiamo per mangiare brevemente (abbiamo i minuti contati perché dobbiamo arrivare a Campolongo in tempo per prendere la corriera). In forcella conosciamo una coppia di nonni che subito ci conquistano offrendoci del vino (e noi ricambiamo con la mitica P38 di Galler, che ci portiamo dietro come riserva dal primo giorno). Dopo il pranzo superveloce ripartiamo; Luca purtroppo si sente male, ma i nostri nuovi amici si offrono di dargli un passaggio, dato che erano lì in macchina, e così il nostro malato, accudito da Laura, si risparmia la lunga discesa in paese. Arriviamo giusto in tempo per salire in corriera, e a S. Stefano salgono anche Laura e Luca (che nel frattempo aveva scoperto di avere la febbre) e il gruppetto di “uomini duri” che avevano fatto la discesa in velocità e così, arrivati a Campolongo, avevano ben pensato di continuare a piedi fino a S. Stefano!

Dopo un cambio arriviamo a Valle di Cadore e qui prendiamo la navetta di Salvatore, “tipico autista cadorino “ che con un viaggio folle ma simpatico ci porta fino al rif. Costapiana, da dove partiamo per raggiungere il rif. Antelao.

Il sentiero è semplice e bello, immerso nella natura e, a tratti, scorci di orizzonte spettacolari.

Arriviamo alla chiesetta di S. Dionisio in tempo per assistere al tramonto, con Antelao, Pelmo e civetta davanti, e cime e monti tutt’intorno, fantastici giochi di luci ed ombre e effetti di nuvole… foto e filmati a 360° per immortalare ogni momento, sempre diverso, sempre bellissimo. La montagna sa regalare momenti davvero unici, e la fatica fatta viene largamente ripagata dalla bellezza estasiante dei profili rocciosi, delle sfumature che riscaldano e colorano la vista.

All’arrivo in rifugio troviamo cibo ottimo e gestori gentilissimi e accoglienti, una chitarra da suonare e atmosfera allegra, di gioia contagiosa. Una nottata nella bella cameretta e il giorno dopo sveglia, colazione e canti alpini all’aria aperta con Giuliano, simpatico signore da Venezia che con la sua armonica accompagna le nostre voci… poi arriva Rudi, e allora saliamo con lui a Forcella della Piria, dove da bravo rocciatore ci parla della sicurezza in montagna, mostrandoci nodi e tecniche di salita. Dopo le scalate di Martina e Antonella torniamo al rifugio per il pranzo e, gradita visita, troviamo don Giovanni ad accoglierci. Con lui celebriamo una bella Messa per ritemprare gli animi, molto semplice e spontanea, all’aria aperta, nella fantastica Cattedrale del Creato, sfondo l’Antelao. Il resto del pomeriggio scorre tranquillo tra foto, magliette della Zoppada da personalizzare, e libretti da scrivere e disegnare: a ognuno il suo spazio e il suo segnalibro, un segno per questa giornata di tranquillità nella natura. Don Giovanni torna alla “civiltà”, e intanto viene sera; si mangia, si canta e con la luce soffusa un bel gruppetto di persone si riunisce attorno al nostro tavolo e alla magica chitarra, tutti a cantare in allegria…una botta di energia e di vita… è l’amicizia che contagia e riscalda tutti!

Il mattino seguente ci svegliamo presto per scendere al rif. Costapiana e prendere di nuovo la navetta di Salvatore, che ci riporta a Valle di Cadore. Qui troviamo ad attenderci mamma e papà di Roberto, Martina con la sua famiglia e i genitori di Luca. Con le macchine arriviamo in più turni fino a Zoppè di Cadore, all’imbocco del sentiero per il rifugio Venezia. Martina e suo papà dovrebbero unirsi a noi per l’obiettivo finale, il Pelmo, ma un acquazzone improvviso fa cambiare idea, e così (seppur a malincuore) tornano indietro. Noi intanto ci ingegniamo per coprire gli zaini il meglio possibile e, ironia della sorte, un quarto d’ora dopo splende il sole, e così riprendiamo il cammino. La salita è piacevole, si sta in gruppo, si chiacchiera, si ride, si respira l’aria fresca e si sente il profumo dell’arba bagnata dalla pioggia appena passata. Tra pozzanghere e fango arriviamo finalmente al rifugio, e davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo immenso: il Pelmo, colosso gigantesco di roccia viva, trono maestoso dal profilo fiero, appena velato sulla cima da una nebbia leggera…la vista ci riempie il cuore, e aumenta il desiderio di arrivare là, sulla cima, a godere dei panorami e degli orizzonti. Carichi più che mai sfoghiamo la nostra gioia in una serata unica, gestori, ospiti italiani e non si uniscono a noi, canti, balli, giochi, sorrisi…è magico, l’atmosfera è davvero festosa e solare! Allo scoccare delle dieci, però, come previsto tutti a letto, ci aspetta un giorno fantastico ma impegnativo. Sveglia di buon’ora, colazione, il tempo è ottimo, possiamo partire. Zaini in spalla, imbocchiamo il sentiero, percorriamo uno dietro l’altro la Cengia di Ball; alcuni punti richiedono attenzione, mani amiche aiutano nei passaggi più difficili e così superiamo brillantemente anche il famigerato Passo del Gatto. Finita la cengia, ora ci aspetta un’altra fatica: risaliamo il ghiaione pian piano, qualche sosta ed arriviamo al nevaietto interno. Che emozione! Proprio sotto la vetta…qualche minuto di riposo, e ripartiamo. Ormai la fatica non si sente più. l’obiettivo più grande di questa Zoppada è qui, sotto i nostri piedi, davanti ai nostri occhi…e finalmente in cima!

L’emozione, la gioia, la soddisfazione di essere arrivati fin qui è grande, è un sogno che si realizza…

Le montagne tutto intorno sono spettacoli, orizzonti sconfinati, immensi; è incredibile trovarsi qui, e ognuno di noi lascia un segno di sé sul libro di vetta, a testimoniare la nostra presenza e la nostra gratitudine.

Ci fermiamo a lungo in vetta, a respirare quest’aria fresca e pulita, il silenzio, la bellezza… poi però bisogna tornare, scattiamo le ultime foto e, salutando con lo sguardo la croce e l’orizzonte scendiamo. In breve siamo di nuovo al nevaietto, ma oggi è giornata di sorprese, e allora chi incontriamo? Don Angelo, parroco di San Martino, che sale il Pelmo in solitaria, per venire a trovarci!!! Decidiamo di aspettarlo mentre sale in vetta e ci concediamo così una lunga pausa al sole, chi scrive, chi sogna, chi gioca a “bocce” coi sassi sulla neve!

All’arrivo del don ridiscendiamo tutti insieme, di nuovo ghiaione, di nuovo cengia e Passo del Gatto, ed eccoci al rifugio!

Se gli occhi e il cuore sono pieni di gioia e meraviglia, lo stomaco invece brontola, e allora grande festa e cibo in gran quantità per saziare l’appetito. E per finire in bellezza questa giornata e concludere degnamente la Zoppada, un’altra sorpresa: con grande gentilezza dei gestori riusciamo a fare un piccolo fuoco di bivacco, e salutare la notte e le stelle con i nostri canti.

Guardando il cielo non possiamo non ringraziare ancora una volta il Signore per il dono di queste montagne stupende, e per il dono ancora più grande di poterle vivere, camminando sui sentieri, ammirando gli orizzonti, assaporandone la pace, gustandone la bellezza.

Una notte serena custodisce i nostri sogni, e al mattino siamo pronti per partire. Segno finale di questa Zoppada un piccolo moschettone e un pezzetto di corda, per sentirci tutti uniti, una cordata nell’amore per i monti.

Salutiamo i gestori e partiamo, con i timbri stampati sui libretti e il profilo del Pelmo, perla delle Dolomiti, stampato nel cuore.

