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martedì 02 novembre 2010 | Autore: Roberto

Eccomi qua anche quest’anno a ricostruire la trama di un’avventura di montagna, a riempire con i miei ricordi un foglio di carta ancora vuoto e a fare in modo di poterne condividere la gioia, assieme a chi c’era, certo, ma assieme anche a tutti coloro che non c’erano e che vogliono per qualunque motivo sapere come è andata. Il trekking settimanale che sto per raccontarvi ha preso il nome di “Spizentin” e noi che l’abbiamo intrapreso, tra l’11 e il 16 agosto, ci chiamiamo “Relamàt” (In pratica siamo una sorta di “Belumàt”, solo che invece che da Belluno siamo da REvine LAgo). Sì, perché ogni anno, in base a dove decidiamo di andare e a cosa ci proponiamo di fare, quando ci si trova con Mastro-Robi per mettere insieme le idee sul percorso, ne esce sempre un nome nuovo, unico, diverso da tutti gli altri… così come unica e sempre diversa è in effetti anche ogni nostra avventura. C’è solo una costante che si ripete ogni anno e che non verrà mai messa in discussione cioè il fatto che si camminerà in montagna!

Quindi Spizentin è il nome della nostra camminata estiva 2010, un itinerario che ha unito il Col Visentin agli Spitz di Mezzodì. La scelta del percorso è stata dettata da molteplici fattori, ma in particolare dal fatto che buona parte dei più assidui partecipanti degli anni precedenti si è trovata a dover affrontare problemi con il lavoro. Annoverando tra i fedelissimi infermiere, ostetriche, viticoltori, studenti in stage e lavoratori a turni, è sempre stato difficile far combaciare i periodi di ferie e quest’anno, più ancora che negli altri, si è rivelata davvero un’impresa impossibile. La scelta di un itinerario vicino e con molte vie di accesso avrebbe quindi facilitato di gran lunga tutti coloro che si potevano aggregare solo per una parte del viaggio.

La partenza è stata una vera chicca, perché dopo sei anni in cui il ritrovo era sempre stato in stazione ferroviaria, questa volta siamo partiti a piedi. Niente treni, autobus, bus navetta o altri mezzi motorizzati. Nossignori, si parte camminando! Dopotutto stiamo affrontando un trekking, non vi pare? Perciò, molto più tardi del solito, dalla piazza di Revine e più precisamente proprio sotto casa di Mastro-Robi, ci siamo diretti “a piedi” verso i monti di cui eravamo “ai piedi”. All’appello c’erano, oltre ovviamente al sottoscritto (Bubu) e a Mastro-Robi, anche i “soliti” Albe (che è partito a piedi da Vittorio!), Darius, Giomo, Lella, Stefano, Lele e Fede e, infine, gli “insoliti” Daniele, M. Chiara, Roberto, Zanella, Davide e Sabrina (questi ultimi quattro alla loro prima partecipazione). Quindici è un ottimo numero per cominciare.

Ma veniamo al “calvario” iniziale. Siam partiti alle dieci di mattina, sotto un sole cocente, non ancora abituati agli zaini pesantissimi, percorrendo proprio la Via Crucis che conduce al Santuario di San Francesco di Paola… diciamo che questo inizio non gioca propriamente a nostro favore quando vogliamo spacciarci per esperti di montagna… eh eh! Vabbè, in ogni caso, con l’ausilio di innumerevoli pause, abbiamo risalito tutta la dorsale di questo incantevole segmento di Prealpi Trevigiane, per sbucare quasi in vetta al M.te Cor, all’altezza delle Casere Frascon. Una visuale fantastica sulla pianura si è aperta sotto di noi, seppur pervasa dall’inevitabile, afosa cappa di foschia estiva. Conoscendo bene il luogo, avevamo deciso già da un po’ che sarebbe stata proprio lì l’agognata pausa pranzo. Il tragitto è poi ripreso nel pomeriggio lungo le erbose creste ondulate che spesso mi capita di osservare anche da casa (abito a Mareno di Piave) quando cerco di dare i nomi a ogni gobba della linea che unisce il Cesen al Visentin.

Su e giù, su e giù, su e giù… quando si percorre quel tratto di sentiero, le antenne del Rif. 5° Artiglieria Alpina compaiono e scompaiono mille volte, ma sembrano non avvicinarsi mai. Per fortuna l’incontro con un gregge di pecore e con alcune specie indigene di funghi mangerecci ha rallegrato la nostra traversata. Una volta arrivati a forcella Zoppei sembrava ormai di essere sotto al rifugio, ma mancava ancora un bel po’. Il gruppone si è frammentato in più gruppetti e ci siamo ricongiunti tutti soltanto all’arrivo. I gestori ci hanno subito accolti bene, positivamente stupiti dal fatto che fossimo in quindici e non soltanto in due come era loro erroneamente parso di capire dalla telefonata di prenotazione. Per cena gran pastasciutta del “cogo” e funghi indigeni mangerecci. Sfruttando la lunga strada bianca carrabile, è venuto a trovarci a sorpresa il buon Marchetto, che ha passato la serata con noi, ma ci ha dovuto subito salutare perché la mattina seguente il turno in fabbrica lo aspettava.

