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martedì 02 novembre 2010 | Autore: Roberto

Eccomi qua anche quest’anno a ricostruire la trama di un’avventura di montagna, a riempire con i miei ricordi un foglio di carta ancora vuoto e a fare in modo di poterne condividere la gioia, assieme a chi c’era, certo, ma assieme anche a tutti coloro che non c’erano e che vogliono per qualunque motivo sapere come è andata. Il trekking settimanale che sto per raccontarvi ha preso il nome di “Spizentin” e noi che l’abbiamo intrapreso, tra l’11 e il 16 agosto, ci chiamiamo “Relamàt” (In pratica siamo una sorta di “Belumàt”, solo che invece che da Belluno siamo da REvine LAgo). Sì, perché ogni anno, in base a dove decidiamo di andare e a cosa ci proponiamo di fare, quando ci si trova con Mastro-Robi per mettere insieme le idee sul percorso, ne esce sempre un nome nuovo, unico, diverso da tutti gli altri… così come unica e sempre diversa è in effetti anche ogni nostra avventura. C’è solo una costante che si ripete ogni anno e che non verrà mai messa in discussione cioè il fatto che si camminerà in montagna!

Quindi Spizentin è il nome della nostra camminata estiva 2010, un itinerario che ha unito il Col Visentin agli Spitz di Mezzodì. La scelta del percorso è stata dettata da molteplici fattori, ma in particolare dal fatto che buona parte dei più assidui partecipanti degli anni precedenti si è trovata a dover affrontare problemi con il lavoro. Annoverando tra i fedelissimi infermiere, ostetriche, viticoltori, studenti in stage e lavoratori a turni, è sempre stato difficile far combaciare i periodi di ferie e quest’anno, più ancora che negli altri, si è rivelata davvero un’impresa impossibile. La scelta di un itinerario vicino e con molte vie di accesso avrebbe quindi facilitato di gran lunga tutti coloro che si potevano aggregare solo per una parte del viaggio.

La partenza è stata una vera chicca, perché dopo sei anni in cui il ritrovo era sempre stato in stazione ferroviaria, questa volta siamo partiti a piedi. Niente treni, autobus, bus navetta o altri mezzi motorizzati. Nossignori, si parte camminando! Dopotutto stiamo affrontando un trekking, non vi pare? Perciò, molto più tardi del solito, dalla piazza di Revine e più precisamente proprio sotto casa di Mastro-Robi, ci siamo diretti “a piedi” verso i monti di cui eravamo “ai piedi”. All’appello c’erano, oltre ovviamente al sottoscritto (Bubu) e a Mastro-Robi, anche i “soliti” Albe (che è partito a piedi da Vittorio!), Darius, Giomo, Lella, Stefano, Lele e Fede e, infine, gli “insoliti” Daniele, M. Chiara, Roberto, Zanella, Davide e Sabrina (questi ultimi quattro alla loro prima partecipazione). Quindici è un ottimo numero per cominciare.

Ma veniamo al “calvario” iniziale. Siam partiti alle dieci di mattina, sotto un sole cocente, non ancora abituati agli zaini pesantissimi, percorrendo proprio la Via Crucis che conduce al Santuario di San Francesco di Paola… diciamo che questo inizio non gioca propriamente a nostro favore quando vogliamo spacciarci per esperti di montagna… eh eh! Vabbè, in ogni caso, con l’ausilio di innumerevoli pause, abbiamo risalito tutta la dorsale di questo incantevole segmento di Prealpi Trevigiane, per sbucare quasi in vetta al M.te Cor, all’altezza delle Casere Frascon. Una visuale fantastica sulla pianura si è aperta sotto di noi, seppur pervasa dall’inevitabile, afosa cappa di foschia estiva. Conoscendo bene il luogo, avevamo deciso già da un po’ che sarebbe stata proprio lì l’agognata pausa pranzo. Il tragitto è poi ripreso nel pomeriggio lungo le erbose creste ondulate che spesso mi capita di osservare anche da casa (abito a Mareno di Piave) quando cerco di dare i nomi a ogni gobba della linea che unisce il Cesen al Visentin.

Su e giù, su e giù, su e giù… quando si percorre quel tratto di sentiero, le antenne del Rif. 5° Artiglieria Alpina compaiono e scompaiono mille volte, ma sembrano non avvicinarsi mai. Per fortuna l’incontro con un gregge di pecore e con alcune specie indigene di funghi mangerecci ha rallegrato la nostra traversata. Una volta arrivati a forcella Zoppei sembrava ormai di essere sotto al rifugio, ma mancava ancora un bel po’. Il gruppone si è frammentato in più gruppetti e ci siamo ricongiunti tutti soltanto all’arrivo. I gestori ci hanno subito accolti bene, positivamente stupiti dal fatto che fossimo in quindici e non soltanto in due come era loro erroneamente parso di capire dalla telefonata di prenotazione. Per cena gran pastasciutta del “cogo” e funghi indigeni mangerecci. Sfruttando la lunga strada bianca carrabile, è venuto a trovarci a sorpresa il buon Marchetto, che ha passato la serata con noi, ma ci ha dovuto subito salutare perché la mattina seguente il turno in fabbrica lo aspettava.

Una notte “umida” ci ha gettati di prepotenza nel leitmotiv meteo della settimana. Infatti, salutati Davide e Sabrina che, sempre per motivi di lavoro, sono dovuti rientrare verso Vittorio V.to, ci siamo accorti dei cupi nuvoloni neri e tuonanti, provenienti da ovest, che hanno aspettato giusto cinque minuti dopo la nostra partenza, per scaricarci in testa la prima pioggia della Spizentin. Fuori i ponci e i k-way e via sotto gli scrosci fino a piazzale Nevegal. Da lì l’obbiettivo era la stazione FFSS di Belluno, da raggiungersi con interminabile discesa ricca di tratti asfaltati. Qualcuno lassù, mosso da pietà, ci ha risparmiato nel tratto più noioso e spacca-gambe di tutta la settimana chiudendo i rubinetti. Fino al giorno dopo non sarebbe più piovuto. Alla stazione del capoluogo Lele, in forte sofferenza per mancanza di allenamento e forse per aver un po’ esagerato coi ritmi il giorno prima, ci ha abbandonato ritenendo di non riuscire più a continuare.

