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giovedì 15 gennaio 2009 | Autore: Roberto

Sulle Alpi Carniche, attorno al Còglians, tra rifugi e vette

Esiste una valle dove le parole piccolo o normale non fanno parte del vocabolario… esiste una valle dove le misure le decidono i giganti… esiste una valle che è tutta una sorpresa… forse gli effluvi di magia che emana all’aurora e al crepuscolo il lago Volaia si sono incuneati in quella valle…

Se sul versante italiano i sentieri sono larghi mezzo metro, lì in quella valle idilliaca i sentieri diventano carrarecce… in quella valle le “buazze” sono almeno tre volte le “nostre”… lì tra i pascoli, le vacche da latte sembrano elefanti, tanto sono grandi e grosse, immaginate i vitellini… in quella valle esistono abeti ultracentenari con una circonferenza che per abbracciarla eravamo in quattro… perfino le comunemente chiamate “slavazze” lì sono così grandi da poterci fare un’imbragatura!

E le malghe? Al confronto delle nostre lì sono degli hotel a cinque stelle… postazioni singole per le signore del latte con doccia e bidè. A parte gli scherzi, che lusso ragazzi, gli austriaci san bene come coccolare i turisti… unico neo la cucina, sarà anche abbondante ma la cucina italiana non ha pari!… chiedete a quelli di Mauthen-Kotchach o della Gailtal che durante tutta l’estate alcune sere alla settimana si riversano in massa al Passo Monte Croce, locanda “Al Valico” da Ottone. Lì la sera – quella in cui abbiamo cenato e poi pernottato noi – non c’era un posto libero e gli unici italiani eravamo noi, quattro Bortolot, oltre al personale della locanda.

Ad un certo punto sembrava di essere a una riunione di paese… entravano le coppie o le famiglie e si salutavano da un tavolo all’altro, a volte con entusiasmo, a volte meno (beh forse anche di là del confine ci saranno liti, appunto, per il confine)… a un certo punto vicino al nostro tavolo si è seduta una coppia attempata molto distinta e più di qualcuno da vari tavoli si avvicinava e salutava quasi con deferenza… forse era il sindaco, o il medico, il prete non credo, l’uomo era accompagnato da una nobile signora… Alla fine non abbiamo resistito e anche noi abbiamo salutato con cenno di testa e un bel “servus”, così, vari tavoli a caso… che gioia! Poi Ottone ci ha spiegato che è proprio un rito per i primi piatti che di là del passo si sognano… e noi naturalmente abbiamo dato fondo ai vari tris di primi per confermare la delizia al nostro palato… verissimo, cucina promossa!

Ottone (con la moglie) è gestore da quarant’anni ed è un fiume in piena di racconti sulle attività museali della zona che riguardano soprattutto la Grande Guerra del ’15-’18… sul Pal Piccolo, Pal Grande, Cellon, Speikofel… Dalla Plokenhaus verso il passo stando sulla sinistra, anche noi abbiamo attraversato una serie di trincee e camminamenti con manufatti e postazioni, il tutto in un contesto di museo all’aperto, in zona tra l’altro di prima linea. Passo molto frequentato dai gitanti con le quattro ruote ma tuttavia non congestionato da incolonnamenti… partenze e rientri intelligenti??

E tutto questo discorso sulla vallata dei giganti e sul passo è la parte nord del giro dei Bortolot annuale… avrete capito che parliamo di Alpi Carniche e del Monte Cogliàns in particolare.

Dal Passo Monte Croce Carnico parte uno stupendo sentiero che in poco meno di tre ore conduce attraverso saliscendi più o meno ondulati con un passaggio attraverso “la scaletta”, al rifugio Marinelli. Già da lontano il nostro richiamo era Ginoooooooo e il Gino ci accoglie al nostro arrivo con un grande sorriso e le braccia aperte mentre sta spillando birra a gogò per la flotta di turisti arrivati fin lassù, ai 2100 del rifugio, per un evento speciale, il concerto della Fanfara della Brigata Alpina Julia di Udine.