Una lunga discesa e siamo a Borca di Cadore, panino al volo, corriera e da Calalzo il treno ci riporta a casa. Si ritorna alla vita di tutti i giorni, ma con un’emozione nuova nel cuore; l’impronta di questa esperienza è indelebile dentro di noi, e con lei il desiderio di nuovi cammini e nuovi orizzonti…e all’unisono un grido: Montagne Allegre!

Gli ZOPPADINI
Robi, Dario, Luca, Laura, Luca2, Marica, Paolo, Antonella, Martina, Umberto, Federico, Enrico, Giorgia

Urlano un grande GRAZIE a:
Menestrello Jan – don Giovanni Dan e “’Na cantada in compagnia” – Anna e Giulio custodi del tempo e del Peralba – Hofer – rif. Venezia “staff” – il “doc” del De Gasperi – Anna, l’Antelao e le torte – Rudi 6+ – Totò – Bepi e Iseta – Martina e papà – i soi de Luca – e naturalmente tutti gli altri che per mancanza di spazio non possiamo menzionare ma che sono nel nostro cuore…

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Divino il silenzio di occhi nel fuoco
che ospita il saggio lare
dai sibili rapaci
a scuotere ricordi
di giochi e vecchie braci.
Dove Eolo osa tuffarsi in crepacci
con un refolo l’ombra sfuma in alba
e l’arcobaleno cavalca il Peralba.
Ma dietro le capre batte il sentiero:
gravi muggiti, criniere di seta,
un pastore viso arso,
della Carnia il sudore!
In file bersagliere
larici eleganti corrono fuori
dal bosco più selvaggio
di abeti irti in carcasse
come cedri del Libano…
Solo, sotto i ghiaioni
di tramonti il Volaia s’ubriaca.
Osservan la terra come un ostaggio
vivi occhi in fessure sotto i mantelli,
la pioggia che lava le nostre paure
ci dà salamandre e nuovi ruscelli.
(Federico Da Dalt)

mercoledì 08 agosto 2007 | Autore: Roberto

Ricevo da Marica una serie di fotografie relative all’escursione soprannominata “Zoppada”…

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domenica 05 agosto 2007 | Autore: Roberto

Monvis On Tour.

Il Logo di MonvisOnTour

Il Logo di MonvisOnTour

Ritorna l’estate e come di consueto per un gruppetto di baldi giovani ritorna il tempo di indossare zaini e scarponi e avventurarsi per i monti. Quest’anno però i nostri eroi hanno deciso di scoprire nuovi orizzonti: “giro del Monviso!” propone Robi…e la truppa nonostante qualche momento di incertezza per la lontananza del luogo e un po’ di nostalgia “dolomitica”, acconsente spensierata. Così la mattina (assonnata) del 30 luglio i “PiavePo” sono partiti dalla stazione di Conegliano per il “giro del Viso col sorriso”. Per la cronaca ricordo che al già consolidato gruppo esclusivamente maschile dei “Coglians” (e qui non mi dilungo in spiegazioni..), quest’anno si è aggiunto quello femminile delle “Fenommene”: insomma, un po’di rivalità ci vuole! Arrivati a Torino abbiamo proseguito per Pinerolo e poi per Torre Pellice; qui con navetta e furgone stile cow boys abbiamo raggiunto il rifugio Jervis, prima tappa della nostra scarpinata sulle montagne piemontesi. Il secondo giorno è stato apocalittico: partenza ore 9.30 dal Jervis, arrivo al Bagnour alle 22.15…quel martedì 31 luglio resterà nella mente di tutti noi, specialmente in quella di Martina (le vesciche ringraziano ancora per il divertimento)!! Ad ogni modo siamo giunti a destinazione tutti interi e abbiamo trovato un rifugio simpatico e accogliente. Ciò che più ci ha stremato in questi giorni sono stati i notevoli dislivelli da percorrere: salite verticali e discese perdifiato…un vero toccasana per piedi e ginocchia! Nonostante la fatica il gruppo non si è mai perso d’animo anzi, certe circostanze saldano le amicizie e così ogni piccolo gesto, dal passarsi la cioccolata al darsi la mano, ha contribuito a rendere la stanchezza più sopportabile. Dal Bagnour siamo arrivati all’Alpetto, rifugio che i nostri “Coglians” non scorderanno con facilità a causa di una cena decisamente scarsa rispetto ai loro stomaci capienti e a una notte trascorsa sul pavimento di una camera troppo piccola per tutti noi: la temperatura si è rivelata infernale e c’è chi per trovare sollievo e ossigeno ha cercato rifugio nel corridoio o ha dormicchiato nel bagno…Sopravvissuti anche a questa vicenda, zaini in spalla abbiamo ripreso il cammino gustandoci gli spettacoli offerti dalla natura, e purtroppo tra questi si è presentata anche la pioggia che ci ha accompagnato fino al Giacoletti, rifugio che ci ha ospitato per gli ultimi due giorni. Con la scusa della pioggia ne abbiamo approfittato per ristorarci un pochino e ci siamo permessi un pomeriggio di relax tra the caldi, chitarra, decoro di magliette e dediche-ricordo per i compagni di viaggio. La sera poi, essendo il 2 agosto la festa degli uomini, abbiamo festeggiato i nostri ‘machi’ coinvolgendo una bella compagnia di piemontesi doc e un simpatico gruppo di francesi…è stata proprio una gran serata! Il giorno dopo con molta calma abbiamo “conquistato” punta Venezia (3095 slm) dove alcuni di noi si sono dilettati ad arrampicare grazie a una provvidenziale corda da 60 metri che ha girato a turno negli zaini in attesa del momento giusto per essere sfoggiata. L’ultimo giorno salutando il Giacoletti ci siamo diretti al “Buco di Viso”, ma omai si era fatto tardi e la navetta aspettava al Pian del Re, così con una discesa rompigambe siamo giunti alle Sorgenti del Po sulla via del ritorno.

Questi giorni sono stati conditi da attimi dai sapori differenti: i due stambecchi fuori dal Giacoletti, il tuffo inatteso di Gabri in un gelido laghetto, le marmotte che ci spiavano curiose, i panini con l’insuperabile prosciutto di Gian, le riflessioni con la consegna di piccoli segni, le chiacchiere notturne con Livio e Roberto del Bagnour, i campanacci che risuonano nelle valli…E’ incredibilmente ricca di sorprese la vita, basta solo saper cogliere le occasioni giuste: queste esperienze di gruppo tra fatica, divertimento e condivisione ne sono una degna prova!

Antonella

lunedì 23 luglio 2007 | Autore: Roberto

In rotatoria sul canaloni rocciosi della grande parete.

La partenza.

L’adunata dei Bortolot è a luglio, un caldo luglio… di notte il veliero a quattro ruote salpa direzione Pecol in Val Zoldana dove ci si riposa in vista della traversata, il nostro obiettivo 2007 infatti è la grande circumnavigazione della mitica Civetta, maestosa barriera di calcare tra zoldano e agordino. È mattina presto quando leviamo le ancore e prendiamo il largo alla volta del rif. Coldai, prima boa dell’isola di pietra. Il tempo è stabile e gli scenari si stagliano di fronte, l’orizzonte lì, al di là delle onde; tornanti ci conducono in alto, oltre le malghe e i boschi di abete rosso. A grandi remate arriviamo al Coldai per il te di rito dopo le prime fatiche.

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La navigazione.

