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lunedì 23 luglio 2007 | Autore: Roberto

In rotatoria sul canaloni rocciosi della grande parete.

La partenza.

L’adunata dei Bortolot è a luglio, un caldo luglio… di notte il veliero a quattro ruote salpa direzione Pecol in Val Zoldana dove ci si riposa in vista della traversata, il nostro obiettivo 2007 infatti è la grande circumnavigazione della mitica Civetta, maestosa barriera di calcare tra zoldano e agordino. È mattina presto quando leviamo le ancore e prendiamo il largo alla volta del rif. Coldai, prima boa dell’isola di pietra. Il tempo è stabile e gli scenari si stagliano di fronte, l’orizzonte lì, al di là delle onde; tornanti ci conducono in alto, oltre le malghe e i boschi di abete rosso. A grandi remate arriviamo al Coldai per il te di rito dopo le prime fatiche.

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La navigazione.

In stiva soliti zaini carichi del necessario; a chi scrive scarponi nuovi danno qualche problema di adattamento; attrezzatura fotografica massiccia per il nostro Massimo che punta a vincere il “Pulitzer”; Franco con lo “spettro” matrimonio che lo attanaglia; Marcello in perenne litigio col cellulare urlante di lavoro da sistemare. Poco importa, la nostra nave va veloce su per le insenature di pietra e incontra un laghetto affascinante che specchia le perle dolomitiche e spiaggianti figure femminili sulle sue sponde… e Massimo immortala tutto da esperto paparazzo nascosto tra un panino e una stringa di scarpone… i nostri passi nuotano lesti su ghiaioni infiniti a ridosso della grandiosa parete nord della montagna, la parete di Philipp, di Flamm, di Solleder, la parete delle pareti, il muro delle vie che hanno fatto la storia dell’arrampicata su roccia. Un fiordo che non finisce mai si incunea sin su al rifugio Tissi, ideale panorama sulla croda silente e balcone privilegiato su Alleghe ed il suo lago dai mille misteri… Al rifugio la cucina pareva attenderci con le sue specialità, anche con un eccezionale condimento di pepe causa un tappo mal riposto… che ridere e che ugole poi con la chitarra provvidenziale tra le mani del Pippa. Dai finestroni e dal binocolo del rifugio osserviamo intrepidi alpinisti in prima ripetizione di una famosa via… tutti col naso all’insù e il cuore che batte per le loro gesta. Ma la nostra meta è un’altra, il tempo passa, dobbiamo ripartire e allora via a remare tra canaloni di mughi e praterie brucate, docili sguardi di mucche al pascolo ci scortano tra le maree di genzianelle e i flussi di tarassaco… e sul finir del pomeriggio si attracca al rifugio Vazzoler con la Torre Trieste e la Torre Venezia lì a far da sentinelle. Nel refettorio del rifugio si levano fiumi di parole, intrighi di pensieri; osservo con divertita simpatia gli atteggiamenti dei commensali di vari tavoli, intenti chi a dialogare, chi a guardare concentrato le mappe, chi a divorare avidamente le portate… una miscela davvero eterogenea di stili, di volti, di voci. E comunque un comune intento, vivere la montagna in semplicità. La spartanità, la condivisione in un rifugio alpino è evasione dalla frenesia del mondo moderno per riappropriarsi del tempo, è viaggiare in barca a vela con la sola forza del vento. Io quasi addormentato fin dentro il minestrone vengo ridestato dal vociare dei miei compagni di viaggio che così mi evitano faccia odor di brodo. La scala quaranta di rito chiude la serata. Una mattina radiosa ci riceve ancora assonnati tra le sue spire… carichi di adrenalina ricominciamo la nostra navigazione su quei dossi dapprima ondulati poi sempre più irti. A un bivio incontriamo Michele e il suo amico di cordata che si apprestano a scalare spigoli e diedri, fessure e tetti, un in bocca al lupo e via nuovamente a remare tra schizzi di carpino e ondate di mughi, lentamente ma inesorabilmente l’oceano sale, sale e sale ancora, il dislivello è un’onda altissima che si riversa sul Vallon delle Sasse. Marcello è il nostromo esploratore che se ne va tra gli abissi… io e Franco diligenti vogatori, il due con… fatica; Massimo imprevedibile per le foto da sotto, sopra, di lato, interne, esterne, con e senza ombrello, sempre un pelo più in là o più in qua, mai con, piuttosto senza e vabbè, l’alchimia tra di noi è proprio questa, tutti dignitosamente diversi, ma amici veri. La discesa dalla forcella verso il sentiero Tivan è un incredibile rafting spaccagambe, piedi, tendini, muscoli, ma il pensiero al tramonto sulla cima e all’alba seguente ci carica e la fatica si riposa dalle nostre menti. È il punto G o meglio X, si attacca il mare di crode per la vetta. La via è normale ma le nostre gesta no. Superiamo i nostri limiti di normalità (ma cos’è normale?!) cavalcando il ghiaione e superando il primo tratto di attrezzato… cavalchiamo un secondo verticale ghiaione e un secondo verticale attrezzato. Di là, nello sconfinato cielo dolomitico, il Monte Pelmo è un caregon sul serio, una poltronissima allacciata a un verde intenso che gli fa corolla alla base. Le “cordate” si dividono, Franco e Marcello ci precedono di qualche centinaio di metri, io e Max che ha un ginocchio dolorante procediamo più lenti. Vogatori di ritorno salutano festanti e gioiosi la meta raggiunta e ci incoraggiano. Guardo con estasi l’incredibile bellezza che ho attorno a me… le rocce, i prati, le valli… sono fortunato ad essere nel mezzo di questa attraente e seducente galassia naturale.

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La rinuncia.

Ci riposiamo su un terrazzino. Poi l’imponderabile si impossessa del destino; il ginocchio di Max fa crack, fors’anche la sicurezza mentale. Sono impotente e protagonista spettatore di una rinuncia sofferta, non si può proseguire, lo scafo ha una falla, anche i due in avanscoperta salgono sulla scialuppa che riporta tutti e quattro a lidi sicuri, sentieri orizzontali che macinando la sera ormai imminente conducono al porto di partenza, il rifugio Coldai. Nei nostri cervelli si sono accumulati pensieri di tutti i tipi, tramonti che rimangono sogni, albe che restano nascoste, ospitalità di rifugi (in questo caso il Torrani) da scoprire.

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Le certezze.

La cima della grande Civetta rimane da noi inviolata, ma l’amicizia, la condivisione, la solidarietà sono valori irrinunciabili, la vetta starà lì in attesa di un altro tempo… così come anche il gestore del Torrani che ci aspettava e al quale inviamo l’invito a bersi una birra con noi, naturalmente a lui dovuta con le nostre scuse. E poi la sera al Coldai, un porto di mare stracolmo di gente (a noi per dormire è uscita in sorte la lavanderia, ma che fortuna e che allegra ciurma di bucanieri sono stati in nostra compagnia) ha creato le atmosfere di magico divertimento con due personaggi del luogo (che salutiamo) e due belgi in tour itinerante tra le Dolomiti. È mattina, no meglio, è l’alba, un’unica bassa marea in un golfo azzurro è il cielo sopra di noi; tiepidi raggi la inondano di riflessi e la marea prende colore, e il colore riflette con le sue tonalità i nitidi profili del Pelmo e i contrafforti vicini della Civetta. Mentre due poltroni sonnecchiano, io, appollaiato su di un masso, guardo incantato l’oceano terrestre con le sue dune rocciose e i suoi viraggi di colore mentre Massimo scatta pellicole di foto a memoria dei ricordi, negativi dei racconti… poi, durante la chiassosa mattinata che si apre, torniamo a valle e il mondo luminoso sul mare fossile rimane lì, con le sue storie e le sue vite.

Robi

mercoledì 06 settembre 2006 | Autore: Roberto

Uno sconsolato agosto ha piovuto pioggia per ventitré giorni su trentuno! Per fortuna un inizio settembre dai colori meravigliosamente tersi segue la comitiva dei Bortolot che si è messa in cammino verso le Pale di S. Martino. La mitica punto/tipo bianca è ormai un ricordo chissà, forse sarà riciclata in nuove lamiere o portacarte in plastica o pensionata arrugginita da qualche sfasciacarrozze, con rassegnato finto dolore di Marcello che nel frattempo si è fatto una utilitaria nuova di zecca. A proposito, quegli animaletti (zecche) così fastidiosi, quest’anno sembra abbiano colonizzato e infestato anche zone solitamente immuni ed altitudini insospettabili… forse che i prati incolti stanno aumentando e che la montagna sempre più si sta spopolando? Mah, di seconde, terze, quarte e via dicendo case, oppure di impianti di risalita in via di sviluppo ci è sembrata “popolata” la montagna; di gente che con fatica e sudore e poco reddito la vive e la lavora invece molto meno. Orecchie anzi occhi e riflessioni per intenditori… Insomma anche noi, presi da raptus Lamon e fatto un veloce referendum davanti a un buon prosecco una sera da Peo, abbiamo messo l’indice sulla mappa e scelto di passare in Trentino, ma purtroppo quattro soli giorni delle nostre agognate, sognate e sospirate ferie.

È mattina al Cant del Gal, fiabesco e incantevole luogo, verde rigoglioso di suoni e lineamenti e il nome tutto un programma. Svegli e intrepidi mangiamo in fretta il dislivello fino al rif. Treviso già Canali, e lì quasi “perdiamo” Max che, reduce dalla precedente serata conviviale, ancora non ha digerito ed i suoi passi sono sostenuti da continue e sonore lamentele. Naturalmente per star meglio, al rif. ha ordinato tè caldo (e ci siamo) e… strudel (e qui non ci siamo). Timbrato e recuperato anche un giro di cintura del Max, si riparte e con infinite serpentine irte e regolari ci si addentra e innalza sul Vallon delle Lede fino all’accogliente bivacco Minazio, proprio sotto i contrafforti della Cima del Conte e della Cima Canali e proprio su quella parete alcuni rocciatori stanno scendendo in doppia e quando giungono al bivacco ci rendiamo conto che dei rumori sentiti poco prima erano sassi rotolati che ad una di loro avevano provocato una vistosa ferita alla testa nonostante il caschetto. Ben medicata e col motto “tutto ben quel che finiss ben”, ripartiamo ancora in decisa salita alla volta del passo delle Lede e in forcella la fatica lascia il posto alla soddisfazione incredibile di una vista fenomenale sull’altopiano delle Pale con le sue cime più famose lì, ferme, immobili crode plasmate dal tempo, davanti al nostro iride… e giocoforza davanti all’obiettivo del nostro fotoreporter che già ha riempito memorie su memorie digitali (per il sito www.bortolot.it naturalmente…); peccato che invece la sua memoria analogica, il cervello, ogni tanto vada in “stand-by”. Di lì tutta discesa fino al rif. Pradidali. E qui la sorpresa è stata grande.