Giornata intensa, con un sole splendido… era simpatico vedere i musicisti alpini, cappello e piuma, armeggiare con gli strumenti… paradosso dei novant’anni dalla fine del grande conflitto, allora echeggiavano sinistri sibili mortali, ora echeggiano soavi melodie tra echi e rocce… canzoni classiche miste ad arie più moderne o d’opera, il tutto incorniciato da uno scenario che più bello non si poteva chiedere… Cuspidi e placche… ghiaioni di pietra sembravano osservare stupefatti dalla bellezza del suono, l’echeggiare ora forte ora lieve del timpano e dei tamburi dall’aria solenne. Il mio punto d’osservazione era un po’ più in alto rispetto la massa, in cima ad un cocuzzolo di fronte al rifugio… da lassù era cartolina da spedire agli affetti, era fotoricordo per l’album della vita… siamo all’ultimo giorno del nostro giro… ma forse è meglio fare un passo indietro…

Un paio di giorni prima. È mercoledì mattina e l’auto rampicante di Marcello se ne scorre quasi silente lungo le curve che portano sempre a qualcosa… a Forni Avoltri la strada si restringe e con alcuni tornanti attraverso minuscoli villaggi conduce a Collina (50 abitanti, staipe da “canopio” consigliato  per degustare e ciacolare!) e ancora un po’ avanti fino al parcheggio del rif. Tolazzi.
Di questi tempi, in agosto, le Dolomiti classiche sono intasate di turisti, qui no, da queste parti le carniche sono sorseggiate con parsimonia, quasi che vogliano rimanere un po’ segrete, un po’ gelose della loro bellezza, da svelare pian piano ad escursionisti attenti ed innamorati e casualità noi lo siamo, piacevolmente entusiasti di addentrarci su quei percorsi.
Dal Tolazzi tutto è regolare… passi, salita, ristoro, rifugio Marinelli, prima tappa del nostro peregrinare lungo i monti  pallidi. E qui conosciamo Gino, poliedrico personaggio dal ginepraio di risorse… pavimentista, falegname, boscaiolo, atleta delle vette… e su al rifugio cameriere, cuciniere, intrattenitore… soprattutto geniale dispensatore di utili consigli ad onesti camminatori come noi, dal cuore grande molto più di così; con lui subito feeling ed ironia, e simpatici intermezzi canori serali con l’immancabile scala 40 esorcizzante… È un’alba luminosa tra le valli carniche e l’obiettivo di Massimo la immortala tutta.

Con zaino alleggerito il Coglians diventa meta che si conquista in scioltezza, pur nella prudenza ovvia nel percorrere sentieri, pendenze ed esposizioni d’alta montagna. Dalla cima lo sguardo, come succede spesso, spazia un girotondo di gruppi montuosi.

L’accoglienza che Gino ci riserva al nostro rientro al rifugio è a dir poco strepitosa… urlo di gioia all’entrata e, coi piatti dei commensali in mano, grande abbraccio e birra per festeggiare.

La comitiva dei Bortolot riprende il cammino e sullo Spinotti (ribattezzato Spittoni e Stoppani), vero e proprio sentiero attrezzato, fisico e menti sono sollecitati… il destino ha deciso che su quel sentiero impegnativo le amicizie dovevano essere messe alla prova e così è stato… Alcuni momenti e molte parole di quella e delle successive giornate, custoditi nel mio cuore, rimarranno come segno inequivocabile che le amicizie non si scelgono ma si incontrano per caso fortuito, per passioni comuni, e che sono vere e durature solo a certe condizioni, stima e fiducia in primis… ed il sentiero “Spittoni” con la sua appendice di parole in libertà al valico, sotto una pergola di luna e stelle, mi ha dato la conferma del valore Amicizia e la consapevolezza che la riflessione porta consiglio… grazie amici miei! E deriva allo “Spinotti” un rifugio, il Lambertenghi-Romanin sul versante italiano del Volaia, porto di mare per escursionisti, alpinisti, climber, navigatori dei sogni, esploratori della serenità, vogatori dell’allegria… col suo gestore filosofo Giampietro gran maestro di cerimonia.