La Valbelluna è lunghissima da attraversare a piedi e lo spostamento in corriera era stato ovviamente già predisposto in fase organizzativa. Da Belluno a “La Pissa” (fermata DolomitiBus della valle del Cordevole, dedicata quasi esclusivamente al sentiero CAI che poi abbiamo imboccato) saranno sì e no venti minuti, un “extra” che piace poco ai “puristi del trekking”, ma necessario per seguire il nostro tracciato. Qui ci ha raggiunti in auto Marica e siamo partiti per il ripido sentiero 503 che, una volta agganciata la carrareccia che porta al Rif. Bianchet, ci ha guidati per tutta la Val Vescovà. Come la prima sera, nell’ultimo tratto, il gruppone dei Relamàt si è di nuovo spezzettato. Questo è servito a non creare code al momento della doccia che, dopo due giorni, in molti abbiamo fatto volentieri. L’accoglienza di Valerio e di tutta la sua famiglia (suo genero è il noto Paolo Sani) è stata davvero fantastica e lo stesso si può dire della cena.

Per il giorno successivo era in programma, per chiunque se la fosse sentita (in teoria tutti, in pratica ben pochi), la salita al bivacco della Bernardina alla Gusela del Vescovà con l’aggiunta della vetta della Schiara per i “ferratisti” attrezzati. Poi nel pomeriggio ci saremmo dovuti portare con calma verso il vicino Rif. Pian de Fontana. Il meteo invece ci ha nuovamente fatto i dispetti: dopo un risveglio di primo mattino che sembrava promettere veramente bene, ecco le solite dense nubi a coprire tutto il cielo. Alla fine, in quattro coraggiosi, accompagnati da Milena, atletica “ragazza” sessantenne amica di Valerio, abbiamo raggiunto con non poca soddisfazione il bivacco per sostarvi un po’ dentro e tornare poi indietro sullo stesso sentiero. Se il tempo ci ha graziati in salita, non è stato lo stesso in discesa. Ha piovuto per oltre un’ora “a secie reverse”. Per fortuna niente tuoni, solo pioggia, pioggia e, seppur più moderata, ancora pioggia.

Alla fine abbiamo pranzato al Bianchet approfittando della già menzionata ottima ospitalità e lì siamo rimasti fino al pomeriggio quando è ci stata concessa la prima tregua. Salutati Marica e Giomo che (diretti rispettivamente in ospedale a Treviso per il turno e a Lignano per le ferie al mare) hanno preso la direzione opposta, ci siamo diretti di corsa verso est, percorrendo l’aereo sentiero 514 che dopo un iniziale tratto in salita conduce fino a forcella La Varéta tra ripidissimi prati, regalando splendidi eterei scorci di nubi e montagne. Da qui un tratto scivoloso in discesa e una breve risalita ci hanno fatto arrivare comunque abbastanza asciutti fino al Rif. Pian de Fontana. Abbiamo cenato subito, visto che era ormai ora passata.

Bisogna dire che rispetto agli anni precedenti, un po’ per la scelta dell’itinerario, ma molto di più a causa del meteo avverso, si è camminato assai di meno e si è mangiato molto, molto di più. E’ giusto dire che, vista la distanza abbastanza ridotta tra i vari rifugi, per ogni giornata era stata prevista una variante o l’aggiunta di una vetta o una forcella o un bivacco da raggiungere dopo aver lasciato il grosso dello zaino in rifugio. Ma se questo sistema permette di camminare più “leggeri” e permette anche a chi è più stanco di aspettarsene al coperto il rientro degli altri, allo stesso modo, se piove a dirotto, questo sistema convince tutti anche a scegliere di rimanere al calduccio, coccolati dal calore di un caminetto, a “magnar e bever” fino a che non si decide a smettere. Gli anni precedenti, quando pioveva, ti toccava sempre prendertela perché il prossimo rifugio era lontano, così lontano che non si poteva nemmeno aspettare più di tanto per partire! Quest’anno non è stata così e, nonostante una leggera amarezza personale perché in queste avventure mi piace di più lo stile “eroico”, bisogna anche ammettere una cosa: ai Relamàt riescono molto bene anche i momenti conviviali in rifugio.

Finalmente all’indomani il tempo per un po’ ha voltato faccia. Sole e cielo azzurro con poche nuvole. Come da programma abbiamo dovuto salutare altri due membri dell’equipaggio che per motivi di lavoro non potevano più proseguire, il buon Daniele e Zanella, grande giullare e dispensatore di buonumore 24/24h. La triste sorpresa è stata che anche Roberto e Stefano, sfruttando il passaggio che gli altri due avrebbero loro offerto una volta a Soffranco, avevano deciso di abbandonare. Il primo per dichiarati problemi fisici alle gambe e il secondo, probabilmente, per sopraggiunta depressione meteoropatica. Ecco che la Spizentin, così ricca di punti di accesso per chi voleva aggregarsi in qualsiasi momento, si è rivelata in realtà ricca di vie di fuga, rese più scorrevoli dalla pioggia.

Così, rimasti in sette (e qui siamo veramente al minimo storico), abbiamo risalito il ripido crinale erboso alle spalle del rifugio, sempre seguendo il sentiero 514 fino a portarci nel Vant de Zità de Fora, sotto alle tre cime de Zità. Un posto di una bellezza incredibile. Abbiamo pranzato in forcella, all’aperto, dopo tre giorni finalmente al sole, anche se nuove nuvole si stavano rapidamente accumulando attorno alle cime. Dopo una lunga sosta e la brevissima facile scalata a una delle tre cupole rocciose che formano questo gruppo, siamo scesi sull’altro versante per giungere, attraverso paesaggi da “Signore degli Anelli”, fino al Rif. Pramperet appena un attimo prima che la pioggia raggiungesse noi. Ad aspettarci con un te caldo abbiamo trovato Stefano, Marta e Laura che ci avevano avvisato già il giorno prima di questa loro breve incursione. Il temporalone che si è abbattuto sopra di noi quella sera ha però fatto sì che i nostri amici decidessero di fermarsi anche a dormire. Qui si è verificato un simpatico paradosso: Laura, che il giorno dopo doveva lavorare, si è trovata a non poterci andare perché era bloccata dalla montagna in barba a tutti coloro che in montagna non ci sono potuti venire, perché erano bloccati dal lavoro. La notte ricordo di averla passata sul terzo piano del letto a castello, a pochi centimetri dal tetto con un rumore assordante di pioggia scrosciante e tuoni a non finire.