Una notte “umida” ci ha gettati di prepotenza nel leitmotiv meteo della settimana. Infatti, salutati Davide e Sabrina che, sempre per motivi di lavoro, sono dovuti rientrare verso Vittorio V.to, ci siamo accorti dei cupi nuvoloni neri e tuonanti, provenienti da ovest, che hanno aspettato giusto cinque minuti dopo la nostra partenza, per scaricarci in testa la prima pioggia della Spizentin. Fuori i ponci e i k-way e via sotto gli scrosci fino a piazzale Nevegal. Da lì l’obbiettivo era la stazione FFSS di Belluno, da raggiungersi con interminabile discesa ricca di tratti asfaltati. Qualcuno lassù, mosso da pietà, ci ha risparmiato nel tratto più noioso e spacca-gambe di tutta la settimana chiudendo i rubinetti. Fino al giorno dopo non sarebbe più piovuto. Alla stazione del capoluogo Lele, in forte sofferenza per mancanza di allenamento e forse per aver un po’ esagerato coi ritmi il giorno prima, ci ha abbandonato ritenendo di non riuscire più a continuare.

La Valbelluna è lunghissima da attraversare a piedi e lo spostamento in corriera era stato ovviamente già predisposto in fase organizzativa. Da Belluno a “La Pissa” (fermata DolomitiBus della valle del Cordevole, dedicata quasi esclusivamente al sentiero CAI che poi abbiamo imboccato) saranno sì e no venti minuti, un “extra” che piace poco ai “puristi del trekking”, ma necessario per seguire il nostro tracciato. Qui ci ha raggiunti in auto Marica e siamo partiti per il ripido sentiero 503 che, una volta agganciata la carrareccia che porta al Rif. Bianchet, ci ha guidati per tutta la Val Vescovà. Come la prima sera, nell’ultimo tratto, il gruppone dei Relamàt si è di nuovo spezzettato. Questo è servito a non creare code al momento della doccia che, dopo due giorni, in molti abbiamo fatto volentieri. L’accoglienza di Valerio e di tutta la sua famiglia (suo genero è il noto Paolo Sani) è stata davvero fantastica e lo stesso si può dire della cena.

Per il giorno successivo era in programma, per chiunque se la fosse sentita (in teoria tutti, in pratica ben pochi), la salita al bivacco della Bernardina alla Gusela del Vescovà con l’aggiunta della vetta della Schiara per i “ferratisti” attrezzati. Poi nel pomeriggio ci saremmo dovuti portare con calma verso il vicino Rif. Pian de Fontana. Il meteo invece ci ha nuovamente fatto i dispetti: dopo un risveglio di primo mattino che sembrava promettere veramente bene, ecco le solite dense nubi a coprire tutto il cielo. Alla fine, in quattro coraggiosi, accompagnati da Milena, atletica “ragazza” sessantenne amica di Valerio, abbiamo raggiunto con non poca soddisfazione il bivacco per sostarvi un po’ dentro e tornare poi indietro sullo stesso sentiero. Se il tempo ci ha graziati in salita, non è stato lo stesso in discesa. Ha piovuto per oltre un’ora “a secie reverse”. Per fortuna niente tuoni, solo pioggia, pioggia e, seppur più moderata, ancora pioggia.

Alla fine abbiamo pranzato al Bianchet approfittando della già menzionata ottima ospitalità e lì siamo rimasti fino al pomeriggio quando è ci stata concessa la prima tregua. Salutati Marica e Giomo che (diretti rispettivamente in ospedale a Treviso per il turno e a Lignano per le ferie al mare) hanno preso la direzione opposta, ci siamo diretti di corsa verso est, percorrendo l’aereo sentiero 514 che dopo un iniziale tratto in salita conduce fino a forcella La Varéta tra ripidissimi prati, regalando splendidi eterei scorci di nubi e montagne. Da qui un tratto scivoloso in discesa e una breve risalita ci hanno fatto arrivare comunque abbastanza asciutti fino al Rif. Pian de Fontana. Abbiamo cenato subito, visto che era ormai ora passata.

Bisogna dire che rispetto agli anni precedenti, un po’ per la scelta dell’itinerario, ma molto di più a causa del meteo avverso, si è camminato assai di meno e si è mangiato molto, molto di più. E’ giusto dire che, vista la distanza abbastanza ridotta tra i vari rifugi, per ogni giornata era stata prevista una variante o l’aggiunta di una vetta o una forcella o un bivacco da raggiungere dopo aver lasciato il grosso dello zaino in rifugio. Ma se questo sistema permette di camminare più “leggeri” e permette anche a chi è più stanco di aspettarsene al coperto il rientro degli altri, allo stesso modo, se piove a dirotto, questo sistema convince tutti anche a scegliere di rimanere al calduccio, coccolati dal calore di un caminetto, a “magnar e bever” fino a che non si decide a smettere. Gli anni precedenti, quando pioveva, ti toccava sempre prendertela perché il prossimo rifugio era lontano, così lontano che non si poteva nemmeno aspettare più di tanto per partire! Quest’anno non è stata così e, nonostante una leggera amarezza personale perché in queste avventure mi piace di più lo stile “eroico”, bisogna anche ammettere una cosa: ai Relamàt riescono molto bene anche i momenti conviviali in rifugio.

Finalmente all’indomani il tempo per un po’ ha voltato faccia. Sole e cielo azzurro con poche nuvole. Come da programma abbiamo dovuto salutare altri due membri dell’equipaggio che per motivi di lavoro non potevano più proseguire, il buon Daniele e Zanella, grande giullare e dispensatore di buonumore 24/24h. La triste sorpresa è stata che anche Roberto e Stefano, sfruttando il passaggio che gli altri due avrebbero loro offerto una volta a Soffranco, avevano deciso di abbandonare. Il primo per dichiarati problemi fisici alle gambe e il secondo, probabilmente, per sopraggiunta depressione meteoropatica. Ecco che la Spizentin, così ricca di punti di accesso per chi voleva aggregarsi in qualsiasi momento, si è rivelata in realtà ricca di vie di fuga, rese più scorrevoli dalla pioggia.