Abituati a stagioni e luoghi durante le quali a pernottare nei rifugi non vi era quasi nessuno, stavolta al contrario tutto pieno, soprattutto gruppi di alpinisti/rocciatori. Molte infatti le cordate sulla Cima Pradidali e Campanile, sulla Cima Immink, sia del CAI coi corsi roccia che di appassionati. Con dei ragazzini passiamo il dopocena cercando di intuire con la logica la risoluzione di alcuni giochi da tavolo… ma l’unico al quale la logica non fa difetto è il solito Massimo che li risolve tutti… sulla logica degli altri tre stendiamo un velo pietoso. E come a Roma e Torino anche in rifugio è proposta la notte bianca, anzi in bianco! In effetti la camerata dove io e il Franz eravamo accampati ospitava tutto il campionario possibile di personaggi notturni… un’isterica e insonne filosofica zitella che sospirava imprecando a voce alta ad ogni movimento, anche solo al respiro e che si era appropriata di ogni piccolo spazio sottosopra e adiacente al castello, della serie “quel che te vede le tut meo”; due polacchi con levataccia all’alba di un’alba dell’alba, le quattro, e conseguente rumorosa attività di lavaggio, vestizione e preparazione zaino, della serie “ciapen tut el poc temp che ven, ala facia de chi che à da dormir”; l’insonne che si rigira perennemente sulla branda, naturalmente quella con la rete che cigola di più; e non poteva mancare il fenomeno che dorme più di tutti (e che al risveglio ha sempre il coraggio di dire “mi no ò dormì gnent stanòt…”) ma che russa con tutte le tonalità e armonie possibili, dalla bocca aperta, alla moka del caffè, al masticamento con assaggio, al fischio ed alla rullata che innesca lo stress a catena di tutti gli altri. Meglio è andata a Max e Marcello in un’altra stanza, beati loro.

E la mattina con le borse sotto agli occhi i passi se ne vanno con lo scarpone automatico su per il sentiero fino al Passo Pradidali e da lì fin sotto al ghiacciaio della Fradusta. A questo punto i “destini” dei quattro compagneros si dividono, Massimo con la sua fotocamera a sviscerare tutti i segreti della bocca del ghiacciaio (sempre più ridotto) aperta sul laghetto (sempre più vasto), fotografato da ogni millimetro di lato; Marcello in solitaria esplorazione e videopresa del sentiero che porta alla vetta e il duo RobiFranz ad “aprire” un sentiero tra le cenge scoperte che il ghiacciaio ha lasciato, regredendo e dividendosi in due tronconi. “I coraggiosi alpinisti si arrampicavano con intrepida decisione, noncuranti delle difficoltà e con sprezzo del pericolo attraversavano le bastionate rocciose del ghiacciaio, raggiungendo in breve con passo felpato il sentiero che li avrebbe condotti alla cima… ecc. ecc.”; così forse se avessimo visto un cinegiornale dei tempi passati, più semplicemente direi che i due incoscienti si sono avventurati tra le rocce levigate ed esposte e faticando non poco sono arrivati a un certo punto sul tracciato normale (scampato pericolo! … no ‘ndar a pericolar no?!?), poi in breve sulla vetta della Fradusta. Qui i Bortolot ricongiunti hanno festeggiato un compleanno e la maestosità del panorama. Altri escursionisti giungevano in vetta e sul viso di ognuno di loro si leggeva la soddisfazione di poter guardare e riconoscere dall’alto in una giornata splendida tutte le più belle cime dolomitiche, Antelao, Pelmo, Marmolada, Civetta oltre naturalmente ad indicare una ad una le superbe Pale, il Cimon, il Sass Maor, Cima della Vezzana, i Bureloni/Focobon, le Pale di S. Lucano e il mitico Monte Agnèr. Poi la discesa e il viaggio lunare su e giù per l’altipiano fino al rif. Rosetta.

La sera in rifugio è una rifocillante cena e uno sguardo divertito alle “aquile delle dolomiti”, arzilli triestini over settanta con maglietta gialla d’ordinanza e pancetta incorporata, che festeggiavano il decennale del loro nutrito gruppo con canti popolari e fotoritratti di rito. Coi soliti nostri tempi ristretti (e per evitare di rimanere di più in un rifugio dalla gestione un po’ “fredda” e soprattutto coll’incubo dell’insonne zitella del rif. precedente che nel frattempo era soggiunta a sorpresa!!!) il giorno seguente abbiamo deciso di puntare direttamente verso sud, tralasciando la parte nord delle Pale e quindi abbiamo percorso il sentiero per il Col delle Fede e Col dei Bechi, tra scenari di gratificante serenità e poi su nuovamente a zigozago fino ad arrivare al rif. Velo della Madonna, gioiellino accogliente e familiare, posto su una bastionata sulla Val Cismon, al cospetto dello spigolo del Velo, via alpinistica famosa e gettonatissima dalle generazioni attuali. Al nostro arrivo erano le tre del pomeriggio, ma nonostante l’ora tarda una pasta fenomenale ha attraversato il nostro apparato digerente soddisfandolo appieno per bontà e qualità, plausi al cuoco. Il tempo poi se ne è corso via lento quasi per farci godere totalmente della bellezza dei luoghi, del fascino discreto del tramonto piuttosto che della ospitale discrezione dei gestori. Davvero una sorpresa positiva questo rifugio, un davanzale (anzi due…) che osserva le magie sul Catinaccio, Latemar, sui Lagorai, Cima d’Asta, Vette Feltrine e oltre, in fondo prima delle distese pianeggianti, il Visentin e le Prealpi Venete. Rifugio frequentato da guide alpine con figli al seguito; rifugio gestito da una guida alpina, che serve a tavola, che fa due chiacchiere con gli ospiti, che fa lavori di manutenzione sulle ferrate, che porta sulle vie i clienti, che ti indica con sapienza nomi e storie delle montagne intorno. Una guida alpina sui generis che è lassù, dove volano le aquile, da quattordici anni e ha un figlio che ne ha quattordici di anni e che una mattina lo vedi, quel ragazzino, sullo spigolo, a roteare nell’aria in cordata, regalo di Cresima del suo “santolo”, e la sua mamma trecento metri più in giù, al rifugio, col sorriso sereno ed il naso all’insù ad annusare il profumo d’amore di quel suo cucciolo d’uomo e ad accompagnarlo con lo sguardo appiglio per appiglio, teneramente e sicura della sua forza. Un gestore/guida alpina dalle idee chiare, che discute felice con noi di politica, turismo, attualità varia… un gestore che dall’alto (mt. 2358) del suo rifugio e della sua esperienza e del suo amore per la natura si può ben permettere di scrivere sul mio diario d’incontri che “internet = aria fritta”!… alle sei e un quarto Massimo mi butta giù dal letto e in apnea raggiungiamo la forcella della Stanga. Tempismo… al sorger del sole al di là delle rocce del Sass d’Ortiga mi è sembrato di veder sorridere la fotocamera…. che mirabolanti evoluzioni di colori in pochi istanti!!! La discesa dal Velo della Madonna è un grandioso e incontrastato sentiero naturalistico tra mughi, larici e abetaie e idilliaci solchi prativi puntellati di masi fino al Cant del Gal.

E mentre torniamo a casa ripensavo assorto a quei quattro giorni, durante i quali ci siamo lasciati comandare dai ritmi della terra, dai battiti del tempo, dal levar della luna, dal calar del sole, dal sibilo del vento, dal rotolar dei sassi, dallo sgorgar dell’acqua, dal calore dell’umanità incontrata nei rifugi… anche dal profumo delle “buazze”. Ci siamo lasciati comandare dalle sensazioni dell’anima… Poi una frenata improvvisa e mi sono ridestato e sulla Forcella Aurine una pattuglia dei carabinieri ci ha fermato e chiesto i documenti (eravamo in effetti “sporchi e pazzi”.. Bortolot pò!!!) e d’un tratto si è catapultati nuovamente alla vita normale… comunque tutto in regola!!!

Robi

martedì 30 agosto 2005 | Autore: Massimo

Cosa ci facevano queste simpatiche giovani marmotte sul nostro cammino? Perché non sono scappate invece di star lì a “contarsela”?

Forse qualcuno di voi sarà già disincantato di fronte a queste magiche presenze nel cuore delle Dolomiti, ma chi come me è abituato a vivere in città e a limitarsi ad incontrare “virtualmente” simili animali solamente nei documentari in TV o sugli articoli specializzati delle riviste di natura, o nelle fotogallerie in internet, ebbene, questi incontri “reali” con un mondo animale sempre più ristretto generano emozioni e risvegliano sentimenti profondi di armonia con la natura e una sana umanità.

Camminare in montagna è anche questo: desiderare un incontro particolare che tocchi il cuore, con qualcuno o “qualcosa” che come te è immerso in questo magico mondo alpino. E “qualcuno” è un bosco fitto che ti osserva passare; è un albero aggrappato all’ultima roccia sull’orlo di una gola scavata da un torrentello che non gli daresti quattro soldi; è un fiore che sfida un gelido vento e diventa accogliente rifugio per insetti; è panorama dalla forcella che a 2500 metri, vanitoso, si scalda al tiepido sole del mattino e incanta il mondo.

Il pomeriggio del secondo giorno abbiamo lasciato alle nostre spalle il Rifugio Lavaredo, dopo una brevissima sosta per il pranzo: purtroppo per quei gestori, non è il nostro genere preferito di rifugi; abbiamo infatti trovato poco calore umano, l’ambiente poco curato e prezzi leggermente alti. Ci siamo quindi incamminati verso il Passo del Collerena seguendo il sentiero n° 104, che percorre un lungo versante interno che lentamente si chiude tra le cime del Monte Paterno a sinistra e quelle del Monte Cengia a destra, ma prima di arrivare ai Laghi di Cengia ed affrontare la ripida salita che porta al Passo del Collerena, sulla destra del sentiero si possono osservare grandi prati verdeggianti in leggero pendio, interrotti poco più in là da un salto nel vuoto che li protegge verso valle.

Ed è proprio passando di lì che, improvvisamente, ci si accorge di essere ospiti nel bel mezzo di un territorio di “altri”. Un forte grido acuto echeggia nella valle: ci fa fermare e scrutare tra i sassi la provenienza, poi un altro e finalmente eccola! Su un sasso da cui si domina, la marmotta vedetta! Quasi fosse l’anziana del gruppo, controlla e giudica gli intrusi: turisti!!!

L’allarme è lanciato! Un altro grido avverte la comunità. Così si scoprono, giù in fondo al prato, altre marmotte che si apprestano velocemente alla tana: non scompaiono subito, rimangono lì anche loro a scrutarci mentre aspettano dalla vedetta il prossimo segnale: allarme rosso o scampato pericolo?

A fine primavera, dopo il disgelo, quest’anno deve esserci passata veramente poca gente da queste parti. Lo intuiamo poiché ci sono tane dappertutto, non solamente vicino al sentiero, ma ai lati, addirittura nel bel mezzo del camminamento.

