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martedì 02 novembre 2010 | Autore: Roberto

Eccomi qua anche quest’anno a ricostruire la trama di un’avventura di montagna, a riempire con i miei ricordi un foglio di carta ancora vuoto e a fare in modo di poterne condividere la gioia, assieme a chi c’era, certo, ma assieme anche a tutti coloro che non c’erano e che vogliono per qualunque motivo sapere come è andata. Il trekking settimanale che sto per raccontarvi ha preso il nome di “Spizentin” e noi che l’abbiamo intrapreso, tra l’11 e il 16 agosto, ci chiamiamo “Relamàt” (In pratica siamo una sorta di “Belumàt”, solo che invece che da Belluno siamo da REvine LAgo). Sì, perché ogni anno, in base a dove decidiamo di andare e a cosa ci proponiamo di fare, quando ci si trova con Mastro-Robi per mettere insieme le idee sul percorso, ne esce sempre un nome nuovo, unico, diverso da tutti gli altri… così come unica e sempre diversa è in effetti anche ogni nostra avventura. C’è solo una costante che si ripete ogni anno e che non verrà mai messa in discussione cioè il fatto che si camminerà in montagna!

Quindi Spizentin è il nome della nostra camminata estiva 2010, un itinerario che ha unito il Col Visentin agli Spitz di Mezzodì. La scelta del percorso è stata dettata da molteplici fattori, ma in particolare dal fatto che buona parte dei più assidui partecipanti degli anni precedenti si è trovata a dover affrontare problemi con il lavoro. Annoverando tra i fedelissimi infermiere, ostetriche, viticoltori, studenti in stage e lavoratori a turni, è sempre stato difficile far combaciare i periodi di ferie e quest’anno, più ancora che negli altri, si è rivelata davvero un’impresa impossibile. La scelta di un itinerario vicino e con molte vie di accesso avrebbe quindi facilitato di gran lunga tutti coloro che si potevano aggregare solo per una parte del viaggio.

La partenza è stata una vera chicca, perché dopo sei anni in cui il ritrovo era sempre stato in stazione ferroviaria, questa volta siamo partiti a piedi. Niente treni, autobus, bus navetta o altri mezzi motorizzati. Nossignori, si parte camminando! Dopotutto stiamo affrontando un trekking, non vi pare? Perciò, molto più tardi del solito, dalla piazza di Revine e più precisamente proprio sotto casa di Mastro-Robi, ci siamo diretti “a piedi” verso i monti di cui eravamo “ai piedi”. All’appello c’erano, oltre ovviamente al sottoscritto (Bubu) e a Mastro-Robi, anche i “soliti” Albe (che è partito a piedi da Vittorio!), Darius, Giomo, Lella, Stefano, Lele e Fede e, infine, gli “insoliti” Daniele, M. Chiara, Roberto, Zanella, Davide e Sabrina (questi ultimi quattro alla loro prima partecipazione). Quindici è un ottimo numero per cominciare.

Ma veniamo al “calvario” iniziale. Siam partiti alle dieci di mattina, sotto un sole cocente, non ancora abituati agli zaini pesantissimi, percorrendo proprio la Via Crucis che conduce al Santuario di San Francesco di Paola… diciamo che questo inizio non gioca propriamente a nostro favore quando vogliamo spacciarci per esperti di montagna… eh eh! Vabbè, in ogni caso, con l’ausilio di innumerevoli pause, abbiamo risalito tutta la dorsale di questo incantevole segmento di Prealpi Trevigiane, per sbucare quasi in vetta al M.te Cor, all’altezza delle Casere Frascon. Una visuale fantastica sulla pianura si è aperta sotto di noi, seppur pervasa dall’inevitabile, afosa cappa di foschia estiva. Conoscendo bene il luogo, avevamo deciso già da un po’ che sarebbe stata proprio lì l’agognata pausa pranzo. Il tragitto è poi ripreso nel pomeriggio lungo le erbose creste ondulate che spesso mi capita di osservare anche da casa (abito a Mareno di Piave) quando cerco di dare i nomi a ogni gobba della linea che unisce il Cesen al Visentin.