Dopo le ghiaiose fatiche e una visita al rifugio austriaco, i Bortolot ricompattati sono all’interno del rifugio verso le sei di sera e qui iniziano le danze… Un brindisi col Giampietro, un breve ritornello, una chitarra senza corde per Franco e il gioco è fatto… finiamo senza voce, agGRAPPAti a mezzanotte, dopo aver spaziato da Heidi a l’ora che pia, passando dal country al rock al pop ai canti alpini, felicemente e fraternamente intrecciati agli animatori di un campo-scuola ospiti e a tutto il personale del rifugio, in un tripudio di evviva ed olè… Andate a trovarlo il Giampietro, lui custode delle rocce vi farà arrampicare e poi vi racconterà.

E siamo così nuovamente nella valle dei giganti, vi ricordate? Quella valle che dal lago Volaia conduce al Passo di Monte Croce Carnico… mancava l’ultima gigantografia, più che altro un mistero gigante… da noi ce n’è di misteri, ma questo li batte tutti! Il mistero delle panchine, decine di panchine, in cemento (in Austria?!?… patria del legno)… stile anni cinquanta/sessanta poste in modo disordinato lungo il sentiero basso (in Austria?!? Dove i pascoli sono prati all’inglese e dove non c’è una siepe fuori posto e un albero fuori luogo?!…) senza apparente senso né con panorami o belvedere di fronte… serviranno solo per sedersi?!?… Lasciamo a voi che proverete questo splendido itinerario risolvere l’enigma delle panchine…

E con questo tarlo in testa ce ne torniamo gioiosamente malinconici verso la calda estate delle pianure a riprendere il trantran quotidiano ed a sognare nuove esaltanti avventure tra le amate montagne… poi la sera l’immancabile SMS “GRAZIE, W I AMIGHI”… ciao Ginooooooooo!

Robi

Categoria: Articoli, Monte Coglians  | Tags: , , , ,  | 3 Commenti  | 
domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Inserisco altre foto spettacolari dei panorami che si possono apprezzare sui sentieri del Monte Coglians. Quassù tira un’aria meditativa che rigenera corpo e spirito.

Categoria: Montagna, Monte Coglians  | Tags: , ,  | Un Commento  | 
domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Questi invece sono gli scatti che ho selezionato per mostrare i Bortolot in carne ed ossa, inviate – tra l’altro – anche alla nostra sezione locale del CAI di Vittorio Veneto, a corredo dell’articolo di Roberto che ci è stato pubblicato.

domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Ecco alcune fotografie che amo sull’escursione di quest’anno, scattate nei dintorni del Rifugio Marinelli, alle pendici del Monte Coglians (sulla sinistra, nella prima foto). Sono una piccola selezione tra le centinaia di foto che hanno riempito la memoria della fotocamera ed ora dell’harddisk.

domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

27 Agosto.

Finalmente, dopo un’attesa maggiore rispetto ad altri anni, parto insieme agli altri “Bortolot” per il nostro tour. Nell’avvicinamento passiamo per Sappada, Forni Avoltri, Collina. Lasciamo l’auto al Rifugio Tolazzi, a quota 1350 metri e verso le 10 iniziamo l’ascesa sceguendo il sentiero 143. All’agriturismo Casera Morareet mi faccio fare subito un panino col formaggio di malga e bevo latte appena munto.

Arriviamo al Rifugio Marinelli a quota 2122 metri appena dopo mezzogiorno. Qui ci ristoriamo ampiamente. Da segnalare il frico con polenta ed il pasticcio “de radici de campo” e salsiccia. I gestori sono rudi e simpatici. Gino di Collina, Monica di Sutrio, Caterina gestore e cuoca, e altri.