E così ci ritroviamo a passare proprio tra le nuove tane, per “via borgo nuovo” diremmo noi cittadini… che tendiamo a misurare il diverso con i nostri metri. Alcune marmotte si sono appena rintanate in questi nuovi ripari, così che, Marcello ed io, passando senza far troppo rumore, ci accorgiamo che alcune giovani marmotte non ancora troppo previdenti si sono rintanate nelle tane sul sentiero e stanno aspettando il nostro allontanamento per cambiare “aria” e raggiungere le tane a distanza di sicurezza.

Devono essere proprio giovani ed inesperte! Una addirittura cercava di nascondersi pensando di non essere vista! Beata ingenuità. Ma noi, da giovani, eravamo così ridicoli?

Dopo che Marcello ha ripreso il cammino, sono rimasto solo con la “mia nuova amica”, cercando un atteggiamento più possibile pacifico, così che, con la sua inquietudine per non poter abbandonare quella tana un po’ troppo pericolosa ma allo stesso tempo sicura ed unica difesa e forse anche con la sua curiosità per quello strano individuo con gli occhiali che la stava fotografando, ho potuto apprezzare un giovane esemplare da pochi metri, ed è stato veramente affascinante!

Da provare! Prima di tutto ti cresce dentro il rispetto, poi la gioia di condividere lo stesso mondo, poi la coscienza di essere tutti creature, infine la percezione di una armonia di convivenza. Un modo insomma per rimanere sani di mente!
Spero che questa comunità di animali rimanga in futuro intatta come oggi l’abbiamo trovata e mi appello a tutti affinché non si approfittino e non distruggano questi e tutti gli altri fragili ritagli di natura viva, ma si propongano artefici della loro protezione e del loro sviluppo.

Massimo

martedì 30 agosto 2005 | Autore: Roberto

…verso il West sulle Dolomiti di Sesto, incrociando battaglioni di salamandre.

E alla fine l’elefante ha partorito il topolino… dieci giorni, cinque e alla resa dei conti tre soli giorni compresi i viaggi per un anello sulle Dolomiti di Sesto!!! I segnali di fumo intasavano già i cieli della marca, era grande capo “ciste” Marcello che usava legna fradicia (la legna asciutta gli serviva per la libreria in mogano della sua reggia vittoriese) per chiamare i guerrieri alpini a dissotterrare lo zaino di marcia. L’eco si diffondeva tra le vallate di Revine e Fregona rimbalzando sul campanile del Duomo di Serravalle… e anche quest’anno i Bortolot sono partiti per la spedizione denominata “contapassi” da un aggeggio tecnologico infernale di ultima generazione (è costato ben 13 euro!) che all’ottavo passo sulla gamba di grande capo (ben celato, il suo “padrone” era timoroso di prese in giro, puntualmente verificatesi!!), quasi dieci metri di cammino, si è definitivamente bloccato. Non vi dico la faccia perplessa di Marcello nè posso riportare il labiale, ma lo potete immaginare. Naturalmente l’oggetto tecnologico è stato tumulato senza rimpianti all’interno di un loculo di rifiuti secchi cittadino! La carovana si mette in marcia all’alba di una uggiosa giornata di fine agosto direzione Auronzo. Alla guida dei cavalli sul suo carro fumante modello familiare nero, grande capo “ciste” Marcello, addetto ai percorsi, prenotazione rifugi sotto falso nome, appunto “Bortolot”, enfasi, vidimazione passaporto delle Dolomiti, riprese video in “attesa” e col tappo, memoria storica e cofondatore della tribù dei “Bortolot”, rinominato anche grande capo “vermo” solitario per la sua mania di camminare in solitaria rendendosi così asociale, apolitico, areligioso, antipatico, artritico, a-li mortacci suoi (la scusa: “Ehi ragazzi, mi porto avanti così vi riprendo…” e puntualmente, al nostro arrivo ansimanti, ripartiva con la stessa scusa… l’amico!).

Laterale anteriore di destra “big” Massimo “boletus edulis” (il vero nomignolo è segreto… chiedetelo direttamente a lui che arrossisce un po’), ribattezzato “fiacca” vista l’enorme fatica fisica nel tenere il passo… strano, forse quest’anno lo zaino era un po’ più pesantuccio del solito, conteneva solamente vaschetta alimentari con marmellate fatte in casa, uova sode, cucina economica a tre fuochi, pentole, tegamini, formaggio grana a cubetti e naturalmente vestiario tecnico (rigorosamente in prestito) e trapunta…direi uno zaino leggerino… addetto alla fotocamera digitale; ogni respiro della natura, umana o vegetale, è stato immortalato dai suoi scatti. Ho notato una marmotta piangere disperata e sdraiarsi arresa e disponibile dopo un suo asfissiante (nel frattempo aveva anche digerito) appostamento…

Sul sedile posteriore sinistro “messican” Franco “pipa” Bortolot (da poco anche “sindaco”)… quest’anno reduce da un viaggio in Messico che ha compromesso la durata del nostro solito giro (canaja!); addetto alle lamentele, lagnanze, doloranze, affittanze, birranze, suonanze (tut par no caminar… o mejo par andar pian), stavolta coi pensieri rivolti a casa e lista nozze (se la morosa l’è d’accordo naturalmente), perennemente colto da attacchi di chitarra classica che si trasmettono all’istante agli altri Bortolot con conati di canto e scala 40.

Sul sedile posteriore destro il quarto Bortolot (chi scrive, n.d.r.), capitano Roberto – Robi “Suem Flanella”, acconciato con vestiario totem, ovvero fascetta reggi mal di testa di rito, camicia in flanella rigorosamente a quadrettoni e datata con tanto di tarme e jeans corti “batman” stile ’80 a brandelli (vestito alla moda, non c’è che dire), vere icone… addetto alle pubbliche relazioni, unico papà del gruppo (una bimbetta è da poco arrivata ad allietare la sua intensa vita familiare) e per questo coccolato come una reliquia (se no chealtri tre i sente le lagnanze dea so femena!), cofondatore della tribù dei Bortolot, lé anca el pì vecio. Franco e Roberto sbadatamente hanno dimenticato a casa la maglietta ufficiale del gruppo, “tragedia” che costerà loro più giri di grappe in rifugio, sich!

Il grande cavallo a gasolio ci conduce assonnati in località Giralba, al campo base di partenza non prima di breve sosta in Auronzo per la colazione propiziatoria. Sotto un cielo plumbeo i quattro guerrieri in groppa ai loro scarponi si inerpicano su per le serpentine che conducono verso il west, al forte… ehm, al rifugio Carducci (scusate ma l’epopea western e Tex e Zagor sono nel dna), ove il drappello dopo ben 1400 metri di dislivello giunge col fiatone ad abbeverare le gole e riempire gli stomaci. Piove, anzi grandina, governo (a voi il proverbio!)… La carovana riparte su per il canyon fino alla forcella Giralba, costantemente accompagnati dalla nuvola di Fantozzi che ogni tanto piange qualche goccia… e contornati da scenari magici (perfino spariti dietro le nebbie!), giungiamo stanchi ma soddisfatti al rif. Pian di Cengia, col freddo che attanaglia le ossa.

Il tempo di deporre lo zaino e nei pressi del rifugio vedo immobili come statue i miei tre amici, posizionati su sassi predestinati, in posizione di antenne col braccio in movimento tipo metal detector, schiavi della tecnologia e dei “campi”. Entro e qui, sorpresa delle “sorprese”, la sala da pranzo diventa anche la nostra camera; con un sistema originale e creativo ad incastro, panche, sedie e tavoli diventano tavolato sul quale vengono riposti dei materassini che fungono da letto! Cena a base di canederli, gulasch, formaggio cotto, polenta, strudel, caffè, grappa, davvero francescana!?!…ma ne avevamo bisogno. E al nostro accampamento si rifugiano anche una coppietta di pellerossa australondinesi in viaggio in Italia, Steven e Paloma e due “loschi” mercanti di whisky, il veneziano Maurizio (detto Spinea), nella vita di tutti i giorni semplice postino ma per l’occasione spacciatosi direttore delle poste internazionali delle Isole Maurizius, accompagnato dal “segreto” complice Luigi, veneziano trapiantato a Firenze che lavora a Roma, carpentiere, spacciatosi per agente FBI con ufficio nei sotterranei del Colosseo, in pratica due atletici alpinisti cinquantenni conosciuti nell’ambiente come la “Gigezio Rocklimbigband”.

Il dopocena, come nel più classico stile alpino western si è trascinato attorno al tavolo da gioco… a carte, ciacole e battute semiserie ed improbabili discorsi in inglese maccheronico… alla fine la sentenza è stata unanime… lé mejo la nostra “graspa da troi” e alle 22 in punto il miracolo: la sala da pranzo diventa camera a triplo letto matrimoniale!

Una colazione tirolese italiana e austroungarica insieme ci carica di energie (e riempie la panza) e il guru del rifugio, Ivan, una specie di Messner biomeditativo poliglotta e giramondo, ci indica l’alta via della pace. Col cielo ancora imbronciato saliamo lungo i pendii delle Dolomiti rocciose e silenti (più che mai, in giro lé sul serio poca zent!), incrociando un battaglione di salamandre e una pattuglia di attempati soci CAI. Il nostro capo “vermo” solitario come al solito in avanscoperta, da un’altura ci fa segno che la strada è libera, il rif. Locatelli è all’orizzonte mentre le tre cime rimangono celate sotto un cappello di nubi che ci fanno “marameo”. La sosta giusto per il cambio degli indumenti e su per le gallerie del Paterno. Pensare che novant’anni fa su quelle rocce intrepidi Alpini e Kaiserjäger si davano battaglia fa venire i brividi, e le condizioni in cui vivevano!? E le opere di scavo coi mezzi di allora?! Ora su quelle crode persone di tutto il mondo si scambiano saluti fraterni… hi, grüssgot, servus, ciao, salve, hallo, buenos dias, bonjour, mandi, sani… un caleidoscopio di lingue, arcobaleni di sentimenti amichevoli, che solo il fascino delle vette, la magia delle guglie, gli echi delle pareti sanno estrapolare. Il nostro squadrone giunge al rif. Lavaredo affamato… una fame che al momento del conto ci costa un patrimonio, tanto che facciamo fondo a tutti i nostri orpelli come pegno… cellulari, occhiali da sole, chiavi di casa, perfino un mutuo ipotecario a trent’anni… davvero economico questo rifugio…Caspita! ci siamo detti uscendo, forse il motivo c’era che non vi era anima viva al suo interno… rifugio sul sentiero probabilmente più frequentato di tutte le Dolomiti, vuoto! Almeno avessimo pagato per la simpatia, manco quella. Vabbè mettiamoci un sorriso sopra. Sotto nubi nuovamente minacciose e foriere di pioggia riprendiamo il nostro tour aggirando i contrafforti del Paterno e ci addentriamo in una valle magnifica, suggestiva e affascinante conca abitata da una colonia di marmotte. Su ogni sasso una sentinella e poi al fischio di “arrivano i nostri” tutte le marmotte si rintanano nelle loro grotte. Il nostro quartetto galoppa sereno tra le rocce e le nubi, altalenanti tornanti su e giù per le crode, praterie punteggiate di laghetti, solitari larici come cactus nel deserto ombreggiano sui sentieri. Ruderi e reperti della Grande Guerra sono disseminati un po’ovunque, legni fradici e filo spinato arrugginito occupano ancora anfratti e vecchie postazioni. Poi ad un certo punto, oltre il passo del Collerena si intravede “fort” Comici con la sua guarnigione di ospiti multietnici. Le nebbie ci avvolgono nuovamente e quando si dissolvono notiamo sull’erba miriadi di frasi scritte con i sassi, forse messaggi in codice dei folletti. Naturalmente come bimbi colti da un attacco di adrenalina da gioco ci fiondiamo a scrivere le risposte… ci siam presi una licenza poetica. Nel marasma Franco non c’è più ma lo ritroviamo presto al rifugio dove il generale, ops, il gestore ci accoglie festante.