Su e giù, su e giù, su e giù… quando si percorre quel tratto di sentiero, le antenne del Rif. 5° Artiglieria Alpina compaiono e scompaiono mille volte, ma sembrano non avvicinarsi mai. Per fortuna l’incontro con un gregge di pecore e con alcune specie indigene di funghi mangerecci ha rallegrato la nostra traversata. Una volta arrivati a forcella Zoppei sembrava ormai di essere sotto al rifugio, ma mancava ancora un bel po’. Il gruppone si è frammentato in più gruppetti e ci siamo ricongiunti tutti soltanto all’arrivo. I gestori ci hanno subito accolti bene, positivamente stupiti dal fatto che fossimo in quindici e non soltanto in due come era loro erroneamente parso di capire dalla telefonata di prenotazione. Per cena gran pastasciutta del “cogo” e funghi indigeni mangerecci. Sfruttando la lunga strada bianca carrabile, è venuto a trovarci a sorpresa il buon Marchetto, che ha passato la serata con noi, ma ci ha dovuto subito salutare perché la mattina seguente il turno in fabbrica lo aspettava.

Una notte “umida” ci ha gettati di prepotenza nel leitmotiv meteo della settimana. Infatti, salutati Davide e Sabrina che, sempre per motivi di lavoro, sono dovuti rientrare verso Vittorio V.to, ci siamo accorti dei cupi nuvoloni neri e tuonanti, provenienti da ovest, che hanno aspettato giusto cinque minuti dopo la nostra partenza, per scaricarci in testa la prima pioggia della Spizentin. Fuori i ponci e i k-way e via sotto gli scrosci fino a piazzale Nevegal. Da lì l’obbiettivo era la stazione FFSS di Belluno, da raggiungersi con interminabile discesa ricca di tratti asfaltati. Qualcuno lassù, mosso da pietà, ci ha risparmiato nel tratto più noioso e spacca-gambe di tutta la settimana chiudendo i rubinetti. Fino al giorno dopo non sarebbe più piovuto. Alla stazione del capoluogo Lele, in forte sofferenza per mancanza di allenamento e forse per aver un po’ esagerato coi ritmi il giorno prima, ci ha abbandonato ritenendo di non riuscire più a continuare.

La Valbelluna è lunghissima da attraversare a piedi e lo spostamento in corriera era stato ovviamente già predisposto in fase organizzativa. Da Belluno a “La Pissa” (fermata DolomitiBus della valle del Cordevole, dedicata quasi esclusivamente al sentiero CAI che poi abbiamo imboccato) saranno sì e no venti minuti, un “extra” che piace poco ai “puristi del trekking”, ma necessario per seguire il nostro tracciato. Qui ci ha raggiunti in auto Marica e siamo partiti per il ripido sentiero 503 che, una volta agganciata la carrareccia che porta al Rif. Bianchet, ci ha guidati per tutta la Val Vescovà. Come la prima sera, nell’ultimo tratto, il gruppone dei Relamàt si è di nuovo spezzettato. Questo è servito a non creare code al momento della doccia che, dopo due giorni, in molti abbiamo fatto volentieri. L’accoglienza di Valerio e di tutta la sua famiglia (suo genero è il noto Paolo Sani) è stata davvero fantastica e lo stesso si può dire della cena.

Per il giorno successivo era in programma, per chiunque se la fosse sentita (in teoria tutti, in pratica ben pochi), la salita al bivacco della Bernardina alla Gusela del Vescovà con l’aggiunta della vetta della Schiara per i “ferratisti” attrezzati. Poi nel pomeriggio ci saremmo dovuti portare con calma verso il vicino Rif. Pian de Fontana. Il meteo invece ci ha nuovamente fatto i dispetti: dopo un risveglio di primo mattino che sembrava promettere veramente bene, ecco le solite dense nubi a coprire tutto il cielo. Alla fine, in quattro coraggiosi, accompagnati da Milena, atletica “ragazza” sessantenne amica di Valerio, abbiamo raggiunto con non poca soddisfazione il bivacco per sostarvi un po’ dentro e tornare poi indietro sullo stesso sentiero. Se il tempo ci ha graziati in salita, non è stato lo stesso in discesa. Ha piovuto per oltre un’ora “a secie reverse”. Per fortuna niente tuoni, solo pioggia, pioggia e, seppur più moderata, ancora pioggia.

Alla fine abbiamo pranzato al Bianchet approfittando della già menzionata ottima ospitalità e lì siamo rimasti fino al pomeriggio quando è ci stata concessa la prima tregua. Salutati Marica e Giomo che (diretti rispettivamente in ospedale a Treviso per il turno e a Lignano per le ferie al mare) hanno preso la direzione opposta, ci siamo diretti di corsa verso est, percorrendo l’aereo sentiero 514 che dopo un iniziale tratto in salita conduce fino a forcella La Varéta tra ripidissimi prati, regalando splendidi eterei scorci di nubi e montagne. Da qui un tratto scivoloso in discesa e una breve risalita ci hanno fatto arrivare comunque abbastanza asciutti fino al Rif. Pian de Fontana. Abbiamo cenato subito, visto che era ormai ora passata.