Al mattino di nuovo sprazzi di sereno. Ma sapevamo tutti che non era una situazione stabile. Stefano, Marta e Laura hanno approfittato subito per ripartire e li ha seguiti Fede, che già dal giorno prima non si sentiva molto bene. Noi sei superstiti Relamàt, al nuovo record minimo di partecipazione, siamo rimasti in rifugio, perché le previsioni davano un miglioramento più sensibile solo dal pomeriggio. Così, mentre fuori si alternavano piovaschi e schiarite, abbiamo trascorso l’intera mattinata decorando, com’è usanza, le magliette di ciascuno con auguri, dediche e frasi simpatiche. Dopo pranzo siamo ripartiti e dopo soli tre minuti sono nuovamente dovuti uscire allo scoperto anche i ponci. Questa volta però siamo stati graziati: la cosa è durata pochi minuti e siamo riusciti a scendere sotto un tiepido sole per buona parte della Val Prampèr fino a congiungerci con il cartello che indicava a destra il sentiero 534.

Proprio lì si è proceduto con il consueto gelido bagno nel torrente. I Relamàt maschi, in costume da mare, si sono immersi completamente come ogni anno per dimostrare alle femmine, che in realtà li scherniscono puntualmente, quanto siano impavidi e coraggiosi. Beh, coraggio a parte, non abbiamo fatto in tempo a concludere il rituale che dopo dieci minuti ci siamo lavati di nuovo sotto l’ennesimo acquazzone. Questa volta, tra l’altro, avremmo dovuto risalire una piccola ferratina appoggiata sulla parete di un canalone, ma abbiamo prudentemente preferito aspettare sotto un piccolo tetto di roccia che le ostilità finissero. Dopo un’oretta siamo riusciti a ripartire affrontando il sentiero attrezzato in contromano rispetto all’acqua. Acqua che, nonostante avesse smesso di piovere, ancora scendeva a cascatelle da ogni minimo salto di roccia. Superato questo tratto siamo arrivati “sora’l sass” e dopo un quarto d’ora eravamo in vista dell’omonimo, accogliente rifugio. A questo punto, con Mastro-Robi e Albe, asciugatisi un po’ e abbandonati gli zaini, siamo andati a recuperare Marica e Lucia, che avevano lasciato l’auto a Forno di Zoldo e ci hanno raggiunto per l’ultima notte.

Ultimo giorno. Nonostante la pioggia, nonostante le tappe più corte e nonostante le quote più basse rispetto a quanto eravamo abituati negli anni precedenti, devo dire che non è cambiata minimamente nella mia testa quella sensazione di “malinconia da epilogo” che mi prende ogni volta, quando penso che alla sera farò ritorno a casa. C’è poco da fare, mi piace troppo questa cosa, gli amici, dormire in rifugio, vivere la montagna, lo spostarsi a piedi con fatica e lo stupore dietro ogni panorama, dietro a ogni angolo… Salutati i gestori e la povera Marica, che ha preso per cause di forza maggiore la direzione opposta, ci siamo portati sul sentiero 532, diretti al Gran Belvedere. Io e Darius abbiamo scelto l’alternativa del sentiero 533 che invece che al Belvedere, intasato di nuvole, ci ha portati fino all’impervia forcella La Porta. Tanta nebbia sì, ma anche tanti scorci stupendi di grande verticalità e qualche camoscio che ci controllava guardingo, aggirandoci dietro agli speroncini di roccia, i tipici “spitz”. Una volta alla forcella ci siamo portati in cima a una di queste piccole torrette e ci siamo finiti con piacere tutta la carne secca rimasta tra le provviste del Darius.

Poi giù di corsa fra le ghiaie per ricongiungerci con gli altri alla forcella di Col Pelos, di nuovo sul 532. Qui è cominciato il lungo anello panoramico che, attraverso le cime di Col Pelos e le casere Col Marsang (sentiero 531), aggira sul lato ovest gli Spitz portandoci in centro a Forno di Zoldo. Proprio mentre eravamo in vista delle prime case del paese, ecco che ha ricominciato a gocciolare. Sono tre anni del resto, che la pioggia ci saluta nell’ultima tappa del trekking, ma questa volta francamente, non l’abbiamo presa con molta filosofia. E per concludere, al gelato che da mesi ci eravamo prefissati di prendere una volta giunti a Forno, sono subentrati toast, birre e anche qualche te caldo. La corriera Dolomitibus delle sei meno dieci ci ha depositati a Longarone dove abbiamo dovuto aspettare quasi tre ore per prendere il treno diretto a Vittorio. Una divertente pizza in centro ha decisamente dato un valore aggiunto alla lunga serata di attesa.

Come posso concludere? Beh… senza dubbio la Spizentin è nata “un po’ così”, insolita, strana, diversa dalle altre. Una partenza “diversa”, un itinerario “diverso”, un meteo e una partecipazione “diversi”. Ma ha regalato, a chi come me l’ha vissuta dall’inizio alla fine, una montagna nuova, un mondo regolato ancor più del solito dalle forze della natura, dalla pioggia e dal vento, dall’acqua e dall’aria, da due elementi che possono permettersi di giocare tra i labirinti delle valli, di nascondersi e muoversi tra le pareti, percorrendo distanze a velocità incredibili e saltellando da una parte all’altra mosse solo da loro stesse e dalla forza di gravità. Mentre noi, sotto, non possiamo fare altro che ammirare. Perché anche tutto questo ha un suo fascino: provate a pensare a tutti quei piccoli scorci incorniciati dalle nubi, alle cupe sagome dei massicci celate dalla foschia, allo scrosciare della pioggia che scandisce il tempo nel caldo accogliente dei rifugi, all’incomprensibile e inaudita potenza dei tuoni e dei fulmini. E’ proprio vero, noi non possiamo fare altro che ammirare con stupore e rispetto la grandezza del creato… aspettando che queste forze, una volta soddisfatte, ci cedano finalmente il passo.