In stiva soliti zaini carichi del necessario; a chi scrive scarponi nuovi danno qualche problema di adattamento; attrezzatura fotografica massiccia per il nostro Massimo che punta a vincere il “Pulitzer”; Franco con lo “spettro” matrimonio che lo attanaglia; Marcello in perenne litigio col cellulare urlante di lavoro da sistemare. Poco importa, la nostra nave va veloce su per le insenature di pietra e incontra un laghetto affascinante che specchia le perle dolomitiche e spiaggianti figure femminili sulle sue sponde… e Massimo immortala tutto da esperto paparazzo nascosto tra un panino e una stringa di scarpone… i nostri passi nuotano lesti su ghiaioni infiniti a ridosso della grandiosa parete nord della montagna, la parete di Philipp, di Flamm, di Solleder, la parete delle pareti, il muro delle vie che hanno fatto la storia dell’arrampicata su roccia. Un fiordo che non finisce mai si incunea sin su al rifugio Tissi, ideale panorama sulla croda silente e balcone privilegiato su Alleghe ed il suo lago dai mille misteri… Al rifugio la cucina pareva attenderci con le sue specialità, anche con un eccezionale condimento di pepe causa un tappo mal riposto… che ridere e che ugole poi con la chitarra provvidenziale tra le mani del Pippa. Dai finestroni e dal binocolo del rifugio osserviamo intrepidi alpinisti in prima ripetizione di una famosa via… tutti col naso all’insù e il cuore che batte per le loro gesta. Ma la nostra meta è un’altra, il tempo passa, dobbiamo ripartire e allora via a remare tra canaloni di mughi e praterie brucate, docili sguardi di mucche al pascolo ci scortano tra le maree di genzianelle e i flussi di tarassaco… e sul finir del pomeriggio si attracca al rifugio Vazzoler con la Torre Trieste e la Torre Venezia lì a far da sentinelle. Nel refettorio del rifugio si levano fiumi di parole, intrighi di pensieri; osservo con divertita simpatia gli atteggiamenti dei commensali di vari tavoli, intenti chi a dialogare, chi a guardare concentrato le mappe, chi a divorare avidamente le portate… una miscela davvero eterogenea di stili, di volti, di voci. E comunque un comune intento, vivere la montagna in semplicità. La spartanità, la condivisione in un rifugio alpino è evasione dalla frenesia del mondo moderno per riappropriarsi del tempo, è viaggiare in barca a vela con la sola forza del vento. Io quasi addormentato fin dentro il minestrone vengo ridestato dal vociare dei miei compagni di viaggio che così mi evitano faccia odor di brodo. La scala quaranta di rito chiude la serata. Una mattina radiosa ci riceve ancora assonnati tra le sue spire… carichi di adrenalina ricominciamo la nostra navigazione su quei dossi dapprima ondulati poi sempre più irti. A un bivio incontriamo Michele e il suo amico di cordata che si apprestano a scalare spigoli e diedri, fessure e tetti, un in bocca al lupo e via nuovamente a remare tra schizzi di carpino e ondate di mughi, lentamente ma inesorabilmente l’oceano sale, sale e sale ancora, il dislivello è un’onda altissima che si riversa sul Vallon delle Sasse. Marcello è il nostromo esploratore che se ne va tra gli abissi… io e Franco diligenti vogatori, il due con… fatica; Massimo imprevedibile per le foto da sotto, sopra, di lato, interne, esterne, con e senza ombrello, sempre un pelo più in là o più in qua, mai con, piuttosto senza e vabbè, l’alchimia tra di noi è proprio questa, tutti dignitosamente diversi, ma amici veri. La discesa dalla forcella verso il sentiero Tivan è un incredibile rafting spaccagambe, piedi, tendini, muscoli, ma il pensiero al tramonto sulla cima e all’alba seguente ci carica e la fatica si riposa dalle nostre menti. È il punto G o meglio X, si attacca il mare di crode per la vetta. La via è normale ma le nostre gesta no. Superiamo i nostri limiti di normalità (ma cos’è normale?!) cavalcando il ghiaione e superando il primo tratto di attrezzato… cavalchiamo un secondo verticale ghiaione e un secondo verticale attrezzato. Di là, nello sconfinato cielo dolomitico, il Monte Pelmo è un caregon sul serio, una poltronissima allacciata a un verde intenso che gli fa corolla alla base. Le “cordate” si dividono, Franco e Marcello ci precedono di qualche centinaio di metri, io e Max che ha un ginocchio dolorante procediamo più lenti. Vogatori di ritorno salutano festanti e gioiosi la meta raggiunta e ci incoraggiano. Guardo con estasi l’incredibile bellezza che ho attorno a me… le rocce, i prati, le valli… sono fortunato ad essere nel mezzo di questa attraente e seducente galassia naturale.

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La rinuncia.

Ci riposiamo su un terrazzino. Poi l’imponderabile si impossessa del destino; il ginocchio di Max fa crack, fors’anche la sicurezza mentale. Sono impotente e protagonista spettatore di una rinuncia sofferta, non si può proseguire, lo scafo ha una falla, anche i due in avanscoperta salgono sulla scialuppa che riporta tutti e quattro a lidi sicuri, sentieri orizzontali che macinando la sera ormai imminente conducono al porto di partenza, il rifugio Coldai. Nei nostri cervelli si sono accumulati pensieri di tutti i tipi, tramonti che rimangono sogni, albe che restano nascoste, ospitalità di rifugi (in questo caso il Torrani) da scoprire.

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Le certezze.

La cima della grande Civetta rimane da noi inviolata, ma l’amicizia, la condivisione, la solidarietà sono valori irrinunciabili, la vetta starà lì in attesa di un altro tempo… così come anche il gestore del Torrani che ci aspettava e al quale inviamo l’invito a bersi una birra con noi, naturalmente a lui dovuta con le nostre scuse. E poi la sera al Coldai, un porto di mare stracolmo di gente (a noi per dormire è uscita in sorte la lavanderia, ma che fortuna e che allegra ciurma di bucanieri sono stati in nostra compagnia) ha creato le atmosfere di magico divertimento con due personaggi del luogo (che salutiamo) e due belgi in tour itinerante tra le Dolomiti. È mattina, no meglio, è l’alba, un’unica bassa marea in un golfo azzurro è il cielo sopra di noi; tiepidi raggi la inondano di riflessi e la marea prende colore, e il colore riflette con le sue tonalità i nitidi profili del Pelmo e i contrafforti vicini della Civetta. Mentre due poltroni sonnecchiano, io, appollaiato su di un masso, guardo incantato l’oceano terrestre con le sue dune rocciose e i suoi viraggi di colore mentre Massimo scatta pellicole di foto a memoria dei ricordi, negativi dei racconti… poi, durante la chiassosa mattinata che si apre, torniamo a valle e il mondo luminoso sul mare fossile rimane lì, con le sue storie e le sue vite.

Robi

mercoledì 06 settembre 2006 | Autore: Roberto

Uno sconsolato agosto ha piovuto pioggia per ventitré giorni su trentuno! Per fortuna un inizio settembre dai colori meravigliosamente tersi segue la comitiva dei Bortolot che si è messa in cammino verso le Pale di S. Martino. La mitica punto/tipo bianca è ormai un ricordo chissà, forse sarà riciclata in nuove lamiere o portacarte in plastica o pensionata arrugginita da qualche sfasciacarrozze, con rassegnato finto dolore di Marcello che nel frattempo si è fatto una utilitaria nuova di zecca. A proposito, quegli animaletti (zecche) così fastidiosi, quest’anno sembra abbiano colonizzato e infestato anche zone solitamente immuni ed altitudini insospettabili… forse che i prati incolti stanno aumentando e che la montagna sempre più si sta spopolando? Mah, di seconde, terze, quarte e via dicendo case, oppure di impianti di risalita in via di sviluppo ci è sembrata “popolata” la montagna; di gente che con fatica e sudore e poco reddito la vive e la lavora invece molto meno. Orecchie anzi occhi e riflessioni per intenditori… Insomma anche noi, presi da raptus Lamon e fatto un veloce referendum davanti a un buon prosecco una sera da Peo, abbiamo messo l’indice sulla mappa e scelto di passare in Trentino, ma purtroppo quattro soli giorni delle nostre agognate, sognate e sospirate ferie.