Così, rimasti in sette (e qui siamo veramente al minimo storico), abbiamo risalito il ripido crinale erboso alle spalle del rifugio, sempre seguendo il sentiero 514 fino a portarci nel Vant de Zità de Fora, sotto alle tre cime de Zità. Un posto di una bellezza incredibile. Abbiamo pranzato in forcella, all’aperto, dopo tre giorni finalmente al sole, anche se nuove nuvole si stavano rapidamente accumulando attorno alle cime. Dopo una lunga sosta e la brevissima facile scalata a una delle tre cupole rocciose che formano questo gruppo, siamo scesi sull’altro versante per giungere, attraverso paesaggi da “Signore degli Anelli”, fino al Rif. Pramperet appena un attimo prima che la pioggia raggiungesse noi. Ad aspettarci con un te caldo abbiamo trovato Stefano, Marta e Laura che ci avevano avvisato già il giorno prima di questa loro breve incursione. Il temporalone che si è abbattuto sopra di noi quella sera ha però fatto sì che i nostri amici decidessero di fermarsi anche a dormire. Qui si è verificato un simpatico paradosso: Laura, che il giorno dopo doveva lavorare, si è trovata a non poterci andare perché era bloccata dalla montagna in barba a tutti coloro che in montagna non ci sono potuti venire, perché erano bloccati dal lavoro. La notte ricordo di averla passata sul terzo piano del letto a castello, a pochi centimetri dal tetto con un rumore assordante di pioggia scrosciante e tuoni a non finire.

Al mattino di nuovo sprazzi di sereno. Ma sapevamo tutti che non era una situazione stabile. Stefano, Marta e Laura hanno approfittato subito per ripartire e li ha seguiti Fede, che già dal giorno prima non si sentiva molto bene. Noi sei superstiti Relamàt, al nuovo record minimo di partecipazione, siamo rimasti in rifugio, perché le previsioni davano un miglioramento più sensibile solo dal pomeriggio. Così, mentre fuori si alternavano piovaschi e schiarite, abbiamo trascorso l’intera mattinata decorando, com’è usanza, le magliette di ciascuno con auguri, dediche e frasi simpatiche. Dopo pranzo siamo ripartiti e dopo soli tre minuti sono nuovamente dovuti uscire allo scoperto anche i ponci. Questa volta però siamo stati graziati: la cosa è durata pochi minuti e siamo riusciti a scendere sotto un tiepido sole per buona parte della Val Prampèr fino a congiungerci con il cartello che indicava a destra il sentiero 534.

Proprio lì si è proceduto con il consueto gelido bagno nel torrente. I Relamàt maschi, in costume da mare, si sono immersi completamente come ogni anno per dimostrare alle femmine, che in realtà li scherniscono puntualmente, quanto siano impavidi e coraggiosi. Beh, coraggio a parte, non abbiamo fatto in tempo a concludere il rituale che dopo dieci minuti ci siamo lavati di nuovo sotto l’ennesimo acquazzone. Questa volta, tra l’altro, avremmo dovuto risalire una piccola ferratina appoggiata sulla parete di un canalone, ma abbiamo prudentemente preferito aspettare sotto un piccolo tetto di roccia che le ostilità finissero. Dopo un’oretta siamo riusciti a ripartire affrontando il sentiero attrezzato in contromano rispetto all’acqua. Acqua che, nonostante avesse smesso di piovere, ancora scendeva a cascatelle da ogni minimo salto di roccia. Superato questo tratto siamo arrivati “sora’l sass” e dopo un quarto d’ora eravamo in vista dell’omonimo, accogliente rifugio. A questo punto, con Mastro-Robi e Albe, asciugatisi un po’ e abbandonati gli zaini, siamo andati a recuperare Marica e Lucia, che avevano lasciato l’auto a Forno di Zoldo e ci hanno raggiunto per l’ultima notte.

Ultimo giorno. Nonostante la pioggia, nonostante le tappe più corte e nonostante le quote più basse rispetto a quanto eravamo abituati negli anni precedenti, devo dire che non è cambiata minimamente nella mia testa quella sensazione di “malinconia da epilogo” che mi prende ogni volta, quando penso che alla sera farò ritorno a casa. C’è poco da fare, mi piace troppo questa cosa, gli amici, dormire in rifugio, vivere la montagna, lo spostarsi a piedi con fatica e lo stupore dietro ogni panorama, dietro a ogni angolo… Salutati i gestori e la povera Marica, che ha preso per cause di forza maggiore la direzione opposta, ci siamo portati sul sentiero 532, diretti al Gran Belvedere. Io e Darius abbiamo scelto l’alternativa del sentiero 533 che invece che al Belvedere, intasato di nuvole, ci ha portati fino all’impervia forcella La Porta. Tanta nebbia sì, ma anche tanti scorci stupendi di grande verticalità e qualche camoscio che ci controllava guardingo, aggirandoci dietro agli speroncini di roccia, i tipici “spitz”. Una volta alla forcella ci siamo portati in cima a una di queste piccole torrette e ci siamo finiti con piacere tutta la carne secca rimasta tra le provviste del Darius.