 Luca “Bubu”

venerdì 12 febbraio 2010 | Autore: Roberto

“Ehi! Ehiiii!!! Svegliati dai che sono le 6 meno 10…” Ma cos’ha mia mamma da rompere adesso, si sta così bene a letto… “Dai, tirati su! Ma a che ora ti vengono a prendere?…”  Sì… zzzzzzzzz… mi vengono a prend… zzzzzzz…  mi vengono a prendere?! Ma per andare dove?!?  Poi realizzo. Mi alzo di scatto come un velocista sui blocchi di partenza! Mamma, sono già le 5.55, dovevo alzarmi mezzora fa! Tiro subito un sospiro di sollievo quando ricordo che questo è il primo anno che ho tutta la roba pronta dalla sera prima e dopo soli venticinque minuti mi ritrovo catapultato sul treno diretto a Calalzo. A Conegliano saliamo in tre, Bubu Sherman e Buso, il resto della comitiva si aggregherà alla stazione di Vittorio Veneto. Le ruote del convoglio stridono sotto la morsa dei freni e dalla porta ecco sbucare finalmente i vari Robi, Marica, Lella, Dario, Giomo, Albe, Lele, Franchino, Gabri, Stefano, Giulia e Manuele.

Per chi non ricordasse l’articolo dell’anno scorso, quello che facciamo ogni estate ormai da sei anni non è solo un semplice trekking di una settimana. E’ piuttosto un “carrozzone” itinerante, carico di storie, di esperienze, di amicizie… è un continuo susseguirsi di emozioni, condivisioni, immense gioie ed estenuanti fatiche, il tutto condito di quel sale che solo la montagna sa offrire. I partecipanti sono i più svariati, tutti molto diversi l’uno dall’altro, ci sono i frequentatori abituali della montagna e ci sono i neofiti, ci sono i “cittadini” e i “campagnoli”, ci sono gli irriducibili e quelli che salgono una volta soltanto su questo carrozzone, per poi scomparire o riapparire quasi per magia qualche anno dopo. L’unica cosa sicura è che si parte tutti assieme e che tutti assieme dovremo faticare e divertirci, divertirci e faticare, il resto poi verrà da sé.

Quest’anno il percorso ci porterà da Sappada a Padola, tragitto inverso e diverso rispetto a quello della prima edizione del 2004. La scelta di tornare a collegare nuovamente queste due splendide località non è stata dettata dal caso: Robi il padre fondatore di quest’avventura, ha voluto rendere omaggio così al ricordo di Don Antonio Rosolen e ai 40 anni del suo Campeggio. In questi luoghi infatti la parrocchia di San Martino di Colle Umberto (alla quale si è aggiunta negli ultimi anni quella di Revine Lago), ha visto nascere e crescere questo sogno estivo che vede tuttora impegnati nell’animazione gran parte dei partecipanti a questo trekking.

Primo giorno – In treno già si respira aria di festa, le facce sono distese, le porte automatiche si chiudono. Sono le 6.43 del 17 agosto 2009, si parte. “Padolada” è cominciata! Giunti a Calalzo attendiamo pazientemente il bus che ci porterà fino a Cima Sappada sostando presso il bar della stazione e alleggerendo Robi di uno dei pesi che porta sempre per noi all’interno del suo zaino stile Mary Poppins: una gustosa torta fatta in casa sparisce in men che non si dica tra le fauci agguerrite di noi “Padoleri”. Un simpatico pulmino prende poi il posto della corriera e con due viaggi, in meno di mezzora, ci trasporta tutti fino a Baita del Rododendro dove avranno inizio le vere fatiche.

Sotto un sole che spacca le pietre cominciamo a inerpicarci per il ripido sentiero che conduce ai Laghi d’Olbe. Approfittiamo di qualche cascatella lungo il percorso per rinfrescarci, Lella ripete insistentemente che vorrebbe dell’anguria, forse siamo partiti un po’ troppo forte! Ai laghi optiamo quindi per una sosta pranzo anticipata, qualcuno ha veramente bisogno di riposare. Alcuni di noi avevano intenzione di fare un bagno rinfrescante ma delle simpatiche vacche ci anticipano proprio sul più bello invitandoci ad affidare il nostro battesimo per immersione ad un altro specchio d’acqua. Diamo da mangiare anche ai voracissimi e numerosissimi pescetti che invadono le vicinanze della riva e infine ci decidiamo a ripartire alla volta del Passo del Mulo.

La salita è ripida e il sentiero sale zigzagando; la comitiva si sfilaccia, si divide in piccoli gruppetti, ognuno col suo ritmo, ma in cima ci si aspetta tutti. Avanzare compatto per un gruppo così numeroso non è per nulla facile, e con gli anni questa si è rivelata la strategia migliore, è bello poi notare come i gruppetti che si formano siano sempre diversi, con questo sistema non si finisce affatto per dividersi, anzi, ci si conosce meglio interagendo con pochi e cambiando spesso. Alla fine si finisce per amalgamarsi meglio tutti e anche al termine di questi sei giorni sono sicuro che saremo molto più uniti di quando siamo partiti.

Dopo aver ammirato e fotografato per bene il fantastico panorama del Peralba e della Cresta Carnica, si comincia la discesa ed anche qui è bello notare la differenza degli stili: il ripidissimo ghiaione che ricopre il versante nord vede alcuni di noi scendere in picchiata mentre altri preferiscono mettere lentamente un piede davanti all’altro come se camminassero sulle uova. Ci si aspetta nuovamente, si riparte e ci si separa di nuovo fino a giungere dapprima nei pressi delle sorgenti del Piave e poi, con gran tirata finale, al Rif. Calvi che ci ospiterà la prima notte. Qui i più temerari però hanno ancora una cartuccia da sparare. C’è la vetta del Peralba da conquistare in memoria dei campeggiatori che tante volte l’hanno salito. Robi convince gli amici gestori a ritardare l’orario di cena per tutti e, con il sottoscritto, Buso, Sherman, Albe, Manuele, Gabri e una sorprendente Lella, partiamo per andare a gustarci il tramonto a quasi 2700m di quota. Gabri desiste quasi subito sopraffatto dai crampi, ma noi ce la facciamo. E’ proprio una toccata e fuga ma ne vale assolutamente la pena, in più abbiamo ricevuto dai gestori l’onore di sostituire il vecchio libro di vetta con quello nuovo e portiamo orgogliosamente a termine la missione. Quando rientriamo al rifugio è buio pesto e le torce che ci siamo prudentemente portati appresso ci guidano sino all’ingresso. Una cena strepitosa e abbondantissima conclude la giornata.