È mattina al Cant del Gal, fiabesco e incantevole luogo, verde rigoglioso di suoni e lineamenti e il nome tutto un programma. Svegli e intrepidi mangiamo in fretta il dislivello fino al rif. Treviso già Canali, e lì quasi “perdiamo” Max che, reduce dalla precedente serata conviviale, ancora non ha digerito ed i suoi passi sono sostenuti da continue e sonore lamentele. Naturalmente per star meglio, al rif. ha ordinato tè caldo (e ci siamo) e… strudel (e qui non ci siamo). Timbrato e recuperato anche un giro di cintura del Max, si riparte e con infinite serpentine irte e regolari ci si addentra e innalza sul Vallon delle Lede fino all’accogliente bivacco Minazio, proprio sotto i contrafforti della Cima del Conte e della Cima Canali e proprio su quella parete alcuni rocciatori stanno scendendo in doppia e quando giungono al bivacco ci rendiamo conto che dei rumori sentiti poco prima erano sassi rotolati che ad una di loro avevano provocato una vistosa ferita alla testa nonostante il caschetto. Ben medicata e col motto “tutto ben quel che finiss ben”, ripartiamo ancora in decisa salita alla volta del passo delle Lede e in forcella la fatica lascia il posto alla soddisfazione incredibile di una vista fenomenale sull’altopiano delle Pale con le sue cime più famose lì, ferme, immobili crode plasmate dal tempo, davanti al nostro iride… e giocoforza davanti all’obiettivo del nostro fotoreporter che già ha riempito memorie su memorie digitali (per il sito www.bortolot.it naturalmente…); peccato che invece la sua memoria analogica, il cervello, ogni tanto vada in “stand-by”. Di lì tutta discesa fino al rif. Pradidali. E qui la sorpresa è stata grande.

Abituati a stagioni e luoghi durante le quali a pernottare nei rifugi non vi era quasi nessuno, stavolta al contrario tutto pieno, soprattutto gruppi di alpinisti/rocciatori. Molte infatti le cordate sulla Cima Pradidali e Campanile, sulla Cima Immink, sia del CAI coi corsi roccia che di appassionati. Con dei ragazzini passiamo il dopocena cercando di intuire con la logica la risoluzione di alcuni giochi da tavolo… ma l’unico al quale la logica non fa difetto è il solito Massimo che li risolve tutti… sulla logica degli altri tre stendiamo un velo pietoso. E come a Roma e Torino anche in rifugio è proposta la notte bianca, anzi in bianco! In effetti la camerata dove io e il Franz eravamo accampati ospitava tutto il campionario possibile di personaggi notturni… un’isterica e insonne filosofica zitella che sospirava imprecando a voce alta ad ogni movimento, anche solo al respiro e che si era appropriata di ogni piccolo spazio sottosopra e adiacente al castello, della serie “quel che te vede le tut meo”; due polacchi con levataccia all’alba di un’alba dell’alba, le quattro, e conseguente rumorosa attività di lavaggio, vestizione e preparazione zaino, della serie “ciapen tut el poc temp che ven, ala facia de chi che à da dormir”; l’insonne che si rigira perennemente sulla branda, naturalmente quella con la rete che cigola di più; e non poteva mancare il fenomeno che dorme più di tutti (e che al risveglio ha sempre il coraggio di dire “mi no ò dormì gnent stanòt…”) ma che russa con tutte le tonalità e armonie possibili, dalla bocca aperta, alla moka del caffè, al masticamento con assaggio, al fischio ed alla rullata che innesca lo stress a catena di tutti gli altri. Meglio è andata a Max e Marcello in un’altra stanza, beati loro.

E la mattina con le borse sotto agli occhi i passi se ne vanno con lo scarpone automatico su per il sentiero fino al Passo Pradidali e da lì fin sotto al ghiacciaio della Fradusta. A questo punto i “destini” dei quattro compagneros si dividono, Massimo con la sua fotocamera a sviscerare tutti i segreti della bocca del ghiacciaio (sempre più ridotto) aperta sul laghetto (sempre più vasto), fotografato da ogni millimetro di lato; Marcello in solitaria esplorazione e videopresa del sentiero che porta alla vetta e il duo RobiFranz ad “aprire” un sentiero tra le cenge scoperte che il ghiacciaio ha lasciato, regredendo e dividendosi in due tronconi. “I coraggiosi alpinisti si arrampicavano con intrepida decisione, noncuranti delle difficoltà e con sprezzo del pericolo attraversavano le bastionate rocciose del ghiacciaio, raggiungendo in breve con passo felpato il sentiero che li avrebbe condotti alla cima… ecc. ecc.”; così forse se avessimo visto un cinegiornale dei tempi passati, più semplicemente direi che i due incoscienti si sono avventurati tra le rocce levigate ed esposte e faticando non poco sono arrivati a un certo punto sul tracciato normale (scampato pericolo! … no ‘ndar a pericolar no?!?), poi in breve sulla vetta della Fradusta. Qui i Bortolot ricongiunti hanno festeggiato un compleanno e la maestosità del panorama. Altri escursionisti giungevano in vetta e sul viso di ognuno di loro si leggeva la soddisfazione di poter guardare e riconoscere dall’alto in una giornata splendida tutte le più belle cime dolomitiche, Antelao, Pelmo, Marmolada, Civetta oltre naturalmente ad indicare una ad una le superbe Pale, il Cimon, il Sass Maor, Cima della Vezzana, i Bureloni/Focobon, le Pale di S. Lucano e il mitico Monte Agnèr. Poi la discesa e il viaggio lunare su e giù per l’altipiano fino al rif. Rosetta.

La sera in rifugio è una rifocillante cena e uno sguardo divertito alle “aquile delle dolomiti”, arzilli triestini over settanta con maglietta gialla d’ordinanza e pancetta incorporata, che festeggiavano il decennale del loro nutrito gruppo con canti popolari e fotoritratti di rito. Coi soliti nostri tempi ristretti (e per evitare di rimanere di più in un rifugio dalla gestione un po’ “fredda” e soprattutto coll’incubo dell’insonne zitella del rif. precedente che nel frattempo era soggiunta a sorpresa!!!) il giorno seguente abbiamo deciso di puntare direttamente verso sud, tralasciando la parte nord delle Pale e quindi abbiamo percorso il sentiero per il Col delle Fede e Col dei Bechi, tra scenari di gratificante serenità e poi su nuovamente a zigozago fino ad arrivare al rif. Velo della Madonna, gioiellino accogliente e familiare, posto su una bastionata sulla Val Cismon, al cospetto dello spigolo del Velo, via alpinistica famosa e gettonatissima dalle generazioni attuali. Al nostro arrivo erano le tre del pomeriggio, ma nonostante l’ora tarda una pasta fenomenale ha attraversato il nostro apparato digerente soddisfandolo appieno per bontà e qualità, plausi al cuoco. Il tempo poi se ne è corso via lento quasi per farci godere totalmente della bellezza dei luoghi, del fascino discreto del tramonto piuttosto che della ospitale discrezione dei gestori. Davvero una sorpresa positiva questo rifugio, un davanzale (anzi due…) che osserva le magie sul Catinaccio, Latemar, sui Lagorai, Cima d’Asta, Vette Feltrine e oltre, in fondo prima delle distese pianeggianti, il Visentin e le Prealpi Venete. Rifugio frequentato da guide alpine con figli al seguito; rifugio gestito da una guida alpina, che serve a tavola, che fa due chiacchiere con gli ospiti, che fa lavori di manutenzione sulle ferrate, che porta sulle vie i clienti, che ti indica con sapienza nomi e storie delle montagne intorno. Una guida alpina sui generis che è lassù, dove volano le aquile, da quattordici anni e ha un figlio che ne ha quattordici di anni e che una mattina lo vedi, quel ragazzino, sullo spigolo, a roteare nell’aria in cordata, regalo di Cresima del suo “santolo”, e la sua mamma trecento metri più in giù, al rifugio, col sorriso sereno ed il naso all’insù ad annusare il profumo d’amore di quel suo cucciolo d’uomo e ad accompagnarlo con lo sguardo appiglio per appiglio, teneramente e sicura della sua forza. Un gestore/guida alpina dalle idee chiare, che discute felice con noi di politica, turismo, attualità varia… un gestore che dall’alto (mt. 2358) del suo rifugio e della sua esperienza e del suo amore per la natura si può ben permettere di scrivere sul mio diario d’incontri che “internet = aria fritta”!… alle sei e un quarto Massimo mi butta giù dal letto e in apnea raggiungiamo la forcella della Stanga. Tempismo… al sorger del sole al di là delle rocce del Sass d’Ortiga mi è sembrato di veder sorridere la fotocamera…. che mirabolanti evoluzioni di colori in pochi istanti!!! La discesa dal Velo della Madonna è un grandioso e incontrastato sentiero naturalistico tra mughi, larici e abetaie e idilliaci solchi prativi puntellati di masi fino al Cant del Gal.