Dolci presenze femminili allietano le tavolate e il brusio all’interno del riparo ben presto lascia il posto al silenzio della notte, rotto solo dai bombardamenti delle digestioni. E piove! Forse una danza del sole sarebbe si buon auspicio. Geniale, la mattina è un sole splendente ed un azzurro intenso colora gli orizzonti. Finalmente gioia per gli occhi, i colori dell’arcobaleno rimbalzano festanti tra cenge e pinnacoli adagiandosi sfumati sui passi dei gitanti. Sellati gli zaini e stretti gli scarponi, al grido di “avanti Savoia”, i quattro Bortolot si avviano in apnea su per forcella Croda dei Toni. Naturalmente capo “vermo solitario” in testa (solita scusa i filmati…) e dietro i reduci che stremati dalla fatica arrivano sul valico franando sotto il peso degli zaini. La fatica si stempera all’istante. La veduta da quella forcella è da dissetare l’anima. Pausa contemplativa e fotografica mentre un vento gelido accarezza i nostri visi intirizziti che neanche il sole riesce a intiepidire. Arniche e genzianelle come piccole perle preziose coraggiosamente incastonate tra i sassi si fanno ammirare. La strada è ancora lunga, il sentiero taglia a metà i ghiaioni alla base della Croda dei Toni. “ciacolando” ci inerpichiamo ancora ed oltre una sella rocciosa ecco l’inconfondibile lamiera rossa del bivacco De Toni col torrione infinito della Croda omonima a far da spalla, ancorato su un davanzale panoramico; il lago di Auronzo fa bella mostra in lontananza, giù nella Valle dell’Ansiei. Le nuvole birbanti riprendono a correre incuneandosi tra le valli e i calcari, delineando perfettamente i profili e le distanze e le montagne diventano tridimensionali. Pranzo al sacco e firma di rito sul registro del bivacco… e leggendo tra le righe si rivivono le serate di coloro che vi han dormito, alcune fanno andare la mente ai cow-boy che attorno al fuoco la sera si rallegravano con le ballate. La discesa che ci aspetta è decisamente lunga. In giro non c’è voce, i silenzi sono totali, solo i passi e qualche sasso rotolante squarciano l’aria. Giunti nel bosco, il naso di Massimo trova ben presto il suo habitat ideale… e i “finferli” riempiono lo zaino, un risotto è assicurato. Seguendo sterrato e asfalto tra le abetaie arriviamo come da programma alla nostra diligenza a motore, la “punto” nera familiare di Marcello. Le ultime battute goliardiche, le prese in giro amichevoli e saliamo in macchina… si parte e per poco disseminiamo gli zaini lungo il sentiero per il baule rimasto sbadatamente aperto. Rivolgo lo sguardo tra i canaloni, scorgo le tre cime… ne fisso sull’iride l’imponenza. Ora il negativo è impresso nel mio cuore… la stampa avrà i colori di calcari grigi e rosati e delle storie di uomini che tra quei declivi hanno vissuto e raccontato… storie di montagne e di amicizie.

Robi

mercoledì 01 settembre 2004 | Autore: Massimo

Escursione tra crode e sensazioni ladine.

Puez e Odle, il mondo ladino evoca folletti, elfi, gnomi dei boschi, creature fantastiche, magiche sentinelle dell’enrosadira, ritmi incantati dai colori del tramonto.

Entrare nel mondo ladino è viaggiare in un microcosmo di tradizioni, costumi, usanze, cultura, lingua che si sono conservate nel tempo; è facce, sorrisi, fatiche, gestualità di persone singolari, speciali, simbiosi armoniosa di uomo e natura, di pelle e roccia; è soprattutto confine trascendente dello spirito.

In quei monti, chi vi giunge assapora la libertà di sentimenti ritrovati, altrove soffocati da un mondo frenetico e disumano. Nei miei pensieri da tempo l’eco del Puez – scheggia di parola incisa nel calcare della dolomia – rincorre le Odle, gli aghi, pinnacoli irregolari, pettine fossile rivolto al cielo.

Orbene, a fine agosto è tempo ideale per partire alla scoperta di questi luoghi. La mitica Tipo è andata in pensione ma l’acquisto del nostro Marcello, seppur nero, familiare e di altra marca per noi equivale sempre al mezzo di trasporto ufficiale dei “Bortolot”, il catorcio bianco. Il rito mattutino della partenza prevede un collaudato sistema ad incastro. Discesa creativa di Franco da Fregona che a Longhere aggancia i suoi dolori sociali (stavolta l’avea mal dapartùt) allo spirito preciso e puntuale (dèe volte anca massa precisin, ma l’è ‘l paron déa machina) di Marcello. Insieme salgono a Revine a raccogliere i resti sempre più assonnati (dopo ‘na note de lavoro, sich!) e fantasiosi (tuta l’istà in giro co’ veci e boce a far el pajazo) di Robi; tappa a Serravalle a prelevare il supertecnologico e bionaturalista Max (l’à portà via le robe digitai, el pan fat in casa, cunicio in tecia, ovi lessi, insomma, picnic par tuti!) e via alla volta del Nord. Una mezza “anguria” serale costringe il gruppo a soste ravvicinate e Robi (autore del misfatto) a sette tappe forzate.

In compenso lungo il tragitto al sorger del sole e durante le fermate, Massimo si sbizzarrisce ad immortalare le brume mattutine che s’alzano tra boschi e praterie, sottolineando di fascino ulteriore le Dolomiti che si ergono a corolla. Al Passo Sella caffè di rito. La nostra meta, la Val Gardena, si apre verdeggiante ai nostri occhi, incastonata come una perla tra cime leggendarie, Sassolungo, Sella, Odle.

Giunti in località Daunei, zaini in spalla e via verso l’avventura. Il cielo limpido e terso guarda i nostri passi che solcano facili pendii e le ombre delle nostre sagome si riflettono sulle rocce e sui prati.

Siamo attorniati da panorami mozzafiato, sguardo che si perde verso orizzonti lontani, eco che rimbalza tra speroni di pietra, respiro che s’incunea tra forcelle e diedri, serenità che invade il nostro fisico.

La natura è padrona del nostro cammino, è segmento di congiunzione tra fatica e riposo; è sublime creato irradiato dal sole e punteggiato di candide nubi; è ruscelli impetuosi ingentiliti da marmotte di passaggio; è albero maestoso della notte dei tempi, nella cui corteccia vi è tesoro per etologi; è semplicemente bellezza allo stato puro.

Un crocifisso di legno saluta il nostro passaggio e tra silenzi e confidenze e ameni paesaggi giungiamo al rifugio Stevia, baluardo al cospetto del Cir e del Sas Ciampac, osservatorio privilegiato sulle Dolomiti leggendarie. Affamati trangugiamo con ingordigia una pasta e, appesantiti dal fardello di grano duro con delizioso condimento, proseguiamo sulle pietraie salendo forcelle e scendendo tra mughi e detriti; il rifugio Firenze rimane tappa di passaggio (senza rimpianti!…aleggiava un vento di simpatia in svendita a buon mercato, ma forse era dovuto all’afflusso industriale di turisti da accontentare, mah…) sulla mulattiera che conduce al rifugio Fermeda, primo obiettivo.

Nonostante il “lusso” delle camere ed il luogo, squisitamente turistico coi caroselli da sci del Seceda, l’atmosfera nei dintorni del Fermeda era silente e suggestiva. Una chiesetta alpina al tramonto tra rivoli di luce rossastra farsi largo nelle nubi inoffensive tagliate dai contrafforti delle Odle ha giustificato la sosta in quel luogo.

Una piccola televisione (elemento poco ortodosso visto come la pensiamo, ma ahimé c’era… e per fortuna non ci sarà più!) ha consentito a Massimo e Franco, appassionati di basket, di farsi del male guardando la finale sfortunata dell’Italia alle Olimpiadi.

Io intanto nel buio della stanza, osservando i profili delle cime dalla finestra appannata, riflettevo. Stranamente e nonstante l’affiatamento, stavolta percepivo in noi quattro un clima apparentemente meno ciarliero, più riflessivo, solitario, come se ognuno avesse importanti macigni interiori da meditare. Era una strana sensazione, quasi timorosa. Oh cavoli, non siamo mica omologati… non siamo standard negli atteggiamenti o nei pensieri… le esperienze, la stanchezza, le emozioni, i luoghi, le fragilità, le sicurezze, tutto è in continua evoluzione… e anche l’amicizia tra di noi; proprio questo senso contemplativo ha donato ai discorsi un valore aggiunto di solidarietà, di vicinanza, di fiducia e rinsaldato ancor di più la nostra passione per la montagna. Il sonno ristoratore di Morfeo è stato un toccasana per il corpo e per la mente.

ll giorno successivo l’itinerario si è snodato da forcella Pana sino al rifugio Genova tra ghiaioni, praterie, boschi e solchi vallivi, sul fianco nord delle Odle. Lame infilate tra terra e cielo, dolci e sensuali pareti che echeggiano sinfonie d’autore e l’imponente sagoma del Sas Rigais, generoso gigante che osserva dall’alto il ritmo del tempo e delle stagioni.

Grandioso itinerario tra praterie perfettamente ordinate, con al centro malghe agrituristiche gestite con una precisione ed un rispetto tipiche di queste valli sudtirolesi e la Val di Funes che si distende verso Ovest è un presepe favoloso.

Su di un pianoro idilliaco poi, le nostre membra si riposano con la compagnia di un complessino folk al quale non possiamo non aggregarci nel canto e, colmo dei colmi, incorciamo proprio qui un altro gruppetto di vittoriesi a zonzo per i monti.

Al rifugio Genova l’ospitalità è cordiale e per la nostra gioia la camera è da quattro! La sera se ne va tra strudel, “ciacole” con altri escursionisti americani ed inglesi, uno sguardo all’itinerario che ci aspetta, le sfide a scala quaranta… dove io partecipo giusto per far numero… ma Max, che le vince tutte, com’è quel detto? Fortunato al gioco… Simpatica (per noi) la scenetta, protagonista un cameriere un po’ goffo, che portando un vassoio con jogurt e mirtilli ha urtato contro uno stipite e… il resto lo lascio alla vostra immaginazione, certo è che le risa nella sala gremita si tenevano a stento.