Secondo giorno – La sveglia suona presto, inizia una lunga giornata: quest’anno come di consueto, abbiamo studiato il percorso (io sono uno degli incaricati) in modo da faticare parecchio i primi giorni per poi riposarci nella parte finale. Oggi si entra nel clou di questo particolare meccanismo visto che dal Calvi dobbiamo arrivare fino all’austriaco Porze Hütte. Da mesi il dibattito fra noi tecnici dell’itinerario è il seguente: procediamo sopra la Cresta Carnica sul “panoramicissimo” sentiero 172 oppure optiamo per la più comoda e bassa Strada delle Malghe? Abbiamo fatto anche un paio di ricognizioni per cercare di capire l’entità delle forze in gioco, ma hanno portato solo ulteriore confusione: fatto sta che lasciamo il Calvi senza ancora aver deciso.

Alcuni di noi, lungo la breve salita al Passo dell’Oregone realizzano di essere ancora stanchi dal giorno prima e per di più Marica non sta per niente bene. Al momento del bivio proseguiamo perciò tutti per la strada delle malghe, anche se tra gli arditi del gruppo si vocifera della possibilità di riallacciarsi più avanti al mitico sentiero in cresta. Si procede piano, con innumerevoli pause che rompono il ritmo e danno l’impressione di non andare più avanti. La svolta arriva a Casera Antola di Sopra, dove la sosta di rito si prolunga oltre il solito: il gruppo si divide in due parti, uno affronterà la Cresta Carnica e l’altro proseguirà per il Sentiero delle Malghe. Ritrovo per tutti al Porze Hütte, ma radio sempre accese per tenerci in contatto. Faccio parte del gruppo degli arditi, perciò saluto tutti gli altri che sorseggiano il buon te caldo della casera e riprendo il cammino. Per un’oretta buona proseguiamo in quota parallelamente alle creste e finalmente troviamo il segno bianco-rosso con chiara indicazione di svolta a destra per la Cresta Carnica. Lì il sentiero svanisce e iniziamo a percorrere un lunghissimo pendio prativo che sale, sale, sale fino ad una croce lassù, piccola piccola… erba alta, niente tracce, niente bolli o sentieri segnati… ognuno per la sua strada, a “scaveza-camp”. Per fortuna non ci sono pericoli, solo marmotte in quantità che corrono su e giù nascoste fra l’erba altissima infastidite probabilmente dal nostro passaggio. Arrivo per primo in forcella e mi accorgo che quella che avevamo ipotizzato essere una croce è in realtà un semplice palo di legno, poco male, dietro si apre un panorama fantastico… ora anche l’occhio può prendere fiato e sconfinare oltre le cime più lontane, da una parte Italia e dall’altra l’Austria: ragazzi, siamo proprio a cavallo!

Dopo una sosta spuntino ripartiamo e ci gustiamo a pieno questa bellissima traversata, su e giù, tra prati verdissimi e cielo. Ogni tanto le nostre modeste radio riescono a metterci in contatto con gli altri e a un certo punto li abbiamo anche a contatto visivo. Ci spiegano che il loro itinerario è risultato essere ancor più facile del previsto e che si stanno fermando a far festa in ogni malga. In una hanno addirittura trovato dei simpatici signori che hanno allestito una sorta di “balera”. Noi invece ci rendiamo conto che stiamo facendo tanto dislivello perché il profilo di cresta è tutt’altro che pianeggiante, ma siamo contenti della nostra fatica aggiuntiva e ci prefiggiamo l’obbiettivo di arrivare prima dei “filo-malgari”. Ridiscendiamo infine fino a Forcella Dignas e subito dietro troviamo il rifugio austriaco Porze aspettando una buona mezzora prima che l’altra squadra ci raggiunga. Siamo arrivati primi!

Il Porze è un rifugio bellissimo ma con gli “hütte” e coi gestori austriaci noi Padoleri non abbiamo mai avuto grande feeling, per carità i ragazzi che ci hanno accolto sono impeccabili, ma il loro temperamento rigido poco si amalgama col nostro spirito goliardico e quindi veniamo un po’ frenati sia sul piano alimentare sia su quello canoro. Per fortuna ciascun gruppo ha da raccontare all’altro un sacco di aneddoti e trascorriamo comunque una piacevole serata.

Terzo giorno – Con Albe, Buso, Gabri e Sherman lascio prima degli altri il rifugio: per noi padoleri d’alta quota oggi altra “giornatona”: in programma l’ascesa al monte Porze-Palombino (perché austriaci e italiani non riescono mai ad accordarsi per dare un nome unico alle cose?) e il sentiero attrezzato C. D’Ambros per ricongiungerci infine con il resto della compagnia al Filmoor Hütte. Gli altri partiranno più tardi  e raggiungeranno questo curioso rifugio percorrendo il comodo sentiero 403. Risalita forcella Dignas proseguiamo il nostro viaggio sulla Cresta Carnica da dove lo avevamo interrotto. La cosa assurda è che questo tratto di sentiero lo abbiamo percorso in tre di noi già la settimana scorsa, era in sostanza una delle “ricognizioni” che avevamo effettuato io Albe e Sherman, ma non ci pesa affatto ripeterlo, anzi… infiliamo gli imbraghi (che dovrebbero non servire, ma non si sa mai) e iniziamo a inerpicarci su questo maestoso zoccolo roccioso. La salita non è impegnativa e i panorami sono davvero impagabili. Dopo un ultimo tratto facile, arriviamo in cima e ci sediamo a sgranocchiare qualcosa sotto la maestosa croce di vetta. La pausa è breve, ripartiamo subito perché sappiamo che la strada è ancora tanta. Effettuiamo la discesa su un altro tratto attrezzato che questa volta non conosciamo e dopo un incontro ravvicinato con un simpatico gregge raggiungiamo l’inizio della ferrata D’Ambros.