28 Agosto.

Robi ed io ci svegliamo all’alba per le foto di rito. Dal rifugio si gode di un panorama maestoso, anche se alle 6.15 soffia un gelo a dir poco pericoloso!

(pranzo, cena, notte e colazione 57 euro)

Partiamo alle 8 per l’ascensione al Coglians, dopo aver alleggerito un poco i nostri zaini. L’ascesa procede veloce e sempre più ripida, per due ore abbondanti, io sempre ultimo tra fatica e fotografie. Fotografo tutto ciò che vedo. Faccio fatica, però. A pochi metri dalla cima mi mancano le forze alle gambe. Mi prende la paura, ma bastano pochi minuti di riposo e trovo la forza di salire in vetta, di un incredibile paesaggio, goduto tutto fino in fondo. La discesa è impegnativa come la salita, ma meno faticosa e mi mette di buon umore.

Torniamo al Rifugio Marinelli giusti per pranzo, che è abbondante e buono. Pausa “digestione” per poi ripartire per il Rifugio Lambertenghi. Qui il sentiero parte innocuo – ha anche un nome, “Spinelli” – ed infatti per un bel pezzo il camminare è un dolce attraversamento in quota attorno al versante Sud del Coglians. Ma… l’imprevisto ci aspetta impietoso: ad un tratto ci si apre dinnanzi la vista del Lambertenghi, ma è lontano e separato da un ampio vallone che scopriamo dobbiamo scendere e risalire. La discesa è violenta, vertiginosa ed esposta. Parecchi tratti hanno la corda metallica. Ho paura, come sempre più spesso mi capita, ma riesco a raccogliere le forze e rimanere concentrato. Nessun errore mi porta via.

Arriviamo al rifugio verso le 16.30 in piena discussione sulla “pericolosa” discesa e vertiginosa ferrata (almeno pare a me) che ci ha colto di sorpresa tutti quanti ed ora ci fa discutere animatamente. Se ci ripenso credo che il primo pensiero sia stato quello di rimanere vivo, concentratissimo. Il secondo pensiero, arrivato alla fine della corda è stato quello di mandare a ‘fanculo i Bortolot… della serie “preferisco vivere…”

Dentro di me so già che non sarò mai un vero alpinista scalatore, di quelli che sanno il fatto loro mentre stanno in parete appesi da una corda ed un chiodo. E nemmeno mi pesa accettare questo limite: è vita loro, non la mia.

(Al Rifugio Ed.-Pichl-Hutte un giro di birre piccole 8,70 Euro)

29 Agosto.

E’ una sveglia senza alba questa, causa stanchezza e dolori muscolari… ma siamo tutti ugualmente pronti per il percorso del giorno: sul sentiero 403 che gira a Nord del Coglians e porta al Passo Monte Croce Carnico.

(mezza pensione al Rifugio Lambertenghi 32 Euro, altre bevande 6 Euro)

Partiti verso le 9.30, saremmo arrivati al Passo verso le 17.30 dopo una adeguata sosta alla Malga Valentin per un abbondante pranzo all’austriaca.  Anche oggi un banale imprevisto mi ha tolto un po’ di serenità fisica della camminata, un’abrasione estesa sull’interno coscia sinistra… che palle! E come brucia! Ma… gioia infinita, all’albergo “al Valico” sul Passo Monte Croce Carnico, una vera doccia calda mi ha resuscitato! Acqua calda di incredibile valore! Nei rifugi già lavarsi la faccia con l’acqua a meno di 3 gradi è un’impresa, figuriamoci rinfrescare qualche parte in più del proprio corpo già strapazzato da salite e crode, e soprattutto uno zaino gravato sempre da quei soliti, aggiuntivi, 5 chilogrammi di attrezzatura fotografica che pesano sempre più su corpo e spirito!