Poi giù di corsa fra le ghiaie per ricongiungerci con gli altri alla forcella di Col Pelos, di nuovo sul 532. Qui è cominciato il lungo anello panoramico che, attraverso le cime di Col Pelos e le casere Col Marsang (sentiero 531), aggira sul lato ovest gli Spitz portandoci in centro a Forno di Zoldo. Proprio mentre eravamo in vista delle prime case del paese, ecco che ha ricominciato a gocciolare. Sono tre anni del resto, che la pioggia ci saluta nell’ultima tappa del trekking, ma questa volta francamente, non l’abbiamo presa con molta filosofia. E per concludere, al gelato che da mesi ci eravamo prefissati di prendere una volta giunti a Forno, sono subentrati toast, birre e anche qualche te caldo. La corriera Dolomitibus delle sei meno dieci ci ha depositati a Longarone dove abbiamo dovuto aspettare quasi tre ore per prendere il treno diretto a Vittorio. Una divertente pizza in centro ha decisamente dato un valore aggiunto alla lunga serata di attesa.

Come posso concludere? Beh… senza dubbio la Spizentin è nata “un po’ così”, insolita, strana, diversa dalle altre. Una partenza “diversa”, un itinerario “diverso”, un meteo e una partecipazione “diversi”. Ma ha regalato, a chi come me l’ha vissuta dall’inizio alla fine, una montagna nuova, un mondo regolato ancor più del solito dalle forze della natura, dalla pioggia e dal vento, dall’acqua e dall’aria, da due elementi che possono permettersi di giocare tra i labirinti delle valli, di nascondersi e muoversi tra le pareti, percorrendo distanze a velocità incredibili e saltellando da una parte all’altra mosse solo da loro stesse e dalla forza di gravità. Mentre noi, sotto, non possiamo fare altro che ammirare. Perché anche tutto questo ha un suo fascino: provate a pensare a tutti quei piccoli scorci incorniciati dalle nubi, alle cupe sagome dei massicci celate dalla foschia, allo scrosciare della pioggia che scandisce il tempo nel caldo accogliente dei rifugi, all’incomprensibile e inaudita potenza dei tuoni e dei fulmini. E’ proprio vero, noi non possiamo fare altro che ammirare con stupore e rispetto la grandezza del creato… aspettando che queste forze, una volta soddisfatte, ci cedano finalmente il passo.

 Luca “Bubu”

giovedì 15 gennaio 2009 | Autore: Roberto

Sulle Alpi Carniche, attorno al Còglians, tra rifugi e vette

Esiste una valle dove le parole piccolo o normale non fanno parte del vocabolario… esiste una valle dove le misure le decidono i giganti… esiste una valle che è tutta una sorpresa… forse gli effluvi di magia che emana all’aurora e al crepuscolo il lago Volaia si sono incuneati in quella valle…

Se sul versante italiano i sentieri sono larghi mezzo metro, lì in quella valle idilliaca i sentieri diventano carrarecce… in quella valle le “buazze” sono almeno tre volte le “nostre”… lì tra i pascoli, le vacche da latte sembrano elefanti, tanto sono grandi e grosse, immaginate i vitellini… in quella valle esistono abeti ultracentenari con una circonferenza che per abbracciarla eravamo in quattro… perfino le comunemente chiamate “slavazze” lì sono così grandi da poterci fare un’imbragatura!

E le malghe? Al confronto delle nostre lì sono degli hotel a cinque stelle… postazioni singole per le signore del latte con doccia e bidè. A parte gli scherzi, che lusso ragazzi, gli austriaci san bene come coccolare i turisti… unico neo la cucina, sarà anche abbondante ma la cucina italiana non ha pari!… chiedete a quelli di Mauthen-Kotchach o della Gailtal che durante tutta l’estate alcune sere alla settimana si riversano in massa al Passo Monte Croce, locanda “Al Valico” da Ottone. Lì la sera – quella in cui abbiamo cenato e poi pernottato noi – non c’era un posto libero e gli unici italiani eravamo noi, quattro Bortolot, oltre al personale della locanda.

Ad un certo punto sembrava di essere a una riunione di paese… entravano le coppie o le famiglie e si salutavano da un tavolo all’altro, a volte con entusiasmo, a volte meno (beh forse anche di là del confine ci saranno liti, appunto, per il confine)… a un certo punto vicino al nostro tavolo si è seduta una coppia attempata molto distinta e più di qualcuno da vari tavoli si avvicinava e salutava quasi con deferenza… forse era il sindaco, o il medico, il prete non credo, l’uomo era accompagnato da una nobile signora… Alla fine non abbiamo resistito e anche noi abbiamo salutato con cenno di testa e un bel “servus”, così, vari tavoli a caso… che gioia! Poi Ottone ci ha spiegato che è proprio un rito per i primi piatti che di là del passo si sognano… e noi naturalmente abbiamo dato fondo ai vari tris di primi per confermare la delizia al nostro palato… verissimo, cucina promossa!

Ottone (con la moglie) è gestore da quarant’anni ed è un fiume in piena di racconti sulle attività museali della zona che riguardano soprattutto la Grande Guerra del ’15-’18… sul Pal Piccolo, Pal Grande, Cellon, Speikofel… Dalla Plokenhaus verso il passo stando sulla sinistra, anche noi abbiamo attraversato una serie di trincee e camminamenti con manufatti e postazioni, il tutto in un contesto di museo all’aperto, in zona tra l’altro di prima linea. Passo molto frequentato dai gitanti con le quattro ruote ma tuttavia non congestionato da incolonnamenti… partenze e rientri intelligenti??