Nuovamente notte e nuovo mattino sulla tavolozza del Creato.

Il tempo è minaccioso ma le nubi e le nebbie rendono tutto più affascinante, più avventuroso, squarci tra le cime creano scenari fantastici che l’obiettivo rapisce ed archivia per i ricordi. Siamo nel cuore del parco naturale Puez- Odle, i due gruppi montuosi si danno la mano, si passano il testimone. In mezzo ai due giganti il nostro passaggio solletica, ogni tanto il sole ci sorride. Pulsa una vena immacolata che ara in profondità i nostri cuori, liberando sogni, speranze, inibizioni. Camminiamo felici. Non importa la meta, l’essenza è il cammino. Un breve ma significativo tratto attrezzato ci impegna l’attenzione che è ben ripagata ai piedi del Piz Duleda, sulla forcella Nives.

Rocce, rocce, rocce e ancora rocce, tutt’intorno è grigio, nuvole, nebbia, rocce, pietre… un penetrante, intenso, profumato, reale, avvolgente mondo colorato delle tonalità del grigio.

E noi quattro lì, seduti sulle crode, rapiti. Se il genio della lampada sbucasse da un nuvolone, uno dei desideri sarebbe questo momento. Alfine il rifugio Puez. E il pomeriggio si rivela esplorativo. Un passo tira l’altro e col desiderio della cima, ecco sotto i nostri piedi il Piz de Puez e il panorama incontrastato a perdita d’occhio. Quassù la natura torna bambina. Guardo con tenerezza Marcello che costruisce gli omini di pietra ed ùltima un riparo di sassi per il vento impetuoso (ma ve l’immaginate ’sto armadio vichingo a giocherellare coi sassi?! E guai dirghe qualcossa! L’era proprio tornà tosatèl) Ho dei flashback… appoggiato alla croce col libro di vetta in mano mi rivedo bambino giocare a “figurine” piuttosto che a “vierine”; è l’altitudine che dà alla testa?! Siamo entrambi “rimbam…bini”?!? Più semplicemente l’anima lassù ritrova la serenità! Guardo a Sud-est e vedo il Sassongher, monolito simbolo dell’Altabadia. Scendendo ci lanciamo saluti fraterni con Franco e Massimo che erano nei dintorni del rifugio, poi è sera, fa freddo e i silenzi della notte scendono a coprire delle loro voci il rifugio. All’interno magicamente la serata si riscalda, un unico manipolo di italiani, noi, a intonare e duettare canzoni col resto dei commensali, una babele di mondo che si unisce per l’occasione, con repertori che vanno dagli inni nazionali a “Bella Ciao” cantata da un tedesco di nome Wolf, il che è tutto dire; quando poi al coro si uniscono i gestori, le melodie si diffondono nell’aere assieme agli odori inconfondibili del kümmel e del mirtillo.

La simpatia regna sovrana e poi ad un’ora saggia la compagnia si addormenta nelle cuccette, il rifugio titrae le luci e la nebbia ovatta la notte e s’impossessa dell’altopiano del Puez.

E’ l’alba e il tempo non promette nulla di buono, un grigio malinconico che s’intona perfettamente al ritorno. Saluti intrisi di emozione, scambio di pensieri e via, “imcabuccati” come Babbi natale fuori stagione ce ne torniamo a valle per la Vallunga, lunghissima discesa verso Selva. E percorrendo quei sentieri appena levigati da un profilo d’acqua che scende soavemente ad inumidirci visi e paturnie, i pensieri vagano liberi.

E ripenso all’umanità incontrata, all’intreccio di sensazioni e parole, alle foto scattate (che nonostante tutto saranno nel tempo i flash che aiuteranno a ricordare), alle riprese video di Marcello, sapiente regista oltre l’obiettivo; ai cieli limpidi ed ai panorami impressionanti del primo giorno; alle malghe vissute del secondo giorno; ai sentieri d’alta quota ed alle vette del terzo giorno… Un branco di cavalli avelignesi spazzola i fili d’erba, un timido raggio di sole illumina i nostri occhi di gioia vera, un’amicizia che travalica le fantasie e unisce i sogni. Volgo lo sguardo e ammiro ancora una volta quella galassia di pianeti color dolomia che mi circonda e sorrido di felicità.

Allegramente, scendendo tra i sentieri ci è venuta un’idea, www.bortolot.it, per condividere con voi che avete avuto la pazienza e la bontà di leggere, il “nostro” mondo, la montagna.

Robi, un Bortolot

lunedì 01 settembre 2003 | Autore: Roberto

E’ fatta: la riunione ha concepito, si va quattro giorni sulle Dolomiti di Brenta. Scocca l’ora X, e i “Bortolot” son pronti a partire.

Un intoppo (chiamiamolo così!?) dell’ultima ora, Marcello il giovedì sera è a Verona per l’AIDA (sich!, beato lui), ci fa rinviare di un giorno la partenza. Naturalmente l’AIDA sarà un tormentone che lo accompagnerà con un senso di colpa per tutta la vita, ma pretesto per far valere il valore dell’amicizia nel rinviare la partenza per essere tutti assieme.

Ho il sonno agitato, zaino, cambi, scarponi, vivande, penso a non dimenticare niente; sembra strano ma ogni volta che mi accingo a partire per i monti è la stessa emozione, Pizzoc piuttosto che Antelao, ma sempre agitazione che scuote l’anima di aspettative il più delle volte ben riposte, camminare sui sentieri in quota per evadere dallo stress mentale della quotidianità, per ricaricare le motivazioni, per vivere in simbiosi con la natura, per cementare le amicizie, molte volte semplicemente per divertirsi.

La notte passa veloce, sono le 5 e la mitica Tipo (detta Punto) di Marcello è già sotto casa mia a Revine pronta a sbuffare per i tornanti che l’attendono.

Sosta a Serravalle per caricare Franco e Massimo e via, carichi più che mai, alla volta del Trentino.

Le strade deserte di un venerdì di fine agosto ci conducono a Feltre e qui colazione e sbadigli s’intrecciano. Intanto la giornata si preannuncia piovosa, le previsioni non danno scampo. Arriviamo a Molveno sotto un cielo plumbeo. Indossiamo la maglietta dei Bortolot (regalo graditissimo di Marcello), cappello giallo “Raggio di Sole” immancabile in testa e saliamo in ovovia fino al Rifugio “La Montanara”.

Ci inoltriamo nel bosco per facile sentiero, ma ben presto fiuto e cartina ci correggono il percorso e nel volgere di breve tempo rientriamo sull’itinerario esatto e costeggiando alti dirupi arriviamo al Rifugio “Croz dell’Altissimo”, prima sosta forzata per la pioggia che al momento riusciamo ad evitare. Ci divertiamo ironicamente all’arrivo bagnatissimo di una coppia di Padova con la quale entriamo subito in dialogo parlando del Cansiglio (più avanti rideranno loro di noi bagnati!).

Riprendiamo il cammino e superando un breve dislivello, imprecando non poco per la pioggerella che va e viene e ci costringe a indossare e togliere continuamente giacche a vento e teli, giungiamo al Rifugio della “Selvata”, altra breve tappa per il timbro sul camminamonti e accodati a un gruppo numeroso di Padova continuiamo la salita confidando nella tenuta del tempo. Il nostro obiettivo è il Rifugio “Alimonta” ma già valutiamo ritirate strategiche al “Brentei” in caso di pioggia.

Sorpassando la colonna padovana che ci precede conosciamo Paolo, il capogruppo, un omone di mezza età coi baffi che ci è subito simpatico, loquacissimo e generoso di domande e indicazioni (e noi naturalmente stiamo al gioco e le battute si sprecano). Un raggio di sole illusorio ci permette di pranzare (barrette energetiche, sich!). La salita continua e s’intravede il Rifugio “Tosa-Pedrotti” in cima a uno sperone roccioso. Proprio mentre cantavamo vittoria per il tempo, a mezz’ora dal rifugio, giove pluvio ha deciso di regalarci una colossale lavata (di capo e… di piedi) facendo convergere le nubi più nere, tuoni, fulmini, pioggia, vento, nebbia e grandine proprio mentre superavamo lo sperone roccioso.

Con le imprecazioni al grido di “chi me l’ha fatto fare” e “tre mesi de séch, dovéo piòver proprio dès ?!” con non poco impegno e tensione temporalesca giungiamo fradici al Rifugio ‘Tosa”.

Nel frattempo, il mio poncio già “ferito” più volte s’è definitivamente strappato in più parti a causa di un refolo di vento, tanto da diventare inservibile. E’ pomeriggio, ma sembra notte e da vari sentieri sbucano figure con facce più o meno stravolte che cercano il riparo al caldo del rifugio. All’interno una macedonia indescrivibile; di vestiario gocciolante appeso un po’ dappertutto e gente che si cambia; di umidità e tè bollenti; di linguaggi e di umanità. Una babele di oggetti e persone accomunati dalla passione per la montagna; c’è chi gestisce e in quota ci vive e racconta di lavoro, di storie e di uomini e c’è chi cammina e la montagna la vive da escursionista e sulla montagna conosce, fantastica, riposa, fatica… In quel momento il rifugio è veramente un cuore che pulsa e rifugia e al caldo della nostra camera ci distendiamo.

Certo che come impatto le Dolomiti d’occidente si sono nascoste tra le nuvole e mantengono in serbo il loro profilo per momenti migliori. Ma noi ammiriamo le crode anche così, scure di un grigio lineare e brillanti dell’acqua tanto agognata sulle piane. Il ticchettio della pioggia sulle tettoie è rasserenante e ciarliero. Dobbiamo cambiare tutto il programma, si deve dormire al “Tosa” forzatamente e intanto il tempo continua il suo sfogo estivo. Cartoline, carte da gioco, diari di viaggio, mappa, tutto serve a tirare ora di cena, che “spazzoliamo” come fossimo digiuni da tempo. Intanto è il momento di parlare tra di noi, discorsi che durante l’anno non si riescono ad intavolare per gli impegni dell’uno o dell’altro, discorsi d’amicizie, di donne, di famiglia, di lavoro, siamo accesi di voci tonanti e tra cappelli e maglie non passiamo inosservati, anzi ci sentiamo osservati, poco importa, per noi l’amicizia è riuscire a dire ciò che abbiamo dentro e c’è chi parla, c’è chi ascolta, chi consiglia. L’armonia della sala stube si surriscalda di conoscenze, di presentazioni, ogni scusa è buona, un maglione da spostare, un dolore da massaggiare, una foto da scattare, un filmato da girare, un conto da pagare, un piatto da raccogliere, una grappa da bere.

Dai discorsi impegnati al divertimento cantato il Alla Bocca di Brenta tra passo è breve, la sala si ritrova di colpo riunita nell’aggregazione più antica del mondo, nel canto. E col canto arriva il gioco, la battuta, la canzone giapponese piuttosto che trentina o africana, la canzone del Piave e di colpo siamo tutti col bicchiere in mano e una grappa tira l’altra e perfino i bans diventano un successo dell’estate. Tra un San Giulian e un Von Trier la notte si avvicina e il riposo del guerriero/cantante/alpinista/escursionista diviene essenziale per un nuovo giorno tra le pietre del Brenta. Baldoria sì e potente, ma riposo e sicurezza in montagna sono due ingredienti indispensabili per poterla apprezzare appieno.