E mentre torniamo a casa ripensavo assorto a quei quattro giorni, durante i quali ci siamo lasciati comandare dai ritmi della terra, dai battiti del tempo, dal levar della luna, dal calar del sole, dal sibilo del vento, dal rotolar dei sassi, dallo sgorgar dell’acqua, dal calore dell’umanità incontrata nei rifugi… anche dal profumo delle “buazze”. Ci siamo lasciati comandare dalle sensazioni dell’anima… Poi una frenata improvvisa e mi sono ridestato e sulla Forcella Aurine una pattuglia dei carabinieri ci ha fermato e chiesto i documenti (eravamo in effetti “sporchi e pazzi”.. Bortolot pò!!!) e d’un tratto si è catapultati nuovamente alla vita normale… comunque tutto in regola!!!

Robi

martedì 30 agosto 2005 | Autore: Roberto

…verso il West sulle Dolomiti di Sesto, incrociando battaglioni di salamandre.

E alla fine l’elefante ha partorito il topolino… dieci giorni, cinque e alla resa dei conti tre soli giorni compresi i viaggi per un anello sulle Dolomiti di Sesto!!! I segnali di fumo intasavano già i cieli della marca, era grande capo “ciste” Marcello che usava legna fradicia (la legna asciutta gli serviva per la libreria in mogano della sua reggia vittoriese) per chiamare i guerrieri alpini a dissotterrare lo zaino di marcia. L’eco si diffondeva tra le vallate di Revine e Fregona rimbalzando sul campanile del Duomo di Serravalle… e anche quest’anno i Bortolot sono partiti per la spedizione denominata “contapassi” da un aggeggio tecnologico infernale di ultima generazione (è costato ben 13 euro!) che all’ottavo passo sulla gamba di grande capo (ben celato, il suo “padrone” era timoroso di prese in giro, puntualmente verificatesi!!), quasi dieci metri di cammino, si è definitivamente bloccato. Non vi dico la faccia perplessa di Marcello nè posso riportare il labiale, ma lo potete immaginare. Naturalmente l’oggetto tecnologico è stato tumulato senza rimpianti all’interno di un loculo di rifiuti secchi cittadino! La carovana si mette in marcia all’alba di una uggiosa giornata di fine agosto direzione Auronzo. Alla guida dei cavalli sul suo carro fumante modello familiare nero, grande capo “ciste” Marcello, addetto ai percorsi, prenotazione rifugi sotto falso nome, appunto “Bortolot”, enfasi, vidimazione passaporto delle Dolomiti, riprese video in “attesa” e col tappo, memoria storica e cofondatore della tribù dei “Bortolot”, rinominato anche grande capo “vermo” solitario per la sua mania di camminare in solitaria rendendosi così asociale, apolitico, areligioso, antipatico, artritico, a-li mortacci suoi (la scusa: “Ehi ragazzi, mi porto avanti così vi riprendo…” e puntualmente, al nostro arrivo ansimanti, ripartiva con la stessa scusa… l’amico!).

Laterale anteriore di destra “big” Massimo “boletus edulis” (il vero nomignolo è segreto… chiedetelo direttamente a lui che arrossisce un po’), ribattezzato “fiacca” vista l’enorme fatica fisica nel tenere il passo… strano, forse quest’anno lo zaino era un po’ più pesantuccio del solito, conteneva solamente vaschetta alimentari con marmellate fatte in casa, uova sode, cucina economica a tre fuochi, pentole, tegamini, formaggio grana a cubetti e naturalmente vestiario tecnico (rigorosamente in prestito) e trapunta…direi uno zaino leggerino… addetto alla fotocamera digitale; ogni respiro della natura, umana o vegetale, è stato immortalato dai suoi scatti. Ho notato una marmotta piangere disperata e sdraiarsi arresa e disponibile dopo un suo asfissiante (nel frattempo aveva anche digerito) appostamento…

Sul sedile posteriore sinistro “messican” Franco “pipa” Bortolot (da poco anche “sindaco”)… quest’anno reduce da un viaggio in Messico che ha compromesso la durata del nostro solito giro (canaja!); addetto alle lamentele, lagnanze, doloranze, affittanze, birranze, suonanze (tut par no caminar… o mejo par andar pian), stavolta coi pensieri rivolti a casa e lista nozze (se la morosa l’è d’accordo naturalmente), perennemente colto da attacchi di chitarra classica che si trasmettono all’istante agli altri Bortolot con conati di canto e scala 40.

Sul sedile posteriore destro il quarto Bortolot (chi scrive, n.d.r.), capitano Roberto – Robi “Suem Flanella”, acconciato con vestiario totem, ovvero fascetta reggi mal di testa di rito, camicia in flanella rigorosamente a quadrettoni e datata con tanto di tarme e jeans corti “batman” stile ’80 a brandelli (vestito alla moda, non c’è che dire), vere icone… addetto alle pubbliche relazioni, unico papà del gruppo (una bimbetta è da poco arrivata ad allietare la sua intensa vita familiare) e per questo coccolato come una reliquia (se no chealtri tre i sente le lagnanze dea so femena!), cofondatore della tribù dei Bortolot, lé anca el pì vecio. Franco e Roberto sbadatamente hanno dimenticato a casa la maglietta ufficiale del gruppo, “tragedia” che costerà loro più giri di grappe in rifugio, sich!

Il grande cavallo a gasolio ci conduce assonnati in località Giralba, al campo base di partenza non prima di breve sosta in Auronzo per la colazione propiziatoria. Sotto un cielo plumbeo i quattro guerrieri in groppa ai loro scarponi si inerpicano su per le serpentine che conducono verso il west, al forte… ehm, al rifugio Carducci (scusate ma l’epopea western e Tex e Zagor sono nel dna), ove il drappello dopo ben 1400 metri di dislivello giunge col fiatone ad abbeverare le gole e riempire gli stomaci. Piove, anzi grandina, governo (a voi il proverbio!)… La carovana riparte su per il canyon fino alla forcella Giralba, costantemente accompagnati dalla nuvola di Fantozzi che ogni tanto piange qualche goccia… e contornati da scenari magici (perfino spariti dietro le nebbie!), giungiamo stanchi ma soddisfatti al rif. Pian di Cengia, col freddo che attanaglia le ossa.

Il tempo di deporre lo zaino e nei pressi del rifugio vedo immobili come statue i miei tre amici, posizionati su sassi predestinati, in posizione di antenne col braccio in movimento tipo metal detector, schiavi della tecnologia e dei “campi”. Entro e qui, sorpresa delle “sorprese”, la sala da pranzo diventa anche la nostra camera; con un sistema originale e creativo ad incastro, panche, sedie e tavoli diventano tavolato sul quale vengono riposti dei materassini che fungono da letto! Cena a base di canederli, gulasch, formaggio cotto, polenta, strudel, caffè, grappa, davvero francescana!?!…ma ne avevamo bisogno. E al nostro accampamento si rifugiano anche una coppietta di pellerossa australondinesi in viaggio in Italia, Steven e Paloma e due “loschi” mercanti di whisky, il veneziano Maurizio (detto Spinea), nella vita di tutti i giorni semplice postino ma per l’occasione spacciatosi direttore delle poste internazionali delle Isole Maurizius, accompagnato dal “segreto” complice Luigi, veneziano trapiantato a Firenze che lavora a Roma, carpentiere, spacciatosi per agente FBI con ufficio nei sotterranei del Colosseo, in pratica due atletici alpinisti cinquantenni conosciuti nell’ambiente come la “Gigezio Rocklimbigband”.