E tutto questo discorso sulla vallata dei giganti e sul passo è la parte nord del giro dei Bortolot annuale… avrete capito che parliamo di Alpi Carniche e del Monte Cogliàns in particolare.

Dal Passo Monte Croce Carnico parte uno stupendo sentiero che in poco meno di tre ore conduce attraverso saliscendi più o meno ondulati con un passaggio attraverso “la scaletta”, al rifugio Marinelli. Già da lontano il nostro richiamo era Ginoooooooo e il Gino ci accoglie al nostro arrivo con un grande sorriso e le braccia aperte mentre sta spillando birra a gogò per la flotta di turisti arrivati fin lassù, ai 2100 del rifugio, per un evento speciale, il concerto della Fanfara della Brigata Alpina Julia di Udine.

Giornata intensa, con un sole splendido… era simpatico vedere i musicisti alpini, cappello e piuma, armeggiare con gli strumenti… paradosso dei novant’anni dalla fine del grande conflitto, allora echeggiavano sinistri sibili mortali, ora echeggiano soavi melodie tra echi e rocce… canzoni classiche miste ad arie più moderne o d’opera, il tutto incorniciato da uno scenario che più bello non si poteva chiedere… Cuspidi e placche… ghiaioni di pietra sembravano osservare stupefatti dalla bellezza del suono, l’echeggiare ora forte ora lieve del timpano e dei tamburi dall’aria solenne. Il mio punto d’osservazione era un po’ più in alto rispetto la massa, in cima ad un cocuzzolo di fronte al rifugio… da lassù era cartolina da spedire agli affetti, era fotoricordo per l’album della vita… siamo all’ultimo giorno del nostro giro… ma forse è meglio fare un passo indietro…

Un paio di giorni prima. È mercoledì mattina e l’auto rampicante di Marcello se ne scorre quasi silente lungo le curve che portano sempre a qualcosa… a Forni Avoltri la strada si restringe e con alcuni tornanti attraverso minuscoli villaggi conduce a Collina (50 abitanti, staipe da “canopio” consigliato  per degustare e ciacolare!) e ancora un po’ avanti fino al parcheggio del rif. Tolazzi.
Di questi tempi, in agosto, le Dolomiti classiche sono intasate di turisti, qui no, da queste parti le carniche sono sorseggiate con parsimonia, quasi che vogliano rimanere un po’ segrete, un po’ gelose della loro bellezza, da svelare pian piano ad escursionisti attenti ed innamorati e casualità noi lo siamo, piacevolmente entusiasti di addentrarci su quei percorsi.
Dal Tolazzi tutto è regolare… passi, salita, ristoro, rifugio Marinelli, prima tappa del nostro peregrinare lungo i monti  pallidi. E qui conosciamo Gino, poliedrico personaggio dal ginepraio di risorse… pavimentista, falegname, boscaiolo, atleta delle vette… e su al rifugio cameriere, cuciniere, intrattenitore… soprattutto geniale dispensatore di utili consigli ad onesti camminatori come noi, dal cuore grande molto più di così; con lui subito feeling ed ironia, e simpatici intermezzi canori serali con l’immancabile scala 40 esorcizzante… È un’alba luminosa tra le valli carniche e l’obiettivo di Massimo la immortala tutta.

Con zaino alleggerito il Coglians diventa meta che si conquista in scioltezza, pur nella prudenza ovvia nel percorrere sentieri, pendenze ed esposizioni d’alta montagna. Dalla cima lo sguardo, come succede spesso, spazia un girotondo di gruppi montuosi.

L’accoglienza che Gino ci riserva al nostro rientro al rifugio è a dir poco strepitosa… urlo di gioia all’entrata e, coi piatti dei commensali in mano, grande abbraccio e birra per festeggiare.

La comitiva dei Bortolot riprende il cammino e sullo Spinotti (ribattezzato Spittoni e Stoppani), vero e proprio sentiero attrezzato, fisico e menti sono sollecitati… il destino ha deciso che su quel sentiero impegnativo le amicizie dovevano essere messe alla prova e così è stato… Alcuni momenti e molte parole di quella e delle successive giornate, custoditi nel mio cuore, rimarranno come segno inequivocabile che le amicizie non si scelgono ma si incontrano per caso fortuito, per passioni comuni, e che sono vere e durature solo a certe condizioni, stima e fiducia in primis… ed il sentiero “Spittoni” con la sua appendice di parole in libertà al valico, sotto una pergola di luna e stelle, mi ha dato la conferma del valore Amicizia e la consapevolezza che la riflessione porta consiglio… grazie amici miei! E deriva allo “Spinotti” un rifugio, il Lambertenghi-Romanin sul versante italiano del Volaia, porto di mare per escursionisti, alpinisti, climber, navigatori dei sogni, esploratori della serenità, vogatori dell’allegria… col suo gestore filosofo Giampietro gran maestro di cerimonia.

Dopo le ghiaiose fatiche e una visita al rifugio austriaco, i Bortolot ricompattati sono all’interno del rifugio verso le sei di sera e qui iniziano le danze… Un brindisi col Giampietro, un breve ritornello, una chitarra senza corde per Franco e il gioco è fatto… finiamo senza voce, agGRAPPAti a mezzanotte, dopo aver spaziato da Heidi a l’ora che pia, passando dal country al rock al pop ai canti alpini, felicemente e fraternamente intrecciati agli animatori di un campo-scuola ospiti e a tutto il personale del rifugio, in un tripudio di evviva ed olè… Andate a trovarlo il Giampietro, lui custode delle rocce vi farà arrampicare e poi vi racconterà.