Dopo il diluvio universale, un’alba meravigliosa ci attende il giorno seguenteda togliere il respiro e gli occhi la immortalano e la conservano. Finalmente le rocce si contornano di tutta la loro bellezza. Sorridiamo divertiti alla “rapina” subita da Franco, gli hanno rubato i calzettoni di lana messi ad asciugare e una borsa di plastica, forse qualcuno dopo averli annusatisi pentirà del gesto in usuale in un rifugio!

Senza calzini e senza poncho, ma carichi del nostro entusiasmo, dopo aver salutato gli amici d’avventura e i gestori (a dire il vero un po’ “freddini”, forse per la quantità di persone presenti, mah!), riprendiamo il nostro percorso addentrandoci verso la bocca di Brenta, direzione Rifugio “Brentei”.

Torrioni e colatoi, guglie e cenge sembra sorridano al nostro passaggio, scenari di straordinaria bellezza confermano di meritare la popolarità della quale godono queste montagne care al Bruno De Tassis (emerita guida alpina e pioniere dell’alpinismo, ultranovantenne, che ancora le percorre).

Giungiamo senza particolari difficoltà al Rifugio “Brentei”; al suo interno si respira veramente l’aria dell’alpinismo, delle salite al Crozzon, alla Tosa, al Campanil, delle Bocchette, le pareti di legno sono tappezzate dalle foto di tanti alpinisti, di tante pareti, di cimeli, riviviamo i momenti in bianco e nero e i brividi salgono sulla pelle.

Ci riprendiamo dall’emozione e continuiamo il nostro viaggio. Avendo dovuto cambiare tutto il programma causa il tempo, dobbiamo trovare da dormire in qualche rifugio e l’impresa non è delle più semplici, visto che è l’ultimo sabato di agosto. Tra sentieri ben segnati e mughi arriviamo al Rifugio “Tuckett” e qui lo scenario che ci si pone davanti è veramente mozzafiato. Di fronte un anfiteatro con pareti altissime chiude la bocca (o forcella) del Tuckett e alle spalle i grandiosi ghiacciai dell’Adamello e più in là dell’Ortles-Cevedale si ergono a sentinelle del creato.

Non siamo rocciatori, ma nella patria del 6° grado e delle vie di roccia, anche semplici e orgogliosi escursionisti come noi trovano il tempo di soddisfare il proprio modo d’intendere l’alpinismo, fatto non necessariamente di tiri di corda e moschettoni (e molte volte “invidiamo” e osserviamo con ammirazione i coraggiosi delle pareti), ma di sentieri e ghiaioni e nevai più o meno impegnativi e impervi, ma pur sempre dispensatori delle gratificazioni, curiosità, emozioni, difficoltà, soddisfazioni dell’alta quota.

Da “iene” consumate riusciamo a prenotare il posto letto per la sera. Al “Tuckett” la folla di alpinisti, escursionisti e semplici turisti è impressionante, tanto che oltre alle sale da pranzo interne (saranno 120 i coperti a cena) vi è anche un bar all’esterno e inoltre un altro rifugio adiacente, il “Sella”, funge solamente da dormitorio.

Apprendiamo che il rifugio è base di partenza per le varie vie ferrate che da nord a sud attraversano il gruppo. Il tempo fa le bizze e il pomeriggio se ne corre veloce. Marcello se ne va al Rifugio “Stoppani” per il timbro di rito e godersi i panorami verso Madonna di Campiglio e verso Tovel e la Vai di Non, mentre io mi fermo solitario lungo il sentiero a contemplare l’orizzonte in attesa poi di riunirci agli altri che se ne sono rimasti al rifugio a recuperare le energie e godersi perché no, le bellezze del “posto”.

Nel frattempo, un quinto “Bortolot”, Federico, ci ha raggiunti al Tuckett direttamente da Molveno, salendo in velocità e in solitaria il sentiero più diretto e sfidando se stesso e le proprie insicurezze tra le nebbie e i ghiaioni. Stanco ma felice si aggrega al gruppo tra abbracci e sorrisi di soddisfazione per l’amicizia che sempre più si rinsalda tra di noi.

La sera cala sulle dolomiti regalando scorci di tramonto rosso dorato tra le nubi che si inseguono e le stelle che fanno capolino e i fumi delle pietanze si spargono tra le tavole occupate da commensali intenti a progettare l’indomani tra cartine topografiche e imbracature.

Constatiamo con realismo (e senza polemica) che anche quassù il marketing della mezza pensione (su vivande singole non v’è differenza tra soci e non) l’ha spuntata sul romanticismo del minestrone con sconto CAI.

Boh, saremo retorici o antiquati, ma mentre trangugiamo primo, secondo, contorno, dessert, caffè e grappa, serviti da numerosi “camerieri”, pensiamo ai mitici rifugi di un tempo non lontano, veramente capisaldi d’alta quota, ove regnano l’atmosfera spartana eppur accogliente delle serate coi sacchetti delle vivande portate da casa sui tavoli e condivise fraternamente e il minestrone e il posto letto (limitato a pochi), barattati sconto soci CAI col gestore tuttofare, cameriere e chef, lavapiatti e informatore… tanto di cappello a coloro che più per passione che per reddito ancora riescono a gestire rifugi dove l’essenzialità viene vissuta da essi stessi e dagli ospiti come stile di vita. E comunque val bene qualche compromesso la scelta di vivere in alta montagna.

Divagando tra minestre e scelte di vita, la serata s’anima delle note inconfondibili di “Signore delle Cime”, canto finale dei molti che hanno intonato i corali provenienti da Schio (VI), facendo assaporare in toto l’atmosfera alpina all’interno del rifugio, con gli ospiti rapiti e inebriati dalle tonalità e dagli assoli, mentre in un angolo il figlio del gestore festeggiava il compleanno con alcuni amici coinvolgendo anche noi Bortolot in colossali brindisi, con Pio il cuoco, che sorseggiava da una bottiglia all’altra senza soluzione di continuità. La notte calava anche al Tuckett e pian pianino le voci si sono impastate del sonno di “Morfeo”.

La mattina seguente si parte di buon’ora per il rientro; il tempo, nonostante previsioni che davano bello, non promette niente di buono. Camminiamo lesti al cospetto di pareti verticali e del sole che gioca a nascondino. Avanti a noi un gruppo numeroso del CAI di Padova con guide e istruttori è già sul fronte del nevaio che copre il vallone che porta alla bocca di Tuckett. La sorpresa è che il ghiacciaio è duro (e detritico) e sul ripido anche la traccia di sentiero diventa difficile senza ramponi (che noi non abbiamo). Vista la grande difficoltà e tensione che attanaglia chi ci precede senza ramponi, decidiamo di aggirare verso destra l’imprevisto ghiacciato.

Scelta determinante in quanto risaliamo speditamente su irti gradoni di roccia e su roccette e poi quasi in piano arriviamo alla forcella sferzata da vento gelido foriero di pioggia, mentre il gruppo di Padova, forse mal consigliato, annaspa a metà nevaio tra scivoloni e imprecazioni. La discesa è lunga e ripida tra ghiaie e tornanti, rocce esalti.

Incontriamo alcune persone salire solo all’inizio del sentiero e poi è tutto un silenzio interrotto solamente dal nostro calpestio e dai camosci che si rincorrono oltre un costone.

Intanto il tempo peggiora e all’improvviso acqua a scrosci, vento freddo e grandine si rovesciano su di noi che giungiamo nuovamente fradici al Rifugio “Croz”; qui è un pullulare di turisti, escursionisti, di volontari del soccorso (è domenica e sulle Bocchette vi è una marea di “ferratisti”). Il gestore accende la stufa per farci asciugare gli indumenti, ringraziamo e ci infiliamo una pasta nello stomaco. In pochi minuti la pioggia cessa e l’atmosfera si fa frizzante e limpidissima tanto che finalmente le crode del Brenta si stagliano al cielo in tutta la loro splendente armonia, imponenti baluardi dai profili mutevoli. Le sensazioni accarezzano la mia pelle e i brividi di tanta bellezza percorrono la mia anima sino al cuore che collegato a occhi e mente richiama pensieri verso chi amo, al piccolo Leonardo, chissà, futuro alpinista, alla libertà delle vette.

Ma osservo i miei amici anch’essi rapiti all’insù in un apoteosi di sguardi, persi tra la bellezza, la maestosità ed i pensieri. Ridestandoci da cotanta contemplazione scendiamo velocemente a valle percorrendo cantando a squarciagola un magnifico sentiero incuneato tra rocce e vegetazione (e rincontriamo anche la coppia del primo giorno al Croz, che coincidenza e che risate).

Alle auto l’ultima foto di gruppo, un saluto e una cantata all’Albergo DesAlpes (simpaticissimi i proprietari), dove a giugno ero animatore con un gruppo di anziani di Vittorio Veneto e poi via.

Ci allontaniamo da Molveno con la malinconia che sale e allontanandoci guardiamo quei monti che per tre giorni ci hanno ospitato e hanno coccolato la nostra amicizia e in auto si commenta, si ride, si scherza, si fanno già progetti di anelli futuri, di Jof, di alta via 6… e intanto si arriva a casa e la vita di tutti i giorni ci avvolge nuovamente tra le sue maglie.

Il giorno dopo, una telefonata di uno dei miei amici… un grazie… e un magone mi assale, l’amicizia è un valore irrinunciabile, ancor più se vera e sincera.