Il dopocena, come nel più classico stile alpino western si è trascinato attorno al tavolo da gioco… a carte, ciacole e battute semiserie ed improbabili discorsi in inglese maccheronico… alla fine la sentenza è stata unanime… lé mejo la nostra “graspa da troi” e alle 22 in punto il miracolo: la sala da pranzo diventa camera a triplo letto matrimoniale!

Una colazione tirolese italiana e austroungarica insieme ci carica di energie (e riempie la panza) e il guru del rifugio, Ivan, una specie di Messner biomeditativo poliglotta e giramondo, ci indica l’alta via della pace. Col cielo ancora imbronciato saliamo lungo i pendii delle Dolomiti rocciose e silenti (più che mai, in giro lé sul serio poca zent!), incrociando un battaglione di salamandre e una pattuglia di attempati soci CAI. Il nostro capo “vermo” solitario come al solito in avanscoperta, da un’altura ci fa segno che la strada è libera, il rif. Locatelli è all’orizzonte mentre le tre cime rimangono celate sotto un cappello di nubi che ci fanno “marameo”. La sosta giusto per il cambio degli indumenti e su per le gallerie del Paterno. Pensare che novant’anni fa su quelle rocce intrepidi Alpini e Kaiserjäger si davano battaglia fa venire i brividi, e le condizioni in cui vivevano!? E le opere di scavo coi mezzi di allora?! Ora su quelle crode persone di tutto il mondo si scambiano saluti fraterni… hi, grüssgot, servus, ciao, salve, hallo, buenos dias, bonjour, mandi, sani… un caleidoscopio di lingue, arcobaleni di sentimenti amichevoli, che solo il fascino delle vette, la magia delle guglie, gli echi delle pareti sanno estrapolare. Il nostro squadrone giunge al rif. Lavaredo affamato… una fame che al momento del conto ci costa un patrimonio, tanto che facciamo fondo a tutti i nostri orpelli come pegno… cellulari, occhiali da sole, chiavi di casa, perfino un mutuo ipotecario a trent’anni… davvero economico questo rifugio…Caspita! ci siamo detti uscendo, forse il motivo c’era che non vi era anima viva al suo interno… rifugio sul sentiero probabilmente più frequentato di tutte le Dolomiti, vuoto! Almeno avessimo pagato per la simpatia, manco quella. Vabbè mettiamoci un sorriso sopra. Sotto nubi nuovamente minacciose e foriere di pioggia riprendiamo il nostro tour aggirando i contrafforti del Paterno e ci addentriamo in una valle magnifica, suggestiva e affascinante conca abitata da una colonia di marmotte. Su ogni sasso una sentinella e poi al fischio di “arrivano i nostri” tutte le marmotte si rintanano nelle loro grotte. Il nostro quartetto galoppa sereno tra le rocce e le nubi, altalenanti tornanti su e giù per le crode, praterie punteggiate di laghetti, solitari larici come cactus nel deserto ombreggiano sui sentieri. Ruderi e reperti della Grande Guerra sono disseminati un po’ovunque, legni fradici e filo spinato arrugginito occupano ancora anfratti e vecchie postazioni. Poi ad un certo punto, oltre il passo del Collerena si intravede “fort” Comici con la sua guarnigione di ospiti multietnici. Le nebbie ci avvolgono nuovamente e quando si dissolvono notiamo sull’erba miriadi di frasi scritte con i sassi, forse messaggi in codice dei folletti. Naturalmente come bimbi colti da un attacco di adrenalina da gioco ci fiondiamo a scrivere le risposte… ci siam presi una licenza poetica. Nel marasma Franco non c’è più ma lo ritroviamo presto al rifugio dove il generale, ops, il gestore ci accoglie festante.

Dolci presenze femminili allietano le tavolate e il brusio all’interno del riparo ben presto lascia il posto al silenzio della notte, rotto solo dai bombardamenti delle digestioni. E piove! Forse una danza del sole sarebbe si buon auspicio. Geniale, la mattina è un sole splendente ed un azzurro intenso colora gli orizzonti. Finalmente gioia per gli occhi, i colori dell’arcobaleno rimbalzano festanti tra cenge e pinnacoli adagiandosi sfumati sui passi dei gitanti. Sellati gli zaini e stretti gli scarponi, al grido di “avanti Savoia”, i quattro Bortolot si avviano in apnea su per forcella Croda dei Toni. Naturalmente capo “vermo solitario” in testa (solita scusa i filmati…) e dietro i reduci che stremati dalla fatica arrivano sul valico franando sotto il peso degli zaini. La fatica si stempera all’istante. La veduta da quella forcella è da dissetare l’anima. Pausa contemplativa e fotografica mentre un vento gelido accarezza i nostri visi intirizziti che neanche il sole riesce a intiepidire. Arniche e genzianelle come piccole perle preziose coraggiosamente incastonate tra i sassi si fanno ammirare. La strada è ancora lunga, il sentiero taglia a metà i ghiaioni alla base della Croda dei Toni. “ciacolando” ci inerpichiamo ancora ed oltre una sella rocciosa ecco l’inconfondibile lamiera rossa del bivacco De Toni col torrione infinito della Croda omonima a far da spalla, ancorato su un davanzale panoramico; il lago di Auronzo fa bella mostra in lontananza, giù nella Valle dell’Ansiei. Le nuvole birbanti riprendono a correre incuneandosi tra le valli e i calcari, delineando perfettamente i profili e le distanze e le montagne diventano tridimensionali. Pranzo al sacco e firma di rito sul registro del bivacco… e leggendo tra le righe si rivivono le serate di coloro che vi han dormito, alcune fanno andare la mente ai cow-boy che attorno al fuoco la sera si rallegravano con le ballate. La discesa che ci aspetta è decisamente lunga. In giro non c’è voce, i silenzi sono totali, solo i passi e qualche sasso rotolante squarciano l’aria. Giunti nel bosco, il naso di Massimo trova ben presto il suo habitat ideale… e i “finferli” riempiono lo zaino, un risotto è assicurato. Seguendo sterrato e asfalto tra le abetaie arriviamo come da programma alla nostra diligenza a motore, la “punto” nera familiare di Marcello. Le ultime battute goliardiche, le prese in giro amichevoli e saliamo in macchina… si parte e per poco disseminiamo gli zaini lungo il sentiero per il baule rimasto sbadatamente aperto. Rivolgo lo sguardo tra i canaloni, scorgo le tre cime… ne fisso sull’iride l’imponenza. Ora il negativo è impresso nel mio cuore… la stampa avrà i colori di calcari grigi e rosati e delle storie di uomini che tra quei declivi hanno vissuto e raccontato… storie di montagne e di amicizie.

Robi

lunedì 01 settembre 2003 | Autore: Roberto

E’ fatta: la riunione ha concepito, si va quattro giorni sulle Dolomiti di Brenta. Scocca l’ora X, e i “Bortolot” son pronti a partire.

Un intoppo (chiamiamolo così!?) dell’ultima ora, Marcello il giovedì sera è a Verona per l’AIDA (sich!, beato lui), ci fa rinviare di un giorno la partenza. Naturalmente l’AIDA sarà un tormentone che lo accompagnerà con un senso di colpa per tutta la vita, ma pretesto per far valere il valore dell’amicizia nel rinviare la partenza per essere tutti assieme.