E siamo così nuovamente nella valle dei giganti, vi ricordate? Quella valle che dal lago Volaia conduce al Passo di Monte Croce Carnico… mancava l’ultima gigantografia, più che altro un mistero gigante… da noi ce n’è di misteri, ma questo li batte tutti! Il mistero delle panchine, decine di panchine, in cemento (in Austria?!?… patria del legno)… stile anni cinquanta/sessanta poste in modo disordinato lungo il sentiero basso (in Austria?!? Dove i pascoli sono prati all’inglese e dove non c’è una siepe fuori posto e un albero fuori luogo?!…) senza apparente senso né con panorami o belvedere di fronte… serviranno solo per sedersi?!?… Lasciamo a voi che proverete questo splendido itinerario risolvere l’enigma delle panchine…

E con questo tarlo in testa ce ne torniamo gioiosamente malinconici verso la calda estate delle pianure a riprendere il trantran quotidiano ed a sognare nuove esaltanti avventure tra le amate montagne… poi la sera l’immancabile SMS “GRAZIE, W I AMIGHI”… ciao Ginooooooooo!

Robi

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domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Inserisco altre foto spettacolari dei panorami che si possono apprezzare sui sentieri del Monte Coglians. Quassù tira un’aria meditativa che rigenera corpo e spirito.

Categoria: Montagna, Monte Coglians  | Tags: , ,  | Un Commento  | 
domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Questi invece sono gli scatti che ho selezionato per mostrare i Bortolot in carne ed ossa, inviate – tra l’altro – anche alla nostra sezione locale del CAI di Vittorio Veneto, a corredo dell’articolo di Roberto che ci è stato pubblicato.

domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Ecco alcune fotografie che amo sull’escursione di quest’anno, scattate nei dintorni del Rifugio Marinelli, alle pendici del Monte Coglians (sulla sinistra, nella prima foto). Sono una piccola selezione tra le centinaia di foto che hanno riempito la memoria della fotocamera ed ora dell’harddisk.

domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

27 Agosto.

Finalmente, dopo un’attesa maggiore rispetto ad altri anni, parto insieme agli altri “Bortolot” per il nostro tour. Nell’avvicinamento passiamo per Sappada, Forni Avoltri, Collina. Lasciamo l’auto al Rifugio Tolazzi, a quota 1350 metri e verso le 10 iniziamo l’ascesa sceguendo il sentiero 143. All’agriturismo Casera Morareet mi faccio fare subito un panino col formaggio di malga e bevo latte appena munto.

Arriviamo al Rifugio Marinelli a quota 2122 metri appena dopo mezzogiorno. Qui ci ristoriamo ampiamente. Da segnalare il frico con polenta ed il pasticcio “de radici de campo” e salsiccia. I gestori sono rudi e simpatici. Gino di Collina, Monica di Sutrio, Caterina gestore e cuoca, e altri.

28 Agosto.

Robi ed io ci svegliamo all’alba per le foto di rito. Dal rifugio si gode di un panorama maestoso, anche se alle 6.15 soffia un gelo a dir poco pericoloso!

(pranzo, cena, notte e colazione 57 euro)

Partiamo alle 8 per l’ascensione al Coglians, dopo aver alleggerito un poco i nostri zaini. L’ascesa procede veloce e sempre più ripida, per due ore abbondanti, io sempre ultimo tra fatica e fotografie. Fotografo tutto ciò che vedo. Faccio fatica, però. A pochi metri dalla cima mi mancano le forze alle gambe. Mi prende la paura, ma bastano pochi minuti di riposo e trovo la forza di salire in vetta, di un incredibile paesaggio, goduto tutto fino in fondo. La discesa è impegnativa come la salita, ma meno faticosa e mi mette di buon umore.

Torniamo al Rifugio Marinelli giusti per pranzo, che è abbondante e buono. Pausa “digestione” per poi ripartire per il Rifugio Lambertenghi. Qui il sentiero parte innocuo – ha anche un nome, “Spinelli” – ed infatti per un bel pezzo il camminare è un dolce attraversamento in quota attorno al versante Sud del Coglians. Ma… l’imprevisto ci aspetta impietoso: ad un tratto ci si apre dinnanzi la vista del Lambertenghi, ma è lontano e separato da un ampio vallone che scopriamo dobbiamo scendere e risalire. La discesa è violenta, vertiginosa ed esposta. Parecchi tratti hanno la corda metallica. Ho paura, come sempre più spesso mi capita, ma riesco a raccogliere le forze e rimanere concentrato. Nessun errore mi porta via.

Arriviamo al rifugio verso le 16.30 in piena discussione sulla “pericolosa” discesa e vertiginosa ferrata (almeno pare a me) che ci ha colto di sorpresa tutti quanti ed ora ci fa discutere animatamente. Se ci ripenso credo che il primo pensiero sia stato quello di rimanere vivo, concentratissimo. Il secondo pensiero, arrivato alla fine della corda è stato quello di mandare a ‘fanculo i Bortolot… della serie “preferisco vivere…”

Dentro di me so già che non sarò mai un vero alpinista scalatore, di quelli che sanno il fatto loro mentre stanno in parete appesi da una corda ed un chiodo. E nemmeno mi pesa accettare questo limite: è vita loro, non la mia.