Robi

lunedì 20 agosto 2001 | Autore: Roberto

Il gruppo è oramai collaudato, quando il “RAGGIO DI SOLE” chiama, i “BORTOLOT” rispondono; uno squillo telefonico estivo e già in noi scatta il pensiero ai monti, ai sentieri, alle escursioni.
Nel bel mezzo dell’estate Marcello mi chiama e mi informa che il centro valanghe di Arabba (che è anche stazione per le previsioni meteorologiche) assicurava alcuni giorni di bel tempo. Non ci mettiamo molto a decidere di partire; in breve tempo contattiamo Massimo, Franco e Fede, incastoniamo non senza difficoltà (turni di lavoro ferie, impegni vari) una serie di quattro giorni e prepariamo gli zaini. Memore di un sovraccarico incredibile per sofferenze (ma questa è un’altra storia), questa volta nello zaino ripongo lo stretto necessario, forse neanche quello, ed alle 6 di un giovedì mattina salgo sulla “tipo bianca” di Marcello che puntuale e preciso come al solito è arrivato a prelevarmi col carico di amici, zaini, scarponi, vettovagliamento, cartine e quant’altro. Uno solo manca all’appello, Massimo, che, per non smentirsi neanche questa volta, deve essere letteralmente tirato giù dal letto. Finalmente partiamo ed ancora mi domando come fa quel mulo di macchina a portarci sempre e ovunque ci sia salita, stracarica, senza mai un lamento, uno sbuffo; tra lei e Marcello si è instaurato un rapporto “madre-figlio”.
Dopo il rituale della colazione ad Agordo con gli occhi di noi tutti che cominicano a scrostarsi dalla colla notturna, e la sosta panefresco a Caprile, giungiamo in cima al passo Fedaia, non senza aver notato tutte le scritte non ancora sbiadite del passaggio del Giro d’Italia che inneggiavano a Simoni, a Pantani ed al “no al doping”.
Parcheggiamo la mitica tipo al rif. Castiglioni e dopo la foto di rito davanti al rifugio che ricorda un mito dell’alpinismo degli eroi, ci incamminiamo sul sentiero che parte proprio a fianco della strada statale. La salita si inerpica da subito ed un po’ per il passo veloce, un po’ per la stanchezza della levataccia, ansimo di fatica, ma cerco di non darlo a vedere, anzi, controllo con la coda dell’occhio e noto che anche i miei compagni appaiono affaticati, persino Marcello che con le sue lunghe leve tende sempre a seminarci, con passo affannato rimane tranquillo in coda al gruppo. Saliti in fretta di alcune centinaia di metri il sentiero si fa più dolce e tende a spianare, costeggiando il Sasso Capello ci inoltriamo sul Viel del Pan, sentiero che probabilmente deve il suo nome agli antichi collegamenti tra Cadore e Fassa, per giungere dopo una breve sosta al rifugio omonimo (sosta, a quanto pare agognata da tutti e cinque dopo la salita iniziale, nessuno però osava chiederla per ogoglio, si è aspettato che mi fermassi spontaneamente, salvo poi catapultarsi come avvoltoi sulle borracce d’acqua). Balcone aperto sulla regina delle Dolomiti, la Marmolada, che si stagliava maestosa davanti a noi e, contrariamente agli ultimi anni ancora molto innevata. Devo dire al proposito che confidenze di gestori ci ragguagliavano sul fatto che quest’anno la neve sia stata abbondante con conseguenze positive per i ghiacciai e negative per gli amanti delle ferrate che hanno avuto problemi di neve e ghiaccio sui sentieri sino in estate inoltrata con ricadute (incassi) negative sui rifugi d’alta quota…
Rientriamo in viaggio. Dal rif. Viel del Pan stracolmo di turisti, la visuale è straordinaria, dal Gran Vernel alla Civetta non dimenticando di trovarci su di una propaggine del Padon, linea del fronte nel 1915-1918 e teatro di aspri combattimenti. Io e Massimo scattiamo foto che aggiungeremo al nostro album dei ricordi. Immancabile il timbro sui libretti di viaggio, veri e propri quaderni di ricordi ed emozioni, di pensieri e situazioni, di luoghi e sentieri, di volti e disegni…
Ripartiamo veloci sul sentiero scortati dal sole intenso e caldo e dalla gigantesca mole della Marmolada giungendo in breve tempo, dopo una tranquilla discesa, al passo Pordoi (ed anche qui il ricordo dell’ultima impresa di Simoni al Giro d’Italia è ancora vivo). Mi riesce facile accostare la montagna al ciclismo delle salite, agli alpini, alla Grande Guerra, agli amanti della natura, ad un buon libro, ad un bicchier di vino, al camminare, luoghi comuni, certo, ma che celano in loro lo spirito d’amicizia dell’andar per monti, dove un saluto non è mai negato, un sorriso non è mai tirato, dove le persone ricche o povere, giovani o vecchie diventano un’unica classe sociale, ove le disuguaglianze si stemperano in attimi di intensa fraternità.
Al passo, per guadagnare tempo e con decisione sofferta, decidiamo di salire al Sass Pordoi in funivia. Dai pianori del Sella, per sentiero facile e solo per l’ultimo tratto impegnativo e passando per il rif. Forcella Pordoi, giungiamo nel pomeriggio in vetta al Piz Boè. Qui alla Capanna Piz Fassa tè caldo e cartolina da una vetta che seppur facile è pur sempre di 3152 metri e dalla quale si gode di un panorama notevole a 360°. Sgrano gli occhi a tanta bellezza e con Marcello facciamo a gara a riconoscere tutte le vette ed i gruppi che ci circondano. Fede estasiato telefona ad un’amica incredula. Franco pensa all’amata a voce alta. Massimo piazza foto ovunque ed entra subito in confidenza con tre ragazzi della zona di Oderzo. Tutti cinque ringraziamo il Signore per la maestosità del creato.
Dopo un attimo di felice smarrimento, col gestore simpaticissimo ed un punch caldo intoniamo filastrocche a squarciagola e ci scambiamo gli indirizzi con gli opitergini.
Intanto la sera si avvicina, la luce del sole illumina di rosa le rocce dirimpetto e noi scendiamo per un sentiero tortuoso af rif. Boè dove pernottiamo. Il rifugio (ma chiamarlo rifugio è riduttivo, sembra più un albergo se non fosse che siamo a quasi 3000 metri ed è del CAI), è accogliente anche se gestori e personale sono pittosto indaffarati. A cena siamo circondati per la quasi totalità da escursionisti tedeschi ed americani e da un gruppo di veneziani simpatici (che ritroveremo più in là). La sera trascorre tranquilla tra briscole ed uno sguardo alla cartina per il giorno dopo. Le battute si sprecano e ormai ridiamo automaticamente. Come al solito la notte in rifugio, vuoi per lo scomodo sacco a pelo, vuoi per i russatori, vuoi per il caldo da troppo respiro, vuoi per la sveglia all’alba, trascorre quasi insonne…

La mattina una ciabattata sveglia Massimo e un’aria frizzantina ci ricorda che siamo in alta montagna. Il rituale prevede un’abbondante colazione ed un’altrettanto abbondante scorta d’acqua.
Partiamo percorrendo i sentieri che solcano l’altipiano del Sella tra scenari di incomparabile bellezza e silenzi di assoluta serenità. Ascolto le rocce, parlano, mi raccontano delle leggende, degli anni, i passi scivolano sui ghiaioni, un nevaio ostico ci sbarra la strada e con un po’ di timore io e Marcello lo attraversiamo segnando le impronte con gli scarponi. Franco ci segue e lanciando urletti di paurosa ed isterica simpatia, facendoci sbellicare dalle risa, giunge in fondo al nevaio e ci bacia per lo scampato “pericolo”.
Tra un canto ed una riflessione, una foto ed uno sguardo al panorama, giungiamo in vista del rif. Cavazza, sulle sponde dello splendido laghetto alpino, incastonato tra le rocce come un rubino. Qui, al Cavazza, c’è parecchia gente, dal passo Gardena e dalla Val Badia svariati sentieri e ferrate (la più famosa la ferrata brg. Tridentina) conducono orde di escursionisti affamati ed addobbati con gli ultimi ritrovati di look e tecnica).
Breve cenno d’intesa e dopo un pranzo frugale siamo sul sentiero che ripido ed impegnativo ci conduce in vetta allo Spiz Pisciadù (mt. 2985) da dove possiamo ammirare Val Badia e Val Gardena in tutta la loro splendida bellezza. Per poco, però, nere nuvole minacciose si addensano nel cielo coprendo in un baleno tutte le cime e scaricando luminosi lampi e fragorosi tuoni. Non aspettiamo altro, velocemente ce ne torniamo in basso (non senza aver dato prima un’occhiata a degli incoscienti che stavano risalendo un nevaio dalle parti del Sass de Mesdì) ed accompagnati dalle prime gocce d’acqua entriamo in rifugio.
Proprio mentre fuori si scatena il temporale, bagnati fradici, arrivano poco dopo anche i veneziani che avevamo lasciato al Boè. Naturale fare subito amicizia. La cena è abbondante anche per Massimo, solitamente “avveduto” nella spesa. La serata procede con un’interminabile partita a “scala 40″ che vede Fede chiudere incessantemente con rabbia e “sospetto” da parte di noi tutti. I discorsi scivolano via tra un bicchiere e l’altro e spaziano dalle donne alle montagne, dal lavoro ai sogni, dai figli alle morose, al mondo, senza un nesso logico, ma solo con la sensazione di aprirsi, confidarsi, liberarsi. A fianco i soliti idiomi tedeschi ed inglesi e su un’angolino una coppia piuttosto anziana denota insofferenza verso noi ed i veneziani che ci stiamo divertendo.
Non ancora le 22 ma il gestore, personaggio autentico, montanaro uscito da una miscellanea tra Messner, Toro Seduto ed il Ragioner Filini, con fermezza scandisce il tempo per la luce che dopo poco spegnerà. A nanna. Una camerata affollata fa rimbalzare da un letto all’altro discorsi assopiti, risate fragorosamente coperte dal cuscino, Fede in continuo e frenetico viaggio da un corridoio all’altro, e noi i “vecchi” a ridere.
La mattina si presenta grigia e, pagato il conto e scattata la foto con veneziani e cameriera romena (anche nei rifugi ho notato un sacco di lavoratori stranieri, anche qui confidenze di gestori affermano che non ci sono più giovani italiani che han voglia di lavorare in montagna), ci avviamo sul sentiero che con vari tornanti in ripida ascesa ci riporta in quota. Cade una leggera ma incessante pioggia che ci accompagnerà per tutta la mattina.
Poco prima della forcella, un nevaio con un minimo di sentiero attrezzato ci impegna in un delicato passaggio (ma Franco, che per alcun istanti è rimasto immobile attaccato alla parete come una lucertola, bloccato da pensieri funesti, dirà ai posteri che ha scalato il K2), che superiamo aiutandoci anche con i veneziani che sono con noi.
Superato il tratto difficile si riapre attorno a noi l’altipiano; salutiamo i nostri amici di Venezia e sempre più fradici proseguiamo sul sentiero sino al rif. Boè, dove ci cambiamo e ci riscaldiamo. Stavolta, causa il tempo, il rifugio è semivuoto e così ci sembra più accogliente, facciamo amicizia coi figli dei gestori e coi ragazzi del bar, tanto che all’improvviso sbuca una chitarra e Franco nel provarla rompe subito una corda per la sua disperazione ed il nostro cinico divertimento. Cambiatala, si canta al banco in attesa del bel tempo e ci rifocilliamo.
Passata la “bufera”, riprendiamo velocemente il cammino ed attraversati i pianori del Sella, scendiamo sul ghiaione della Forcella Pordoi e ci inoltriamo sul sentiero che in quota, costeggia per un lungo tratto il Piz Boè.
Su quei saliscendi ci appropriamo totalmente dello spirito libero dei monti, le crode sorridono tra un canalone ed un mugo, tracce di vita disseminate qua e là ci informano che non siamo soli, la luce del sole fa capolino tra le nubi a rifletttere un azzurro terso che irradia i monti oltre Livinallongo.
Incrociamo alpinisti che ridiscendono, attraversiamo lindi ruscelli che sgorgano acque dal sapore antico e giungiamo alfine al rif. Kostner al Vallon. Finalmente un tipico rifugio di montagna, piccolo, familiare, accogliente e caloroso, così come i suoi gestori, una giovane coppia della Val Badia. Manuel, fa la guida alpina e noi siamo ammaliati dai suoi racconti di viaggio. Le camere sono coccole d’abete che avvolgono la fatica. L’ambiente permette subito la sintonia con i presenti, un gruppo tedesco con parecchi bambini ed un gruppo di mezza età di Pordenone. Tra una scopa e l’altra, un grappino e un birrino, ci lanciamo in canti patriottici ed internazionali con Franco e la sua immancabile chitarra, io e Fede ad animare i tedeschi subito coinvolti. Massimo già steso dai fumi dell’alcol (è astemio per cui gli basta l’odore) e Marcello a ritmare lo jodl (si dice così!?) che Manuel interpreta magistralmente. La serata corre via veloce. Esco a scrutare l’orizzonte al tramonto con le Tofane di un rosa intenso e guardandomi intorno penso alla gioia, alla fortuna, un brivido mi percorre la schiena per l’emozione di trovarmi lì in quel momento ad assaporare l’infinito odore dei Monti Pallidi. Noi vecchi scarponi contagiamo di sana follia i pensieri di Fede nella notte finalmente riposante del rifugio.
Il canto del gallo (Fede sulla sedia che lo imita alla perfezione) ci indica un altro mattino. Guardo i primi raggi di sole che sorgono e contornano l’ombra di Pelmo e Civetta, che spettacolo della natura. Qui siamo stati veramente bene, con nostalgia salutiamo tutti i nosttri nuovi amici e dopo un buon caffè che Manuel ci ha offerto, ce ne torniamo sui sentieri verso casa e dopo una lunga e ripida discesa giungiamo ad Arabba. Attraverso Porta Vescovo ed eccoci alla macchina. Tra di noi continuiamo a parlare, a scherzare a ridere, a cantare, ma il clima è quello mesto del ritorno a casa dopo giorni meravigliosi. Giungiamo a Vittorio nel pomeriggio inoltrato di una domenica afosa, un velo di tristezza per la fine del viaggio, ma molta gioia per i momenti trascorsi ed infinita riconoscenza per l’amicizia consolidata. Ci salutiamo con una pasta da Massimo. A letto leggo il mio libretto di viaggio e la mia mente scorre i bei momenti. Incredibili frasi d’amicizia mi riportano col pensiero ai monti, a quel susseguirsi di guglie e pinnacoli, rocce e ghiaioni, cieli e nuvole che infondono dentro un senso di serenità che altrove non c’è. Un tramonto, un’alba, una grappa, una cantata in compagnia, un mare di sudore in vetta ad una cima, un sorriso sul sentiero, … questo il nostro doping!