La sera al passo passa veloce al ritmo di tris di primi, anzi “bis di tris” di primi… sei primi… ;^)

30 Agosto.

La mattina del giorno del ritorno facciamo colazione al bar dell’albergo, anchilosati, doloranti e un po’ più silenziosi. Essendo su di un passo trafficato, ci girano intorno tantissimi avventori di passaggio, di un’umanità che viaggia, lavoratori e turisti.

(al valico cena notte e colazione 38 Euro)

Poi, appena passate le 8, ripartiamo veloci verso il Marinelli, che sappiamo ospita quel giorno la fanfara della Brigata Julia. La salita parte subito in salita e come al solito vengo distaccato. Mi girano le palle, così mi fermo ancora di più a far quattro foto alle marmotte che qui vivono pacifiche e numerose, così ritrovo una serenità profonda: in fin dei conti sono qui anche per “incontrarle” e fotografarle.

Raggiungo gli altri Bortolot che ne frattempo mi aspettano e, dopo un piccolo ristoro, ripartiamo con rinnovata energia e animo, tanto che mi ritrovo solitario davanti al gruppo, che mi raggiungerà subito dopo al rifugio. Al Marinotti c’è tutto un fermento: stanno per arrivare i mezzi della fanfara e pochi minuti sono tutti al rifugio. Tra i militari c’è anche una donna soldato, bella, ma fa strano. Attorno a me gente genuina che ama le montagne come noi e attende con ansia l’inizio della musica. Ed è concerto che echeggia tra monti.

(tra birre frico e altro 22,80 Euro)

Il pomeriggio è un ritorno all’auto disteso e sereno, con un poco di malinconia addosso e la coscienza piena di un tempo fortunato. Ultima chicca, un saluto alla gentile e simpatica Ines, sorella di Gino, giù a Collina, che ci ospita nella sua “Staipo” e crea un’ulteriore occasione di amicizia e cordialità.

domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Pubblico qui la zona dell’escursione sul Monte Coglians… cliccando e trascinando col mouse si può navigare nella cartina:

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lunedì 23 luglio 2007 | Autore: Massimo
Corda metallica verticale che porta al Passo del Tenente

Corda metallica verticale che porta al Passo del Tenente

Guardo giù ancora una volta, nel vuoto, e cerco in fondo di vedere dove finisce la nuda roccia ed inizia il ghiaione, ma senza riuscirci. Penso. Se mollo la corda vado giù… più o meno lì… o lì… ma chissà se rimarrebbe qualcosa di me… no, meglio non sbagliare, non devo mollarla. Ho affetti a casa che mi aspettano ed altre cose da fare prima di finire qui la mia esistenza.

Una volta forse non me ne sarebbe importato poi così tanto. Rischiavo e basta. Oggi non è più così, per fortuna. Ma ora basta, non ci devo nemmeno pensare.

Devo concentrarmi e riprendere la salita con la ricerca del prossimo appiglio di roccia, un buco per la punta dello scarpone… ecco. Mi aiuto afferrando la gelida corda, ma all’atto il ginocchio mi lancia fitte e ultimatum inequivocabili… non potrò durare a lungo. Continuo. Dopo tutto si tratta di concentrazione. Eppure non riesco a fare a meno di distrarmi.

Comincio a chiedermi come sono finito lì… in direzione del Passo del Tenente, sul Civetta, aggrappato ad una corda d’acciaio, all’inizio di un percorso in ascensione, così esposto da far paura e che potrebbe durare anche due ore… senza imbrago, moschettoni e cordini di sicurezza; ed uno zaino stracarico per i “contenuti extra” di attrezzatura fotografica, una delle mie grandi passioni. Nella sacca ho addirittura un treppiedi che peserà due chili, e pensare che al secondo giorno di trekking non l’ho ancora usato… che me lo porto a fare fin quassù? Mi arrabbio. Non per il peso. Per i miei amici: non devo fidarmi più, non come oggi. Dove mi stanno portando? Un dubbio mi assale: fino a dove sono amici? La prossima volta giuro voglio conoscere nei dettagli tutto il percorso. Mi sforzo di concentrarmi sulla salita.