(Al Rifugio Ed.-Pichl-Hutte un giro di birre piccole 8,70 Euro)

29 Agosto.

E’ una sveglia senza alba questa, causa stanchezza e dolori muscolari… ma siamo tutti ugualmente pronti per il percorso del giorno: sul sentiero 403 che gira a Nord del Coglians e porta al Passo Monte Croce Carnico.

(mezza pensione al Rifugio Lambertenghi 32 Euro, altre bevande 6 Euro)

Partiti verso le 9.30, saremmo arrivati al Passo verso le 17.30 dopo una adeguata sosta alla Malga Valentin per un abbondante pranzo all’austriaca.  Anche oggi un banale imprevisto mi ha tolto un po’ di serenità fisica della camminata, un’abrasione estesa sull’interno coscia sinistra… che palle! E come brucia! Ma… gioia infinita, all’albergo “al Valico” sul Passo Monte Croce Carnico, una vera doccia calda mi ha resuscitato! Acqua calda di incredibile valore! Nei rifugi già lavarsi la faccia con l’acqua a meno di 3 gradi è un’impresa, figuriamoci rinfrescare qualche parte in più del proprio corpo già strapazzato da salite e crode, e soprattutto uno zaino gravato sempre da quei soliti, aggiuntivi, 5 chilogrammi di attrezzatura fotografica che pesano sempre più su corpo e spirito!

La sera al passo passa veloce al ritmo di tris di primi, anzi “bis di tris” di primi… sei primi… ;^)

30 Agosto.

La mattina del giorno del ritorno facciamo colazione al bar dell’albergo, anchilosati, doloranti e un po’ più silenziosi. Essendo su di un passo trafficato, ci girano intorno tantissimi avventori di passaggio, di un’umanità che viaggia, lavoratori e turisti.

(al valico cena notte e colazione 38 Euro)

Poi, appena passate le 8, ripartiamo veloci verso il Marinelli, che sappiamo ospita quel giorno la fanfara della Brigata Julia. La salita parte subito in salita e come al solito vengo distaccato. Mi girano le palle, così mi fermo ancora di più a far quattro foto alle marmotte che qui vivono pacifiche e numerose, così ritrovo una serenità profonda: in fin dei conti sono qui anche per “incontrarle” e fotografarle.

Raggiungo gli altri Bortolot che ne frattempo mi aspettano e, dopo un piccolo ristoro, ripartiamo con rinnovata energia e animo, tanto che mi ritrovo solitario davanti al gruppo, che mi raggiungerà subito dopo al rifugio. Al Marinotti c’è tutto un fermento: stanno per arrivare i mezzi della fanfara e pochi minuti sono tutti al rifugio. Tra i militari c’è anche una donna soldato, bella, ma fa strano. Attorno a me gente genuina che ama le montagne come noi e attende con ansia l’inizio della musica. Ed è concerto che echeggia tra monti.

(tra birre frico e altro 22,80 Euro)

Il pomeriggio è un ritorno all’auto disteso e sereno, con un poco di malinconia addosso e la coscienza piena di un tempo fortunato. Ultima chicca, un saluto alla gentile e simpatica Ines, sorella di Gino, giù a Collina, che ci ospita nella sua “Staipo” e crea un’ulteriore occasione di amicizia e cordialità.

domenica 31 agosto 2008 | Autore: Massimo

Pubblico qui la zona dell’escursione sul Monte Coglians… cliccando e trascinando col mouse si può navigare nella cartina:

Categoria: In Sintesi, Monte Coglians  | Tags: ,  | Lascia un Commento  | 
mercoledì 08 agosto 2007 | Autore: Roberto

Itinerario di sei giorni dal Passo Monte Croce Carnico a Cima Sappada – dal Coglians al Peralba

  • 1° giorno: Passo Monte Croce Carnico – Rif. Marinelli
  • 2° giorno: Rif. Marinelli – Monte Còglians – sentiero Spinotti – Rif. Lambertenghi Romanin al Passo di Volaia
  • 3° giorno: Rif. Lambertenghi – Passo Giramondo – Rif. Hochweisssteinhaus
  • 4° giorno: Rif. austriaco – Rif. P.F. Calvi (….. Chiadenis, ferrata)
  • 5° giorno: Rif. Calvi – Monte Peralba (vis normale Giovanni Paolo II o via ferrata Sartor)
  • 6° giorno: Rif. Calvi – anello attorno al Monte Chiadenis – Cima Sappada
Il logo dell'Escursione