Questo itinerario che attraversa tutta la Cresta della Pitturina collegando Cima Vallona al Monte Cavallino non è altro che un vecchio percorso di guerra pieno di gallerie, trincee e resti bellici. Il sentiero è molto “aereo” e in alcuni punti ben esposto, il buon Albe lamenta il fatto che ci sono tratti dove la corda metallica è usata a sproposito, mentre in altri dove servirebbe non c’è nemmeno l’ombra di un chiodo. Procediamo lentamente gustandoci questo bellissimo scorcio di montagna, riusciamo anche a comunicare via radio: gli altri ci stanno osservando dal Filmoor dove sono giunti già da un bel po’. Una volta ricongiunti scopriamo questo fantastico rifugio che si discosta non poco dagli altri Hütte incontrati fino ad ora. Il gestore, il signor Günter è proprio un personaggio, viene da Vienna e si presenta con capelli lunghi, gilet in pelle marrone, zoccoli di legno, è cordialissimo e nella fontanella appena fuori dal rifugio tiene in fresca un centinaio di lattine di bibite che fanno proprio gola. Anche la cornice attorno, con il Cavallino a dominare la scena, è davvero spettacolare. Ci fermiamo un pezzo e recuperiamo tutto quello che non siamo riusciti a ingerire la sera prima.

Ripartire è dura ma è necessario se vogliamo arrivare prima del buio. Il lungo sentiero 146 ci accompagna di nuovo fra verdissimi prati, marmotte e vacche al pascolo. Davanti a noi vediamo avvicinarsi sempre di più il Col Quaternà, altro obbiettivo della Padolada. Robi è deciso a conquistarne la cima perché l’ultima volta l’aveva salita da bambino quando era campeggiatore e oltretutto perché era in programma anche alla Sappadola, ma avevamo dovuto rinunciarvi a causa del forte ritardo in cui ci trovavamo quel giorno. Saliamo quasi tutti, in fondo si tratta di una deviazione di poco più di un centinaio di metri. In cima festeggiamo, ma ricordiamo anche in silenzio tutto ciò che questo colle ha rappresentato nei lontani tempi di guerra. E’ veramente un momento significativo. Ma è tardi, dobbiamo affrettarci e scendere giù fino a Casera Rinfreddo. Il gruppo di gestori ci accoglie a braccia aperte. E’ un vero agriturismo più che un rifugio: acqua calda, cena ottima, possibilità di cantare fino a tardi e di far festa. Poi tutti in branda, le tappe più impegnative son finite e domani è un altro giorno!

Quarto giorno – Mi alzo con un pensiero fisso, oggi Maki si aggregherà alla comitiva. Ho proprio voglia di vederla e di condividere con lei tutto questo. Quella odierna è la giornata più facile, poche ore di cammino e dislivello relativo, possiamo proprio prendercela con calma. Colazione abbondante, foto di rito con i gestori e partenza blanda, in discesa, verso il Passo Monte Croce di Comelico, unico incontro del nostro viaggio con il mondo civilizzato.

Il serpentone d’asfalto e il parcheggio a pagamento stracolmo e gestito dai cinesi ci ricordano brutalmente la dimensione reale del mondo in cui normalmente viviamo. Credo di parlare a nome di tutti quando dico di essere ben felice di avere davanti ancora altri tre giorni di montagna… Per fortuna una folta chioma di lunghi capelli biondi e due occhioni azzurro cielo distolgono il mio sguardo dalle roboanti moto che percorrono la statale 52. Ora c’è anche Maki. Penso tra me e me che di più proprio non potrei chiedere. Ma ecco che la comitiva che è venuta a trovarci (fatta di genitori e amici) estrae dal baule dell’auto una quantità indefinita di panini con formaggio e affettati… Vado in visibilio, sono quasi commosso, nulla sembra poter rovinare tutto questo quand’ecco che, al termine del banchetto, giunge una triste sorpresa: Manu ci abbandona. Prima di partire con noi ha affrontato una estenuante settimana di trekking in solitaria in Valle d’Aosta ed è tornato con un ginocchio infiammato; il riposo di qualche giorno sembrava aver risolto tutto ma la ripartenza dopo troppo poco tempo non è stata affatto gradita dall’articolazione incriminata. Il risultato è che il nostro amico zoppica da due giorni e preferisce non rischiare di peggiorare la situazione. Se ne torna a casa. A malincuore lo salutiamo con la promessa di ritrovaci tutti assieme al nostro ritorno e riprendiamo la via per il Rifugio Berti, riparo delle nostre prossime due notti.

Saliamo senza fretta dividendoci e aspettandoci più volte come nostra abitudine. Da Pian de la Biscia proseguiamo poi a ranghi compatti. L’atmosfera è tornata allegra, Buso, fino ad ora spento, si riaccende come di colpo e comincia a tenere banco facendo il pagliaccio. Lo fa per tutto il tempo, non riusciamo più a spegnerlo, canta, urla, scherza, ride, organizza persino un “percorso salute” improvvisato e alcuni di noi ci cimentiamo nelle più svariate e assurde discipline che esso propone. A questa simpatica baraonda prende parte un numero sempre crescente di Padoleri. Quando poi, intorno alle 14.00, arriviamo sul terrazzo del rifugio, che è stracolmo di gente, attiriamo subito l’attenzione di tutti. Inizialmente sono preso dal timore di poter recare fastidio: di solito chi ama la montagna vuole fuggire dalla confusione (e noi di confusione ne facciamo parecchia), ma subito alcune battute della famiglia di romani che ci siedono accanto fanno miseramente cadere questo mio sentore. La festa continua, si ordina da bere, da mangiare… solo l’intervento di Bruno, il gestore, ad un certo punto riesce a fermarci.

La giornata però è ancora lunga, siamo abituati a camminare fino a sera e ad arrivare stanchi, mentre oggi abbiamo camminato poco e siamo arrivati presto. Siamo carichi come molle, ma che fare? Buso, che deve ancora sfogare le sue energie pressoché illimitate, si porta sul pendio che affianca il rifugio a comporre con i sassi il suo nome per inserirlo fra i mille altri che riempiono il prato. Noi che non siamo da meno ci organizziamo e andiamo a comporre la scritta “PADOLADA”: una squadra di quattro “portatori” e di due tecnici, coadiuvata da innumerevoli supervisori a distanza, pronti a impartire ordini via radio dal rifugio, realizza in un paio d’ore la scritta di sassi bianchi più bella, grande e visibile che il Berti ricordi. Ora siamo soddisfatti. Possiamo attendere con calma la cena e trascorrere una serata tranquilla all’insegna dello yogurt con i mirtilli.