Potrei farcela, mi dico, se solo non mi facessero così male i legamenti alle ginocchia. Stamattina appena partito non erano così doloranti… ma sono passate più di sei ore di cammino dal rifugio Vazzoler, tra cui ottocento metri di salita, un brutto ghiaione ammazzagambe in discesa e non una pausa decente per mangiare, così ora la stanchezza si fa sentire.

Arrivo a muso duro fino ad un colmo di roccia che chiude il secondo brutto tratto di salita sulla liscia parete verticale, per tirare il fiato, ma mi accorgo subito che il percorso continua con una cengia obliqua, molto più esposta e che impedisce una posizione eretta a causa di un tetto di lastre che ne schiacciano il passaggio.

Prima di affrontarla decido di far riposare le gambe e mi incastro zaino e la schiena in una fessura della roccia; in tal modo faccio passare anche altri escursionisti che intravvedo stanno scendendo lentamente, mentre attendo che il mio amico, appena dietro, mi raggiunga. Questa sarà la prima di una serie di mosse sbagliate… o forse giuste, penserò poi: essermi fermato mi causa un degrado psicologico perché la mia vista viene sempre più attratta dallo strapiombo, che ora comincia ad essere veramente impietoso. Mi preoccupo.

Un secondo errore lo faccio parlando con uno degli escursionisti che stanno scendendo con la massima attenzione; quello a cui penso di rivolgere la parola sembra un turista della domenica, non ha zaino e non è nemmeno assicurato, e ciò mi consola sulle successive difficoltà ed esposizioni, penso: se ce l’ha fatta lui… posso farcela anch’io. Quando è a un metro da me, gli rivolgo una domanda, ma appena risponde mi devasta: mi dice che sono appena all’inizio e che poi il sentiero sarà ancora peggiore. Mentre sono ancora titubante, il colpo di grazia me lo infligge uno di due giovani ragazzi belgi che scendono subito dopo – un nuovo amico di nome Xavier, già intuisco – con cui la sera stessa avremmo anche cenato al rifugio Coldai. Questi altri due ragazzi stavolta hanno imbrago e moschettoni, come si confà nell’affrontare simili situazioni. Xavier come mi vede mi domanda “come mai non sono assicurato“… è finita. Cade anche l’ultimo paletto di sicurezza personale. Il mio limite è questo, ho deciso. Sfiduciato, infreddolito e senza forze mi aggrappo all’unica soluzione possibile e rimasta per rimanere vivo: raccogliere – se mai ce ne fossero ancora – le poche energie rimaste e ridiscendere; dopo tutto – mi rassicuro – ho ancora parecchie ore di luce per farlo e raggiungere il rifugio Coldai.

Ma dovrà passare un’altra mezz’ora prima di convincere il mio amico e compagno che non mi è possibile proseguire. La discesa è piena di sollievo, per quanto non meno dura della salita e forse anche più pericolosa poiché è più problematico vedere dove si mettono gli scarponi. L’idea di non dover più raggiungere il rifugio Torrani mi concede nuova linfa vitale e, alla fine, raggiungo il ghiaione con il fiato grosso dall’estremo sforzo e dai dolori alle ginocchia. Da qui al Rifugio Coldai avremmo poi camminato facilmente per altre due o tre ore, non ricordo, ma con rinnovata serenità.

Ecco. Questo è il racconto di un fallimento: la mancata ascesa al Rifugio Torrani, quasi sulla cima del Gruppo del Civetta, a 3000 metri. Questo però è anche il racconto di un successo: lo scampato pericolo causato dall’impreparazione, dalla sprovvedutezza e da un po’ di leggerezza.

Decidete voi di che cosa parla di più questa piccola storia.

lunedì 23 luglio 2007 | Autore: Massimo

Scaricate pure le immagini che seguono: sono ottimi sfondi per i vostri PC!

Categoria: Gruppo del Civetta, Sfondi PC  | Tags: , ,  | Lascia un Commento  |