Bisogna dire che rispetto agli anni precedenti, un po’ per la scelta dell’itinerario, ma molto di più a causa del meteo avverso, si è camminato assai di meno e si è mangiato molto, molto di più. E’ giusto dire che, vista la distanza abbastanza ridotta tra i vari rifugi, per ogni giornata era stata prevista una variante o l’aggiunta di una vetta o una forcella o un bivacco da raggiungere dopo aver lasciato il grosso dello zaino in rifugio. Ma se questo sistema permette di camminare più “leggeri” e permette anche a chi è più stanco di aspettarsene al coperto il rientro degli altri, allo stesso modo, se piove a dirotto, questo sistema convince tutti anche a scegliere di rimanere al calduccio, coccolati dal calore di un caminetto, a “magnar e bever” fino a che non si decide a smettere. Gli anni precedenti, quando pioveva, ti toccava sempre prendertela perché il prossimo rifugio era lontano, così lontano che non si poteva nemmeno aspettare più di tanto per partire! Quest’anno non è stata così e, nonostante una leggera amarezza personale perché in queste avventure mi piace di più lo stile “eroico”, bisogna anche ammettere una cosa: ai Relamàt riescono molto bene anche i momenti conviviali in rifugio.

Finalmente all’indomani il tempo per un po’ ha voltato faccia. Sole e cielo azzurro con poche nuvole. Come da programma abbiamo dovuto salutare altri due membri dell’equipaggio che per motivi di lavoro non potevano più proseguire, il buon Daniele e Zanella, grande giullare e dispensatore di buonumore 24/24h. La triste sorpresa è stata che anche Roberto e Stefano, sfruttando il passaggio che gli altri due avrebbero loro offerto una volta a Soffranco, avevano deciso di abbandonare. Il primo per dichiarati problemi fisici alle gambe e il secondo, probabilmente, per sopraggiunta depressione meteoropatica. Ecco che la Spizentin, così ricca di punti di accesso per chi voleva aggregarsi in qualsiasi momento, si è rivelata in realtà ricca di vie di fuga, rese più scorrevoli dalla pioggia.

Così, rimasti in sette (e qui siamo veramente al minimo storico), abbiamo risalito il ripido crinale erboso alle spalle del rifugio, sempre seguendo il sentiero 514 fino a portarci nel Vant de Zità de Fora, sotto alle tre cime de Zità. Un posto di una bellezza incredibile. Abbiamo pranzato in forcella, all’aperto, dopo tre giorni finalmente al sole, anche se nuove nuvole si stavano rapidamente accumulando attorno alle cime. Dopo una lunga sosta e la brevissima facile scalata a una delle tre cupole rocciose che formano questo gruppo, siamo scesi sull’altro versante per giungere, attraverso paesaggi da “Signore degli Anelli”, fino al Rif. Pramperet appena un attimo prima che la pioggia raggiungesse noi. Ad aspettarci con un te caldo abbiamo trovato Stefano, Marta e Laura che ci avevano avvisato già il giorno prima di questa loro breve incursione. Il temporalone che si è abbattuto sopra di noi quella sera ha però fatto sì che i nostri amici decidessero di fermarsi anche a dormire. Qui si è verificato un simpatico paradosso: Laura, che il giorno dopo doveva lavorare, si è trovata a non poterci andare perché era bloccata dalla montagna in barba a tutti coloro che in montagna non ci sono potuti venire, perché erano bloccati dal lavoro. La notte ricordo di averla passata sul terzo piano del letto a castello, a pochi centimetri dal tetto con un rumore assordante di pioggia scrosciante e tuoni a non finire.

Al mattino di nuovo sprazzi di sereno. Ma sapevamo tutti che non era una situazione stabile. Stefano, Marta e Laura hanno approfittato subito per ripartire e li ha seguiti Fede, che già dal giorno prima non si sentiva molto bene. Noi sei superstiti Relamàt, al nuovo record minimo di partecipazione, siamo rimasti in rifugio, perché le previsioni davano un miglioramento più sensibile solo dal pomeriggio. Così, mentre fuori si alternavano piovaschi e schiarite, abbiamo trascorso l’intera mattinata decorando, com’è usanza, le magliette di ciascuno con auguri, dediche e frasi simpatiche. Dopo pranzo siamo ripartiti e dopo soli tre minuti sono nuovamente dovuti uscire allo scoperto anche i ponci. Questa volta però siamo stati graziati: la cosa è durata pochi minuti e siamo riusciti a scendere sotto un tiepido sole per buona parte della Val Prampèr fino a congiungerci con il cartello che indicava a destra il sentiero 534.