Il logo dell'Escursione

Col Cuore all’Alba

Piove all’alba, gocce di sonno sugli zaini accatastati tra uno scompartimento e un sedile, piovono sogni sui serpentoni del passo, pioggia d’agosto che rinfresca escursionisti in gruppo, piove sugli scarponi arrampicati sul sentiero, sulle mantelle adagiate sulle spalle… refoli di vento trasportano nuvole e pace, piove, piove, piove fatica a zigzag fino al rifugio Marinelli e dentro ad esso scroscia accoglienza e calore al fuoco di una stufa… asciugano i cambi, asciugano le idee, asciugano le perle di sudore… piovono parole di conforto, si aprono mappe, si aprono obiettivi, si apre un convivio di idee e di cibi a sorreggere ugole e armonie e piovono nella notte lampi e saette… Nevica all’alba, fiocchi di cotone galleggiano nell’aria, fiocchi di panna coprono le tracce, il monte Còglians si dipana bianco e candido in alto, per questa volta irraggiungibile torrione… Nevica, Joseph, la guida, distilla saggi vocaboli di natura e prudenza… piove, poi non piove più, vento di tramontana sbatte sui visi e li accarezza sul sentiero Spinotti, lì in fondo e poi su al rifugio Lambertenghi al riparo dal quel vento che asciuga, respiro del mondo tra una guglia e uno specchio glaciale… tutt’intorno roccia, roccia e silenzio, silenzio e colori, colori e tramonti, e piccole onde su quel tratto glaciale, forse piove tra quei raggi coraggiosi che fendono le nubi e che giacciono a terra tiepidi e timidi piovono occhi sul bosco lontano, scuro, di un verde totale. Piovono piedi stanchi sul focolare e piovono cantori e piovono note di chitarra e piove voce di coro che scalda l’anima… e nel camerone piovono intrecci di nodi tra una finestra e l’altra e la luce è respinta, l’alba è più lunga… Sole sul lago Volaia, sole e nuvole e vento al Passo Giramondo e un girotondo corale sorride ai vagamondi in cammino…Al bivio si svolta, la traversata carnica oltre il lago Bordaglia, si snoda in anfiteatri meravigliosi… mucche e casolari, malghe e vegetazione puntellano qua e là un quadro di natura, cartoline e scatti che incidono l’iride di una luce brillante, piove stanchezza sulle spalle di molti, gocciola una sorpresa al sapore di sambuco, una dolce fata-pastora aromatizza formaggi e sapori di erbe si addensano sulle nostre labbra. Al Giogo Veranis non sfugge la vista di quel rifugio così difficile da pronunciare, Hochweisssteinhaus, e l’Austria si scorge oltre con la sua perfezione geometrica… All’interno del rifugio piove ordine di tavoli, ordine di sguardi, ordine di cibi, ordine di letti, disordine italiano nell’approcciare una festa di suoni, piove ordine immediato e allora grida e sorrisi lasciano il campo a bisbigli e sussurri che creano comunque atmosfera di gioia e piove serenità sui lager…Nebbia all’alba, tiepido sole lotta con forza e giunge infine a scrivere i suoi messaggi di tenerezza sui grigi intonaci delle crode… Sole quindi sul Passo dei Sappadini e sole sul ghiaione, imperdibile pista per adrenaline sopite… Piove e ripiove al Calvi poi non più e un manipolo sale sul Cjadenis a testare corde e moschettoni. La sera è infuocata di un orizzonte dalle mille tonalità e una luna grandiosa appena appesa a un fianco turrito gioca a magie coi profili e la notte porta con se le aspettative e le speranze… Nuvole sulla notte, stelle sul cammino, è ancora buio e le luci frontali squarciano la notte, si stagliano sul sentiero che penetra nel monte, sale e arranca sui pendii, raffredda gli entusiasmi un vento di ghiaccio… il canalone è lì, un’esile luce lo illumina, passi sicuri lo calpestano e lo vincono; sì, non piove sulla spalla del Peralba e la cima è lì a pochi minuti, non piove sull’alba ma piove gioia vera e soddisfazione tanta… Il giorno si sta svegliando dal suo sonno, tutt’attorno si intravede un barlume di azzurro, la luce del rifugio Calvi, in basso, saluta. Non piove sul torpore della notte ma nuvole ballerine a intervalli lanciano cristalli di neve… una lotta entusiasmante tra stelle, giorno, nuvole, luna, vento e il sole che al suo sorger spazza tutto dall’est salvo poi far l’occhiolino e rintanarsi dietro le nubi lasciando per scia una tavolozza dai mille colori… Dalla ferrata spuntano uno dopo l’altro caschetti soddisfatti e abbracci fraterni disegnano l’aere… Non piove sul ritorno festante al riparo del rifugio… Pioviggina sul pomeriggio rilassante e laborioso, incontri e sensazioni rincorrono le ore e la sera è crogiuolo di volti incantati… sole sulla mente che si riappropria dei ritmi delle cime e sul cuore che ringrazia… Sole sul cammino intorno al Chiadenis, sulle pietre e sulle sorgenti, sui mughi e sui larici, sulle radici e sulle arniche… a Cima Sappada un fuoco di bivacco col Siera di sentinella suggella amicizie e sedimenta esperienze di vita… Piove sul ritorno, gocce d’acqua bagnano i finestrini, gocce di nostalgia si dileguano tra i capelli, di ritorno dalla traversata carnica col cuore all’alba.

Roberto

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Un CUORALBA di grazie a : Maki, Luca “Panda”, Laura, Luca, Paolo, Dario, Lella, Robi, Maria C., Luca “Bubu”, Maria N., Marica, Franco, Fede, Daniele, Lele, Marco e poi a Sepp (per i consigli), a Giampiero ( per l’accoglienza), a d. Engelberg (per le foto), a Christian (per il te e il caffè delle tre), ai do pensionati de San Martin (per il supporto logistico), a d. Angelo, Simone e Andrea (per il gradito incontro a sorpresa), a Michele, Ombrette, Giuseppe e Renata (per l’ospitalità), a d. Giovani “camminamonti” Dan, al Baby Camping S. Martino, alla legna per il fuoco, al CAI (perché siamo tutti a buona ragione tesserati), alla grappa battezzata “Còglians”, a Jukaidì Jukaidà, a Giulio e Anna (buona fortuna davvero!!!), a “va par là”, al minestrone/salsicce con polenta/spaghetti al ragù, alla cioccolata di ogni ordine e grado, a Walter, all’APT Carnia e soprattutto alla grande amicizia di Jan con zaino, uno e chitarra.