Ho il sonno agitato, zaino, cambi, scarponi, vivande, penso a non dimenticare niente; sembra strano ma ogni volta che mi accingo a partire per i monti è la stessa emozione, Pizzoc piuttosto che Antelao, ma sempre agitazione che scuote l’anima di aspettative il più delle volte ben riposte, camminare sui sentieri in quota per evadere dallo stress mentale della quotidianità, per ricaricare le motivazioni, per vivere in simbiosi con la natura, per cementare le amicizie, molte volte semplicemente per divertirsi.

La notte passa veloce, sono le 5 e la mitica Tipo (detta Punto) di Marcello è già sotto casa mia a Revine pronta a sbuffare per i tornanti che l’attendono.

Sosta a Serravalle per caricare Franco e Massimo e via, carichi più che mai, alla volta del Trentino.

Le strade deserte di un venerdì di fine agosto ci conducono a Feltre e qui colazione e sbadigli s’intrecciano. Intanto la giornata si preannuncia piovosa, le previsioni non danno scampo. Arriviamo a Molveno sotto un cielo plumbeo. Indossiamo la maglietta dei Bortolot (regalo graditissimo di Marcello), cappello giallo “Raggio di Sole” immancabile in testa e saliamo in ovovia fino al Rifugio “La Montanara”.

Ci inoltriamo nel bosco per facile sentiero, ma ben presto fiuto e cartina ci correggono il percorso e nel volgere di breve tempo rientriamo sull’itinerario esatto e costeggiando alti dirupi arriviamo al Rifugio “Croz dell’Altissimo”, prima sosta forzata per la pioggia che al momento riusciamo ad evitare. Ci divertiamo ironicamente all’arrivo bagnatissimo di una coppia di Padova con la quale entriamo subito in dialogo parlando del Cansiglio (più avanti rideranno loro di noi bagnati!).

Riprendiamo il cammino e superando un breve dislivello, imprecando non poco per la pioggerella che va e viene e ci costringe a indossare e togliere continuamente giacche a vento e teli, giungiamo al Rifugio della “Selvata”, altra breve tappa per il timbro sul camminamonti e accodati a un gruppo numeroso di Padova continuiamo la salita confidando nella tenuta del tempo. Il nostro obiettivo è il Rifugio “Alimonta” ma già valutiamo ritirate strategiche al “Brentei” in caso di pioggia.

Sorpassando la colonna padovana che ci precede conosciamo Paolo, il capogruppo, un omone di mezza età coi baffi che ci è subito simpatico, loquacissimo e generoso di domande e indicazioni (e noi naturalmente stiamo al gioco e le battute si sprecano). Un raggio di sole illusorio ci permette di pranzare (barrette energetiche, sich!). La salita continua e s’intravede il Rifugio “Tosa-Pedrotti” in cima a uno sperone roccioso. Proprio mentre cantavamo vittoria per il tempo, a mezz’ora dal rifugio, giove pluvio ha deciso di regalarci una colossale lavata (di capo e… di piedi) facendo convergere le nubi più nere, tuoni, fulmini, pioggia, vento, nebbia e grandine proprio mentre superavamo lo sperone roccioso.

Con le imprecazioni al grido di “chi me l’ha fatto fare” e “tre mesi de séch, dovéo piòver proprio dès ?!” con non poco impegno e tensione temporalesca giungiamo fradici al Rifugio ‘Tosa”.

Nel frattempo, il mio poncio già “ferito” più volte s’è definitivamente strappato in più parti a causa di un refolo di vento, tanto da diventare inservibile. E’ pomeriggio, ma sembra notte e da vari sentieri sbucano figure con facce più o meno stravolte che cercano il riparo al caldo del rifugio. All’interno una macedonia indescrivibile; di vestiario gocciolante appeso un po’ dappertutto e gente che si cambia; di umidità e tè bollenti; di linguaggi e di umanità. Una babele di oggetti e persone accomunati dalla passione per la montagna; c’è chi gestisce e in quota ci vive e racconta di lavoro, di storie e di uomini e c’è chi cammina e la montagna la vive da escursionista e sulla montagna conosce, fantastica, riposa, fatica… In quel momento il rifugio è veramente un cuore che pulsa e rifugia e al caldo della nostra camera ci distendiamo.

Certo che come impatto le Dolomiti d’occidente si sono nascoste tra le nuvole e mantengono in serbo il loro profilo per momenti migliori. Ma noi ammiriamo le crode anche così, scure di un grigio lineare e brillanti dell’acqua tanto agognata sulle piane. Il ticchettio della pioggia sulle tettoie è rasserenante e ciarliero. Dobbiamo cambiare tutto il programma, si deve dormire al “Tosa” forzatamente e intanto il tempo continua il suo sfogo estivo. Cartoline, carte da gioco, diari di viaggio, mappa, tutto serve a tirare ora di cena, che “spazzoliamo” come fossimo digiuni da tempo. Intanto è il momento di parlare tra di noi, discorsi che durante l’anno non si riescono ad intavolare per gli impegni dell’uno o dell’altro, discorsi d’amicizie, di donne, di famiglia, di lavoro, siamo accesi di voci tonanti e tra cappelli e maglie non passiamo inosservati, anzi ci sentiamo osservati, poco importa, per noi l’amicizia è riuscire a dire ciò che abbiamo dentro e c’è chi parla, c’è chi ascolta, chi consiglia. L’armonia della sala stube si surriscalda di conoscenze, di presentazioni, ogni scusa è buona, un maglione da spostare, un dolore da massaggiare, una foto da scattare, un filmato da girare, un conto da pagare, un piatto da raccogliere, una grappa da bere.

Dai discorsi impegnati al divertimento cantato il Alla Bocca di Brenta tra passo è breve, la sala si ritrova di colpo riunita nell’aggregazione più antica del mondo, nel canto. E col canto arriva il gioco, la battuta, la canzone giapponese piuttosto che trentina o africana, la canzone del Piave e di colpo siamo tutti col bicchiere in mano e una grappa tira l’altra e perfino i bans diventano un successo dell’estate. Tra un San Giulian e un Von Trier la notte si avvicina e il riposo del guerriero/cantante/alpinista/escursionista diviene essenziale per un nuovo giorno tra le pietre del Brenta. Baldoria sì e potente, ma riposo e sicurezza in montagna sono due ingredienti indispensabili per poterla apprezzare appieno.

Dopo il diluvio universale, un’alba meravigliosa ci attende il giorno seguenteda togliere il respiro e gli occhi la immortalano e la conservano. Finalmente le rocce si contornano di tutta la loro bellezza. Sorridiamo divertiti alla “rapina” subita da Franco, gli hanno rubato i calzettoni di lana messi ad asciugare e una borsa di plastica, forse qualcuno dopo averli annusatisi pentirà del gesto in usuale in un rifugio!

Senza calzini e senza poncho, ma carichi del nostro entusiasmo, dopo aver salutato gli amici d’avventura e i gestori (a dire il vero un po’ “freddini”, forse per la quantità di persone presenti, mah!), riprendiamo il nostro percorso addentrandoci verso la bocca di Brenta, direzione Rifugio “Brentei”.

Torrioni e colatoi, guglie e cenge sembra sorridano al nostro passaggio, scenari di straordinaria bellezza confermano di meritare la popolarità della quale godono queste montagne care al Bruno De Tassis (emerita guida alpina e pioniere dell’alpinismo, ultranovantenne, che ancora le percorre).

Giungiamo senza particolari difficoltà al Rifugio “Brentei”; al suo interno si respira veramente l’aria dell’alpinismo, delle salite al Crozzon, alla Tosa, al Campanil, delle Bocchette, le pareti di legno sono tappezzate dalle foto di tanti alpinisti, di tante pareti, di cimeli, riviviamo i momenti in bianco e nero e i brividi salgono sulla pelle.