Quinto giorno – Stamattina siamo cinque in più: dal Rifugio Lunelli sono saliti Fede e l’allegra famigliola Sommariva composta da Stefano, Giusy, Marta e Anna. Fino a domani saranno dei nostri e oggi ci accompagneranno fino al Passo Sentinella che è un’altra storica meta dei campeggiatori di Don Antonio Rosolen. Questa tappa andata-ritorno l’abbiamo spudoratamente copiata dal secondo giorno della Sappadola, ma è talmente bella e i panorami sono talmente suggestivi che non abbiamo potuto assolutamente tralasciarla. Il meteo inoltre ci sorride come e più di sempre: Bruno il gestore sostiene addirittura di non avere ricordo di esser mai uscito dal Berti e aver trovato i 14°C che segnava il termometro stamattina alle 7. In effetti fa caldo, insolitamente caldo e i nostri amici giunti dalla pianura confermano che “giù” il clima è davvero invivibile; penso che siamo proprio dei privilegiati a fare le ferie quassù a 2000m… Dato che stasera faremo ritorno qui, prepariamo lo zaino inserendo solo lo stretto indispensabile e noi “ferratisti” aggiungiamo anche l’imbrago e il caschetto: oggi per noi è in programma anche la Ferrata Zandonella alla Croda Rossa. Si parte.

Il primo segmento di sentiero sale ondulato su di un piccolo promontorio che nasconde il timido Laghetto di Popera, lì al ritorno è assolutamente in programma il bagno di rito, anche perché siamo in attesa di farlo ancora dai Laghi d’Olbe. Poi ecco il lunghissimo ghiaione che porta fino al Passo della Sentinella, lo risaliamo lentamente e con numerose pause; questa volta arrivo su quasi per ultimo, la fretta è il mio ultimo pensiero. Una volta in cima il ricordo torna indietro sino al 2004, ripenso a quando questa compagnia di splendide persone l’avevo vista per la prima volta soltanto il giorno prima: mi sentivo già perfettamente a mio agio… Quante ne son successe da allora, quante storie, quante avventure, quanta vita… All’improvviso una mini-fetta di anguria compare davanti ai miei occhi e mi ridesta di soprassalto. Anguria? Guardo Lella che soddisfatta addenta la sua fettina di succoso frutto rosso… Certo, anguria! L’aveva detto Fede che aveva un’anguria nello zaino, noi ovviamente non gli avevamo minimamente creduto, ma chi poteva immaginare che ne tenesse nascosta una di 15 centimetri di diametro?  La addento di gusto: buona! Piccola sì, ma proprio buona!

La sosta dei padoleri si prolunga molto e ad un certo punto, con Buso, Albe e Giomo salutiamo il resto del plotone per dirigerci alla volta della Zandonella. Giunti rapidamente all’attacco indossiamo gli imbraghi e partiamo. La ferrata ripercorre anch’essa una via che i soldati utilizzavano in guerra, lungo il percorso troviamo una quantità indefinita di tracce lasciate dall’uomo: fili spinati, opere in muratura, scale di legno, tutto lasciato lì, a perenne ricordo di quello che fu. La salita non è impegnativa ma è varia e divertente, arriviamo in cima soddisfatti, ci godiamo il panorama e una tavoletta di cioccolata bianca, poi un nuvolone ci invita a prendere velocemente la via del ritorno sul secondo troncone della ferrata. Ripassiamo per il Laghetto di Popera dove ad aspettarci sono rimasti in pochi. Tra i componenti dello sparuto gruppetto di sostenitori spuntano anche Jan e Nadia. Che bravi, sono riusciti a venire a trovarci anche loro!

Come da programma facciamo il bagno (l’acqua è davvero gelida!) e rientriamo al rifugio dove tutti gli altri stanno già facendo cagnara da un bel po’ ridendo e scherzando con i gestori; spunta addirittura (e chissà da dove) un’altra anguria, questa volta enorme. La serata si conclude alla grande, come al solito del resto, ma stavolta il sentimento che ci accompagna mentre saliamo in camerata è quello della malinconia: già, proprio così, domani si torna a casa.

Sesto giorno – come tutti i sogni anche questo ha una fine, non sono affatto triste però: sono felice di tornare a casa e riprendere tutte le mie attività, sento di avere le batterie nuovamente cariche. Ho voglia di fare! Solo dispiace un po’ lasciarsi alle spalle tutto. Prepariamo gli zainoni (tornati gonfi) fuori dal rifugio, allestiamo una divertente cerimonia di addio con i gestori con cui ormai abbiamo stretto un bellissimo legame e ripartiamo sotto un cielo minaccioso con destinazione Padola. Le previsioni per oggi non sono delle migliori, ma il programma prevede ancora un ultimo tributo al Campeggio: Bivacco Piovan. Non ci arriviamo tutti, molti sono stanchi e ci aspettano sul pianoro del Cadin dei Bagni. Da qui scendiamo tutti per il ripido sentiero 123 fino a ricongiungerci col 164-151 che dal Rif. Lunelli porta fino a Padola. La pioggia poi comincia a ticchettare sulle foglie degli alberi, leggera e incessante. I simpatici ponci colorati che fanno capolino sopra le nostre teste contrastano non poco con l’atmosfera grigia della giornata. Penso tra me e me che, proprio come l’anno scorso, il cielo stia piangendo perché lasciamo le montagne. La mulattiera che a un certo punto prende il posto del sentiero sembra non finire mai. Don Angelo ci avrebbe dovuto aspettare al Laghetto di Campo per la S.ta Messa, ma il nostro consueto ritardo sulla tabella di marcia e le condizioni meteo avverse ci fanno optare per rinviare tutto alla chiesa di Padola.