Proprio lì si è proceduto con il consueto gelido bagno nel torrente. I Relamàt maschi, in costume da mare, si sono immersi completamente come ogni anno per dimostrare alle femmine, che in realtà li scherniscono puntualmente, quanto siano impavidi e coraggiosi. Beh, coraggio a parte, non abbiamo fatto in tempo a concludere il rituale che dopo dieci minuti ci siamo lavati di nuovo sotto l’ennesimo acquazzone. Questa volta, tra l’altro, avremmo dovuto risalire una piccola ferratina appoggiata sulla parete di un canalone, ma abbiamo prudentemente preferito aspettare sotto un piccolo tetto di roccia che le ostilità finissero. Dopo un’oretta siamo riusciti a ripartire affrontando il sentiero attrezzato in contromano rispetto all’acqua. Acqua che, nonostante avesse smesso di piovere, ancora scendeva a cascatelle da ogni minimo salto di roccia. Superato questo tratto siamo arrivati “sora’l sass” e dopo un quarto d’ora eravamo in vista dell’omonimo, accogliente rifugio. A questo punto, con Mastro-Robi e Albe, asciugatisi un po’ e abbandonati gli zaini, siamo andati a recuperare Marica e Lucia, che avevano lasciato l’auto a Forno di Zoldo e ci hanno raggiunto per l’ultima notte.

Ultimo giorno. Nonostante la pioggia, nonostante le tappe più corte e nonostante le quote più basse rispetto a quanto eravamo abituati negli anni precedenti, devo dire che non è cambiata minimamente nella mia testa quella sensazione di “malinconia da epilogo” che mi prende ogni volta, quando penso che alla sera farò ritorno a casa. C’è poco da fare, mi piace troppo questa cosa, gli amici, dormire in rifugio, vivere la montagna, lo spostarsi a piedi con fatica e lo stupore dietro ogni panorama, dietro a ogni angolo… Salutati i gestori e la povera Marica, che ha preso per cause di forza maggiore la direzione opposta, ci siamo portati sul sentiero 532, diretti al Gran Belvedere. Io e Darius abbiamo scelto l’alternativa del sentiero 533 che invece che al Belvedere, intasato di nuvole, ci ha portati fino all’impervia forcella La Porta. Tanta nebbia sì, ma anche tanti scorci stupendi di grande verticalità e qualche camoscio che ci controllava guardingo, aggirandoci dietro agli speroncini di roccia, i tipici “spitz”. Una volta alla forcella ci siamo portati in cima a una di queste piccole torrette e ci siamo finiti con piacere tutta la carne secca rimasta tra le provviste del Darius.

Poi giù di corsa fra le ghiaie per ricongiungerci con gli altri alla forcella di Col Pelos, di nuovo sul 532. Qui è cominciato il lungo anello panoramico che, attraverso le cime di Col Pelos e le casere Col Marsang (sentiero 531), aggira sul lato ovest gli Spitz portandoci in centro a Forno di Zoldo. Proprio mentre eravamo in vista delle prime case del paese, ecco che ha ricominciato a gocciolare. Sono tre anni del resto, che la pioggia ci saluta nell’ultima tappa del trekking, ma questa volta francamente, non l’abbiamo presa con molta filosofia. E per concludere, al gelato che da mesi ci eravamo prefissati di prendere una volta giunti a Forno, sono subentrati toast, birre e anche qualche te caldo. La corriera Dolomitibus delle sei meno dieci ci ha depositati a Longarone dove abbiamo dovuto aspettare quasi tre ore per prendere il treno diretto a Vittorio. Una divertente pizza in centro ha decisamente dato un valore aggiunto alla lunga serata di attesa.