Ci riprendiamo dall’emozione e continuiamo il nostro viaggio. Avendo dovuto cambiare tutto il programma causa il tempo, dobbiamo trovare da dormire in qualche rifugio e l’impresa non è delle più semplici, visto che è l’ultimo sabato di agosto. Tra sentieri ben segnati e mughi arriviamo al Rifugio “Tuckett” e qui lo scenario che ci si pone davanti è veramente mozzafiato. Di fronte un anfiteatro con pareti altissime chiude la bocca (o forcella) del Tuckett e alle spalle i grandiosi ghiacciai dell’Adamello e più in là dell’Ortles-Cevedale si ergono a sentinelle del creato.

Non siamo rocciatori, ma nella patria del 6° grado e delle vie di roccia, anche semplici e orgogliosi escursionisti come noi trovano il tempo di soddisfare il proprio modo d’intendere l’alpinismo, fatto non necessariamente di tiri di corda e moschettoni (e molte volte “invidiamo” e osserviamo con ammirazione i coraggiosi delle pareti), ma di sentieri e ghiaioni e nevai più o meno impegnativi e impervi, ma pur sempre dispensatori delle gratificazioni, curiosità, emozioni, difficoltà, soddisfazioni dell’alta quota.

Da “iene” consumate riusciamo a prenotare il posto letto per la sera. Al “Tuckett” la folla di alpinisti, escursionisti e semplici turisti è impressionante, tanto che oltre alle sale da pranzo interne (saranno 120 i coperti a cena) vi è anche un bar all’esterno e inoltre un altro rifugio adiacente, il “Sella”, funge solamente da dormitorio.

Apprendiamo che il rifugio è base di partenza per le varie vie ferrate che da nord a sud attraversano il gruppo. Il tempo fa le bizze e il pomeriggio se ne corre veloce. Marcello se ne va al Rifugio “Stoppani” per il timbro di rito e godersi i panorami verso Madonna di Campiglio e verso Tovel e la Vai di Non, mentre io mi fermo solitario lungo il sentiero a contemplare l’orizzonte in attesa poi di riunirci agli altri che se ne sono rimasti al rifugio a recuperare le energie e godersi perché no, le bellezze del “posto”.

Nel frattempo, un quinto “Bortolot”, Federico, ci ha raggiunti al Tuckett direttamente da Molveno, salendo in velocità e in solitaria il sentiero più diretto e sfidando se stesso e le proprie insicurezze tra le nebbie e i ghiaioni. Stanco ma felice si aggrega al gruppo tra abbracci e sorrisi di soddisfazione per l’amicizia che sempre più si rinsalda tra di noi.

La sera cala sulle dolomiti regalando scorci di tramonto rosso dorato tra le nubi che si inseguono e le stelle che fanno capolino e i fumi delle pietanze si spargono tra le tavole occupate da commensali intenti a progettare l’indomani tra cartine topografiche e imbracature.

Constatiamo con realismo (e senza polemica) che anche quassù il marketing della mezza pensione (su vivande singole non v’è differenza tra soci e non) l’ha spuntata sul romanticismo del minestrone con sconto CAI.

Boh, saremo retorici o antiquati, ma mentre trangugiamo primo, secondo, contorno, dessert, caffè e grappa, serviti da numerosi “camerieri”, pensiamo ai mitici rifugi di un tempo non lontano, veramente capisaldi d’alta quota, ove regnano l’atmosfera spartana eppur accogliente delle serate coi sacchetti delle vivande portate da casa sui tavoli e condivise fraternamente e il minestrone e il posto letto (limitato a pochi), barattati sconto soci CAI col gestore tuttofare, cameriere e chef, lavapiatti e informatore… tanto di cappello a coloro che più per passione che per reddito ancora riescono a gestire rifugi dove l’essenzialità viene vissuta da essi stessi e dagli ospiti come stile di vita. E comunque val bene qualche compromesso la scelta di vivere in alta montagna.

Divagando tra minestre e scelte di vita, la serata s’anima delle note inconfondibili di “Signore delle Cime”, canto finale dei molti che hanno intonato i corali provenienti da Schio (VI), facendo assaporare in toto l’atmosfera alpina all’interno del rifugio, con gli ospiti rapiti e inebriati dalle tonalità e dagli assoli, mentre in un angolo il figlio del gestore festeggiava il compleanno con alcuni amici coinvolgendo anche noi Bortolot in colossali brindisi, con Pio il cuoco, che sorseggiava da una bottiglia all’altra senza soluzione di continuità. La notte calava anche al Tuckett e pian pianino le voci si sono impastate del sonno di “Morfeo”.

La mattina seguente si parte di buon’ora per il rientro; il tempo, nonostante previsioni che davano bello, non promette niente di buono. Camminiamo lesti al cospetto di pareti verticali e del sole che gioca a nascondino. Avanti a noi un gruppo numeroso del CAI di Padova con guide e istruttori è già sul fronte del nevaio che copre il vallone che porta alla bocca di Tuckett. La sorpresa è che il ghiacciaio è duro (e detritico) e sul ripido anche la traccia di sentiero diventa difficile senza ramponi (che noi non abbiamo). Vista la grande difficoltà e tensione che attanaglia chi ci precede senza ramponi, decidiamo di aggirare verso destra l’imprevisto ghiacciato.

Scelta determinante in quanto risaliamo speditamente su irti gradoni di roccia e su roccette e poi quasi in piano arriviamo alla forcella sferzata da vento gelido foriero di pioggia, mentre il gruppo di Padova, forse mal consigliato, annaspa a metà nevaio tra scivoloni e imprecazioni. La discesa è lunga e ripida tra ghiaie e tornanti, rocce esalti.

Incontriamo alcune persone salire solo all’inizio del sentiero e poi è tutto un silenzio interrotto solamente dal nostro calpestio e dai camosci che si rincorrono oltre un costone.

Intanto il tempo peggiora e all’improvviso acqua a scrosci, vento freddo e grandine si rovesciano su di noi che giungiamo nuovamente fradici al Rifugio “Croz”; qui è un pullulare di turisti, escursionisti, di volontari del soccorso (è domenica e sulle Bocchette vi è una marea di “ferratisti”). Il gestore accende la stufa per farci asciugare gli indumenti, ringraziamo e ci infiliamo una pasta nello stomaco. In pochi minuti la pioggia cessa e l’atmosfera si fa frizzante e limpidissima tanto che finalmente le crode del Brenta si stagliano al cielo in tutta la loro splendente armonia, imponenti baluardi dai profili mutevoli. Le sensazioni accarezzano la mia pelle e i brividi di tanta bellezza percorrono la mia anima sino al cuore che collegato a occhi e mente richiama pensieri verso chi amo, al piccolo Leonardo, chissà, futuro alpinista, alla libertà delle vette.

Ma osservo i miei amici anch’essi rapiti all’insù in un apoteosi di sguardi, persi tra la bellezza, la maestosità ed i pensieri. Ridestandoci da cotanta contemplazione scendiamo velocemente a valle percorrendo cantando a squarciagola un magnifico sentiero incuneato tra rocce e vegetazione (e rincontriamo anche la coppia del primo giorno al Croz, che coincidenza e che risate).

Alle auto l’ultima foto di gruppo, un saluto e una cantata all’Albergo DesAlpes (simpaticissimi i proprietari), dove a giugno ero animatore con un gruppo di anziani di Vittorio Veneto e poi via.

Ci allontaniamo da Molveno con la malinconia che sale e allontanandoci guardiamo quei monti che per tre giorni ci hanno ospitato e hanno coccolato la nostra amicizia e in auto si commenta, si ride, si scherza, si fanno già progetti di anelli futuri, di Jof, di alta via 6… e intanto si arriva a casa e la vita di tutti i giorni ci avvolge nuovamente tra le sue maglie.

Il giorno dopo, una telefonata di uno dei miei amici… un grazie… e un magone mi assale, l’amicizia è un valore irrinunciabile, ancor più se vera e sincera.

Robi