Robi

sabato 09 settembre 2000 | Autore: Roberto

Tre Bortolot stracarichi, sulla famosa tipo bianca di Marcello, sono in viaggio per il Passo Valparola, luogo di partenza del Bortolottour annuale. Mastro Franco ha tirato il pacco ed io e Marcello zaini e scarponi nuovi e quindi con l’incognita vesciche. Max col solito campeggio ambulante. Stavolta i pesi sono enormi, tanto che ci si deve aiutare per issare in spalla gli zaini, cose dell’altro mondo, piangere dal ridere. Forse abbiamo esagerato con dolci e salate leccornìe (dai cubetti di grana alle scatolette di sughi pronti, dalle svariate tipologie di cioccolata alle bevande calde e fredde energetiche, per non menzionare tutto il restante sacrario dell’equipaggiamento… mi sa che ne vedremo delle belle!)… Sento subito un gran peso sulle spalle e sulle ginocchia e la partenza in salita, su per una breve forcella (Selàres) piuttosto irta, mi fa ansimare, così come Marcello. Max è più tranquillo ma il peso è anche per lui un fardello… Occhiate stralunate si rincorrono come per chiederci reciprocamente aiuto per svuotare il prima possibile gli zaini dalle cibarie in eccesso.

Nell’anfiteatro sotto la Cima Scottoni, il rifugio Scotoni è davvero un’oasi estatica; ma chi ce lo fa fare di riprendere il viaggio con tutto quel peso?! E invece eccoci sul sentiero costruito durante la Grande Guerra ad arrancare stremati.. con fatica superiamo il lago di Lagazuoi e poi, su sentiero ghiaioso e ripido, procediamo lentissimi verso le trincee del Lagazuoi che raggiungiamo stanchissimi. Resti di trincee e camminamenti ovunque, pezzi di legno, reticolati, ferraglia, tutt’intorno è ammassi di ricordi della guerra.

Al Lagazuoi è tutto un formicolio di turisti, rifocillata generale, sguardo all’infinita prospettiva di montagne e ripartenza per le Tofane. Camminando su continui avvallamenti, pietraie e sfasciumi residui della guerra di mine, lasciamo la forcella Travenanzes e per la forcella Col dei Bos, aggiriamo il Castelletto e quindi proseguiamo alla base della Tofana di Rozes e il Pilastro, giungendo sul sentiero che sale a serpentina all’ex Rif. Cantore (in zona resti di baraccamenti e fortificazioni) ed in breve al Rif. Giussani, alla forcella Fontananegra. L’idea è di salire alla Tofana di Rozes il mattino seguente ma il freddo e la spruzzata di neve che aveva imperversato pochi giorni prima, ha provocato il formarsi del “vetrato” sui lastroni che arrivano in vetta e sconsigliato quindi la salita (visto che non eravamo attrezzati coi ramponi).

Il giorno successivo invece, di buon’ora, siamo ridiscesi verso il Vallon e rasentando nuovamente la parete della Tofana, siamo entrati nel tunnel scavato sotto il Castelletto, che all’interno contiene ancora installazioni militari dell’epoca. Ascendiamo ancora il Lagazuoi e con percorso obbligato in trincea, penetriamo nella famosissima galleria di guerra che scende con scalini per oltre seicento metri verso il Passo Falzarego. All’interno troviamo camerate, depositi, postazioni, alcune ricostruite e comunque in fase di recupero per la memoria storica (alcuni anfratti e gallerie secondarie sono coi “lavori in corso”). Poggiando il piede sento il peso dello zaino sul ginocchio, ho la sensazione che sto stirando qualche tendine… vebbè, si prosegue e oltre la cengia Martini si sbuca in sentiero che degrada velocemente al passo. Nella discesa, Max si tuffa letteralmente su un ghiaione e con acrobazie circensi e perfino una capriola, arriva miracolosamente incolume su un materasso di pini mughi… ho riso tanto per quel cartone animato che mi sorpassava, anche per le facce rincitrullite che declinava.

Al passo, un cosmopolita andirivieni di auto, moto e pedoni, un bazar indaffarato. Solo un caffè e continuiamo su facile sentiero per i pendii dell’Averau e quindi all’omonimo rifugio e stiracchiando un po’ la gamba su per i gradoni, giungiamo al Rif. Nuvolau per la sosta meritata. Al rifugio classico clima conviviale ed accogliente, la gestione è collaudata e simpatica, così anche le cameriere! La mattina vede un’alba da favola sulle Dolomiti, il Nuvolau è un rifugio particolare. Posto a 2575 metri, su un cocuzzolo (il Monte Nuvolao per l’appunto), è un punto di vista privilegiato a 360° sulle Dolomiti intere oltre che su Cortina d’Ampezzo, sul Fodom e sulla Val Badia… credo di poterlo annoverare senza ombra di dubbio tra i più bei punti panoramici di tutte le Alpi Orientali. Con alle spalle il rifugio, guardando a sud e girando a ovest, si possono osservare e riconoscere in primo piano il Pelmo, Moiazza e Civetta, la Marmolada, Sella, Cunturines, Lagazuoi, le Tofane, Cinque Torri, Cortina, il Pomagagnon, il Cristallo, il Sorapìs, la Croda Marcora, l’Antelao, Croda da Lago coi Lastoni di Formin… e in secondo piano o di sfondo, alla rinfusa, le Pale di San Martino e San Lucano, Sassolungo, Catinaccio, Bosconero, Dolomiti Friulane, Dolomiti di Sesto… e molte altre.

Lasciamo questo grandioso spazio d’orizzonte e scesi al passo Giau e attraversatolo, puntiamo diritti verso la Croda da Lago, ondeggiando col vento tagliente su sentieri a mezza costa, verdissime praterie e profondi canaloni. Giunti a Mondevàl, il Pelmo si staglia innanzi a noi con tutta la sua enormità. In questo sito, anni orsono, fu rinvenuto uno scheletro (detto l’uomo di Mondevàl) risalente, dicono, ad almeno 5000 anni fa ed ora sistemato e visitabile nel piccolo museo di Selva di Cadore. Dopo esserci ristorati, ripartiamo, ma qui frittata è fatta. Il mio gionocchio già scricchiolante, decide di fare i capricci e non ne vuol sapere di seguirmi. Mi devo allora disfare del peso dello zaino, che Marcello stoicamente m’aiuta a portare. E’ quasi tutta leggera la discesa verso il Rif. Palmieri, ma anche senza zaino, per me, è un calvario di dolore alla gamba sinistra. In qualche modo comunque arriviamo al rifugio che si erge sulla sponda di un lago, che specchia la caratteristica sagoma rocciosa del Becco di Mezzodì, classico sfondo di Cortina sulle cartoline. E qui, una volta accampati, pensiamo solamente a riposarci, scrivere appunti, leggere.

Purtroppo, per me la notte (una comoda camerata in sottotetto) è sofferenza, il tendine infiammato non demorde. Dobbiamo rinunciare all’anello di ritorno verso Valparola e con infinita costernazione devo chiamare il Soccorso Alpino per farmi riportare a valle; proprio non riesco a camminare. Naturalmente non vi dico le prese in giro dei miei due amici per questo contrattempo così banale, che manda all’aria per un buon tratto il nostro giro. Non importa, in questa situazione apprezzo e condivido la solidarietà, la generosità, l’amicizia vera ed incondizionata dei miei compagni d’avventura. Con una campagnola del soccorso alpino, scendiamo dal bosco delle Pisandre e andiamo diretti al rifugio Codivilla-Putti (ehm… l’ospedale…), dove la mia gamba sinistra viene steccata con un’abbondante fasciatura. Nel frattempo, Marcello se ne è tornato su al Passo a recuperare l’auto.

Alla fine, tra una battuta e l’altra, invece di tornarcene a casa, decidiamo di proseguire il nostro vagabondare di un paio di giorni, facendoci raggiungere da alcuni amici. Certo bisogna pensare allo zoppo (io… ndr), ma le nostre menti contorte hanno all’uopo una soluzione. Si va a Misurina, seggiovia Col de Varda e seratona fantastica al rifugio omonimo con un nutrito gruppetto di amici (una scala quaranta infinita chiudeva la nottata). Il giorno seguente, io e Max (per solidarietà… o forse perché era stanco pure lui?!) ce ne stiamo tranquilli a poltrire (e a mangiare) al rifugio, mentre tutti gli altri sorriso sulle labbra per una gita, che per come si era messa sembrava rovinata, e che invece abbiamo recuperato in modo insolito e coinvolgente.

Robi

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