Come posso concludere? Beh… senza dubbio la Spizentin è nata “un po’ così”, insolita, strana, diversa dalle altre. Una partenza “diversa”, un itinerario “diverso”, un meteo e una partecipazione “diversi”. Ma ha regalato, a chi come me l’ha vissuta dall’inizio alla fine, una montagna nuova, un mondo regolato ancor più del solito dalle forze della natura, dalla pioggia e dal vento, dall’acqua e dall’aria, da due elementi che possono permettersi di giocare tra i labirinti delle valli, di nascondersi e muoversi tra le pareti, percorrendo distanze a velocità incredibili e saltellando da una parte all’altra mosse solo da loro stesse e dalla forza di gravità. Mentre noi, sotto, non possiamo fare altro che ammirare. Perché anche tutto questo ha un suo fascino: provate a pensare a tutti quei piccoli scorci incorniciati dalle nubi, alle cupe sagome dei massicci celate dalla foschia, allo scrosciare della pioggia che scandisce il tempo nel caldo accogliente dei rifugi, all’incomprensibile e inaudita potenza dei tuoni e dei fulmini. E’ proprio vero, noi non possiamo fare altro che ammirare con stupore e rispetto la grandezza del creato… aspettando che queste forze, una volta soddisfatte, ci cedano finalmente il passo.

 Luca “Bubu”

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Oltre che ostacolare la marcia, camminare per ore al caldo può provocare alcuni fenomeni localizzati ad una parte del corpo o generalizzati all’intero fisico. Rientrano nel primo caso gli eritemi solari, arrossamenti della cute che alcune volte si complicano con ustioni maggiori, consistenti nella formazione di vesciche. La seconda ipotesi comprende casi ben più gravi, come colpi di calore o di sole, che si manifestano con cefalea, vertigini, nausea, vomito e febbre alta. Tali problemi vanno prevenuti con una protezione adeguata del corpo, sia per quanto concerne l’abbigliamento – indispensabile il cappello – che con l’uso di creme solari protettrici. In mancanza di queste, i vecchi insegnano che può andar bene l’olio di oliva. La sensazione più immediata che determina il calore è la sete, in pratica l’allarme del nostro organismo per reintegrare i sali perduti col sudore. Si può bere liberamente, o bisogna contenersi? Quando si incontrano fontane, o meglio ancora fresche fonti di montagna, cosa c’è di più bello che poter saziare la propria sete con acque che sgorgano direttarnente dalle rocce e dai muschi alpini? Bere quanto richiesto dall’organismo, dunque, può fare soltanto bene. Solo con l’acqua fredda e soprattutto con le bevande gassate tenute in frigorifero occorre moderarsi. Caldo d’inverno e fresco d’estate, il tè rimane una ottima bevanda per chi cammina. Nella borraccia termica il tè o altre bevande mantengono a lungo la loro temperatura iniziale. È importante, se si cammina in giornate particolarmente calde e afose, pensare ad una “siesta” nelle ore centrali del giorno, recuperando nelle ore più fresche del mattino e della sera.

L’esaurimento da calore (spossatezza o collasso da calore) rappresenta la più comune delle sindromi da calore e si verifica tipicamente per un’esposizione prolungata al sole o ad alte temperature ambientali, in particolare in soggetti che stanno effettuando dell’attività fisica.

L’esaurimento consiste in una condizione di malessere più o meno grave che spazia da una sensazione di debolezza e spossatezza generalizzata allo svenimento. Durante la fase di malessere generale possono essere presenti vertigini, mal di testa, nausea e vomito, agitazione.

Lo svenimento è in genere preceduto da una fase in cui si osservano un aumento della respirazione e della frequenza cardiaca, cute pallida, fredda e sudata e pupille dilatate, tutti segni di un’attivazione del sistema nervoso simpatico che tende ad opporsi al calo della pressione arteriosa, responsabile dello svenimento.

Lo svenimento (collasso o sincope da calore) è in genere di breve durata e si risolve spontaneamente o con il sollevamento degli arti inferiori. La temperatura corporea non supera i 41°C (misurazione rettale).

L’esaurimento da calore dipende principalmente da un’importante perdita di liquidi e sali corporei secondaria ad un’eccessiva sudorazione.

Il calore corporeo tende ad aumentare durante un’esposizione prolungata al sole o a temperature ambientali elevate, così come durante l’attività fisica, ma poiché la temperatura corporea deve essere mantenuta il più possibile costante, l’organismo attiva prontamente i meccanismi preposti alla dispersione del calore (meccanismi di termodispersione): irraggiamento, convezione, conduzione e sudorazione.

Uno dei meccanismi di termodispersione più efficienti è costituito dalla sudorazione, che però comporta una perdita di acqua e dei sali in essa contenuti (per lo più sodio e cloro, i costituenti del comune sale da cucina), perdita che può raggiungere valori considerevoli, e in genere sottovalutati. Basti pensare che un soggetto normale può arrivare a perdere un litro di sudore all’ora, mentre in un soggetto acclimatato alle alte temperature ambientali questo valore può toccare addirittura i 4 litri orari!

Inoltre, con l’aumentare della temperatura ambientale la cessione di calore per mezzo dei meccanismi d’irraggiamento, convezione e conduzione diminuisce, fino a cessare quando la differenza tra la temperatura del corpo e quella esterna si equivalgono. In questi casi la sudorazione rimane l’unico mezzo per disperdere il calore e raggiunge i valori più elevati.

Condizioni di elevata umidità e scarsa ventilazione ambientale diminuiscono l’evaporazione del sudore diminuendone il potere termodispersivo (il passaggio dalla fase liquida a quella gassosa comporta infatti una grande cessione di calore); di conseguenza, a parità di calore da disperdere sarà necessario un maggior volume di sudore.

I principali fattori che favoriscono l’insorgenza dell’esaurimento da calore sono quindi: una prolungata esposizione al sole e/o ad elevate temperature ambientali. Scarsa introduzione di acqua e sali minerali nei giorni precedenti e durante l’esposizione. Abbigliamento non adeguato (troppo pesante e/o poco traspirante e/o poco isolante dal calore ambientale). Elevata umidità (superiore al 60-70 %) e scarsa ventilazione ambientale.

L’attività fisica aumentando la produzione di calore dell’organismo incrementa ulteriormente la sudorazione e favorisce l’esaurimento da calore. Bisogna inoltre ricordare che le persone anziane, i bambini ed i soggetti malati presentano un maggior rischio di sviluppo di patologie da calore.

La prevenzione consiste quindi nell’evitare di esporsi eccessivamente al sole, in particolare durante giornate calde, umide e poco ventilate e senza un abbigliamento adeguato; nel mantenere un’adeguata idratazione prima e durante l’esposizione (bere piccole quantità di liquidi ma frequentemente; prediligere soluzioni con sali minerali e zuccheri; ricordarsi che la comparsa della sete indica che si è già disidratati); nel limitare l’attività fisica, in particolare nelle ore più calde della giornata (dalle 11 alle 14) e nel programmare la stessa in base alle proprie capacità ed allenamento.

Il trattamento dell’esaurimento da calore dipende dalla durata dell’esposizione e dalla conseguente entità della sudorazione e della perdita di liquidi.

Il primo soccorso di un soggetto colto da esaurimento da calore, consiste nel portarlo in un posto fresco e ventilato, togliergli gli indumenti più pesanti e farlo distendere, alzandogli prontamente le gambe (dopo aver allentato eventuali cinture) se compaiono i sintomi di uno svenimento imminente. In caso di impossibilità a trovare un riparo può essere protetto con l’apposito telo alluminizzato.

Quindi bisogna provvedere ad un’adeguata integrazione dei liquidi e dei sali minerali persi (per esempio: acqua con zucchero e 1 grammo per litro di sale da cucina; bere acqua e assumere alimenti salati e frutta; o, meglio, assumere apposite soluzioni reidratanti). La presenza di piccole quantità di carboidrati semplici a rapido assorbimento (glucosio, saccarosio, maltosio, maltodestrine e amidi solubili) migliora l’assorbimento dell’acqua stessa. Assolutamente vietate bevande alcoliche.

Se i sintomi non si risolvono o tendono a peggiorare allertare i soccorsi organizzati. L’esaurimento da calore deve essere distinto dal ben più grave COLPO DI CALORE in cui per un’insufficienza dei meccanismi di termodispersione la temperatura corporea inizia a salire superando i valori limite oltre i quali si possono determinare gravi danni sul sistema nervoso centrale e su altri organi corporei.

In questa condizione vi sono tipicamente condizioni neurologiche più gravi (alterazioni del linguaggio, allucinazioni, delirio, convulsioni, coma; un eventuale “svenimento” è quindi più grave e non tende a risolversi) e la temperatura corporea è superiore a 41°C (misurazione rettale).

Il colpo di calore si verifica più raramente e colpisce in genere o individui giovani che si sottopongono a sforzi estremi (atleti in gara) o soggetti anziani e/o malati in cui i meccanismi di termoregolazione sono compromessi. Il colpo di calore costituisce un’emergenza medica e richiede un trattamento immediato. Quindi, nel dubbio allertare i soccorsi organizzati.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
I crampi da calore rappresentano la forma più benigna delle sindromi da calore e si verificano soprattutto durante un’intensa attività fisica in condizioni di esposizione ad un ambiente caldo e soleggiato.

I crampi da calore consistono in contrazioni spastiche di uno o più gruppi muscolari e interessano i muscoli maggiormente sollecitati durante lo sforzo fisico. Compaiono improvvisamente, durante o subito dopo l’attività fisica, possono durare anche diversi minuti e, in genere, sono seguiti da un indolenzimento muscolare che si può protrarre anche per diversi giorni.

I crampi da calore sono dovuti essenzialmente ad uno squilibrio tra il contenuto di acqua e di sali nell’organismo secondario ad un’eccessiva sudorazione.

Il calore corporeo tende ad aumentare durante un esercizio fisico intenso e/o prolungato e durante un’esposizione prolungata al sole e/o a temperature elevate, ma poiché la temperatura corporea deve essere mantenuta il più possibile costante, l’organismo attiva prontamente i meccanismi preposti alla dispersione del calore (meccanismi di termodispersione): irraggiamento, convezione, conduzione e sudorazione.

Uno dei meccanismi di termodispersione più efficienti è costituito dalla sudorazione, che però comporta una perdita di acqua e dei sali in essa contenuti (per lo più sodio e cloro, i costituenti del comune sale da cucina), perdita che può raggiungere valori considerevoli, e in genere sottovalutati.

Basti pensare che un soggetto normale può arrivare a perdere un litro di sudore all’ora, mentre in un soggetto acclimatato alle alte temperature ambientali questo valore può toccare addirittura i 4 litri orari!

I fattori che favoriscono l’insorgenza dei crampi da calore sono quindi: attività fisica intensa, scarsa introduzione di acqua e sali minerali nei giorni precedenti e durante l’attività fisica (attenzione: un’eccessiva introduzione di acqua non accompagnata da sali minerali può addirittura favorire l’insorgenza dei crampi), abbigliamento non adeguato (troppo pesante e/o poco traspirante), esposizione a sole, alte temperature, elevata umidità (superiore al 60-70 %) e scarsa ventilazione ambientale.

Più fattori sono presenti più la probabilità che si sviluppino i crampi è maggiore. La presenza di un’elevata temperatura ambientale non è necessaria per scatenare i crampi da calore (si possono verificare infatti anche durante attività in ambienti freddi, come durante lo scialpinismo), ma se presente ne facilita l’insorgenza, in quanto con l’aumentare della temperatura ambientale diminuisce la cessione di calore per mezzo dei meccanismi d’irraggiamento, convezione e conduzione ed aumenta, necessariamente, quella per mezzo della sudorazione.

Condizioni di elevata umidità e scarsa ventilazione ambientale diminuiscono l’evaporazione del sudore diminuendone il potere termodispersivo (il passaggio dalla fase liquida a quella gassosa comporta infatti una grande cessione di calore); di conseguenza, a parità di calore da disperdere sarà necessario un maggior volume di sudore.

La prevenzione consiste quindi nel mantenere un’adeguata idratazione prima, durante (assumere piccole quantità di liquidi ma frequentemente; prediligere soluzioni con sali minerali e zuccheri; ricordarsi che la comparsa della sete indica che si è già disidratati) e dopo l’attività fisica, nel programmare la stessa in base alle proprie capacità ed allenamento e nell’adottare un abbigliamento adeguato.

In caso dell’insorgenza di crampi da calore la prima cosa da fare consiste nel risolvere la contrazione spastica con una tempestiva manovra di stretching (allungamento) del muscolo interessato; per esempio per allungare il muscolo del polpaccio si deve estendere (raddrizzare) la gamba tirando il piede verso il proprio corpo (come si vede fare in televisione durante le partite di calcio).

Un massaggio vigoroso del muscolo è invece meno efficace e favorisce la comparsa del successivo indolenzimento muscolare.

Successivamente bisogna portare il soggetto colpito dai crampi in un posto fresco e ventilato, farlo riposare e provvedere ad un’adeguata integrazione dei liquidi e dei sali minerali persi (per esempio: acqua con zucchero e 1 grammo per litro di sale da cucina; bere acqua e assumere alimenti salati e frutta; o, meglio, assumere apposite soluzioni reidratanti).

La presenza di piccole quantità di carboidrati semplici a rapido assorbimento (glucosio, saccarosio, maltosio, maltodestrine e amidi solubili) migliora l’assorbimento dell’acqua stessa e contribuisce al mantenimento di adeguati livelli di glicemia. Assolutamente vietate bevande alcoliche.

Ricordiamo che i crampi da calore rappresentano il primo sintomo di una condizione di perdita di acqua e di sali che, se non corretta adeguatamente, potrebbe evolvere verso delle forme più importanti (esaurimento da calore o colpo di calore). In caso di persistenza o peggioramento dei sintomi chiedere assistenza medica.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Oltre che ostacolare la marcia, camminare per ore al caldo può provocare alcuni fenomeni localizzati ad una parte del corpo o generalizzati all’intero fisico. Rientrano nel primo caso gli eritemi solari, arrossamenti della cute che alcune volte si complicano con ustioni maggiori, consistenti nella formazione di vesciche. La seconda ipotesi comprende casi ben più gravi, come colpi di calore o di sole, che si manifestano con cefalea, vertigini, nausea, vomito e febbre alta. Tali problemi vanno prevenuti con una protezione adeguata del corpo, sia per quanto concerne l’abbigliamento – indispensabile il cappello – che con l’uso di creme solari protettrici. In mancanza di queste, i vecchi insegnano che può andar bene l’olio di oliva. La sensazione più immediata che determina il calore è la sete, in pratica l’allarme del nostro organismo per reintegrare i sali perduti col sudore. Si può bere liberamente, o bisogna contenersi? Quando si incontrano fontane, o meglio ancora fresche fonti di montagna, cosa c’è di più bello che poter saziare la propria sete con acque che sgorgano direttarnente dalle rocce e dai muschi alpini? Bere quanto richiesto dall’organismo, dunque, può fare soltanto bene. Solo con l’acqua fredda e soprattutto con le bevande gassate tenute in frigorifero occorre moderarsi. Caldo d’inverno e fresco d’estate, il tè rimane una ottima bevanda per chi cammina. Nella borraccia termica il tè o altre bevande mantengono a lungo la loro temperatura iniziale. È importante, se si cammina in giornate panicolarmente calde e afose, pensare ad una “siesta” nelle ore centrali del giorno, recuperando nelle ore più fresche del mattino e della sera.
(fonte: internet)
domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Dall’eccesso di calore al congelamento. Sono molti i pericoli per la salute legati alle condizioni ambientali

Sono poche, pochissime, le persone a cui non piace andare in montagna. L’ambiente sano, i boschi, gli scenari mozzafiato delle vette sono quasi irrestitibili per la maggior parte di noi.
La montagna tuttavia non è un territorio sempre facile da affrontare. Per godere appieno e in sicurezza di questo ambiente meraviglioso, occorre conoscere alcune delle sue caratteristiche fisiche fondamentali. A partire dall’aria che respiriamo.
L’aria atmosferica svolge due funzioni essenziali per l’uomo: provvede al ricambio dell’ossigeno e interviene sulla temperatura corporea. Nella troposfera (ovvero nella parte più bassa dell’atmosfera, quella che arriva fino ai 12 chilometri d’altezza) l’aria è composta per circa l’80 per cento di azoto e il 20 di ossigeno.
Temperatura dell’aria, unidità e velocità del vento sono le tre caratteristiche fondamentali che influiscono, talvolta drasticamente, sul corpo umano. La temperatura dell’organismo umano oscilla entro limiti assai ristretti intorno ai 37°C.

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ECCESSO DI CALORE

In certi casi, se le condizioni di temperatura, unidità e velocità dell’aria non consentono una completa eliminazione del calore in eccesso prodotto dai più svariati motivi, si va incontro al cosiddetto colpo di calore.
Il colpo di calore, che talvolta può essere letale, si manifesta all’inizio con un aumento della temperatura corporea. Poi con una crescita della frequenza cardiaca e respiratoria e una forte cefalea. Segue un periodo di alterazione del comportamento (disforia) fino al delirio, alle convulsioni e, nei casi peggiori anche alla morte.
Il colpo di calore può manifestarsi sia in ambienti caldo-umidi sia per sforzi fisici all’aperto.

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ECCESSO DI FREDDO

Anche il freddo ha degli effetti molto seri sull’organismo. La sua influenza sul corpo umano può essere sia locale che generalizzata. Nei soggetti sottoposti a ipotermia (abbassamento della temperatura corporea) si manifestano torpore e sonnolenza, bradicardia, anestesia e paralisi dei centri termoregolatori, fino ad uno stadio di morte apparente altrimenti detto assideramento.
Quando il freddo agisce localmente si possono avere fenomeni di perfrigerazione (con conseguenti ischemie), anche a temperature non troppo basse (intorno allo zero).
Con temperature molto basse (20-25 sottozero) si va invece incontro al congelamento più o meno esteso alle parti del corpo (naso, dita, orecchie).
La parte colpita assume una consistenza marmorea e diventa fragilissima. La lesione è provocata non da ischemia ma da un’azione diretta del freddo che cristallizza la parte liquida dei tessuti, con alterazioni irreversibili.

(fonte: internet)