La strada si allarga sempre di più, diventa asfaltata. Ai lati ecco comparire le prime case e, in fondo, Padola. Quando arriviamo nella piazza centrale del paese smette improvvisamente di piovere e in cinque minuti spunta un sole inaspettato che riscalda l’anima e il cuore. Siamo in forte ritardo e il Don, che ha inderogabili impegni successivi, deve ridurre la messa ad un momento di preghiera e riflessione. Dice proprio delle belle cose su Don Antonio, sul campeggio e sulle montagne. Poi ci saluta e ci lascia alle prese con i pasticcini che i genitori di Albe hanno portato fin qui per il suo compleanno. Proprio Albe è il primo a salutarci, torna a casa in auto mentre noi saliamo in corriera. Mi dispiace un po’ che ci abbandoni prima, avrei preferito piuttosto salutarlo a Vittorio, assieme a tutti gli altri: in effetti vorrei utopicamente rimandare a più tardi possibile il momento della conclusione e mi piacerebbe proprio che ci potessero essere tutti. La corriera ci lascia a Calalzo dove dobbiamo aspettare per due ore il treno. Robi è nervoso, non è abituato a “far niente”, gli sembra improduttivo, d’altra parte è un vulcano sempre in movimento tra iniziative, animazioni, attività, è veramente un leader straordinario, ma non riesce proprio a prendersi una pausa da tutto. Non è nel suo DNA, c’è poco da fare. Io invece mi gusto il momento: utilizzo queste due ore per ridere e scherzare con gli altri ma anche per riflettere.

Il piccolo convoglio alla fine arriva, si va. Il trenino a gasolio percorre stancamente le valli sotto una nuova pioggia e ci riconsegna alla pianura. Il “carrozzone” scarica buona parte dei suoi artisti a Vittorio e lascia Bubu, Sherman e Buso a proseguire ancora per un po’. L’anno prima eravamo in quattro a scendere a Conegliano ed è proprio Denis, “l’assente” di questa edizione, a passarci a prendere in stazione. Dopo Sappadola, Zoppada, Cuoralba, Monvisontour e Slavazzuoi, anche Padolada è giunta al termine, rinascerà l’anno prossimo, con un nuovo itinerario, con nuove aspettative, con nuove idee e nuovo entusiasmo, ma soprattutto con un nuovo nome. Perché ogni avventura è diversa dall’altra così come in fondo lo è anche ogni sorriso di un gruppo di amici che amano la montagna.

Bubu (Luca) Padolero

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
“L’arrivo a un rifugio di alta montagna è una delle più dolci emozioni della vita alpina; la visita delle esili pareti in mezzo alla durezza delle rupi, ispira un senso infinito di pace e sicurezza; s’acquieta l’ansia della salita ed è sospesa l’inquietudine del giorno a venire; il nostro cuore si apre alla tenerezza come quando, dopo un lungo viaggio, poniamo il piede sulla soglia sicura della nostra casa, e l’anima si colma di gratitudine per chi ha conosciuto il rifugio”.

Con queste parole Guido Rey esprimeva, nel secolo scorso, con tinte quasi di poesia, gli stessi sentimenti che si provano quando, dopo una giornata di trekking, si arriva al rifugio.
Il rifugio comunque, non deve essere il punto di arrivo, il fine di un’escursione, ma semmai una base logistica per andare in natura.

In Italia i rifugi sono circa un migliaio, per la maggior parte di proprietà del Club Alpino Italiano. Il record d’altitudine spetta con 4554 metri alla contestatissima “Capanna Margherita”, sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa, e il minimo è raggiunto dallo “Stromboli”, un rifugio che si trova a livello del mare. Ma al di là dell’altezza a cui sono stati costruiti, i rifugi hanno tutti per lo meno due cose in comune. La prima è che si trovano quasi sempre in località splendide, in mezzo a pascoli o foreste, ai margini di ghiacciai o laghi, aggrappati alla roccia e davanti a panorami mozzafiato. Altro elemento in comune a quasi tutti i rifugi è il fatto di avere un custode – gestore.

Sulle Alpi, la maggior parte dei custodi sono guide alpine che sono pertanto in grado, oltre che di accompagnare, anche di consigliare itinerari e di illustrare nel modo migliore tutte le caratteristiche più importanti e le peculiarità del luogo.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo

Premessa:

Ai regni vegetale e animale sono legati i momenti più emozionanti e significativi durante un trekking. Camminando in montagna o in collina, sulle rive del mare o di un fiume, si ha la possibilità di incontrare e osservare gli animali, di studiarne i comportamenti e di fotografarli: i camosci che si rincorrono all”impazzata sulla neve, le carpe che risalgono a pelo d’acqua la corrente in cerca di cibo, gli scoiattoli che saltano da un albero all’altro. E perché non sperare di vedere anche il lupo appenninico, che porta l’ingiusta fama di eterno cattivo nonostante siano decisamente più pericolosi, aggressivi e molto numerosi i cani inselvatichiti? Oppure si può avere la fortuna di assistere ad una lezione di caccia impartita da mamma aquila ad un piccolo, di udire il latrato selvaggio del capriolo, che è la voce stessa delle foreste prealpine, o il fischio della curiosa marmotta che fa vedetta. A parte i cani inselvatichiti, gli insetti fastidiosi come le zanzare e i tafani, difficilmente in Italia gli animali possono creare problemi, compresi quelli ritenuti “pericolosi”: quei pochi orsi, quei pochi lupi, quelle poche aquile chiedono soltanto di poter sopravvivere. E neppure la vipera va vista come un onnipresente pericolo mortale delle nostre campagne e dei nostri monti: se è vero che bisogna avere delle precauzioni e delle regole da seguire, è anche vero che ci sono da smitizzare tante leggende e tante falsità inventate intorno a questo rettile. Le vipere mordono l’uomo soltanto se calpestate o impaurite. Siano piccoli o grandi, forti o deboli, attraenti o impressionanti, gli animali hanno tutti il diritto inalienabile alla vita. Sono infatti gli abitanti di un habitat che è indispensabile rispettare e proteggere.

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Tracce:

Una delle attività più significative che un escursionista può svolgere, è quella di individuare le tracce degli animali lungo il cammino, di incontrarli e di fotografarli. A questi tre momenti sono legati aspetti molto emozionanti di un trekking. Ogni ambiente infatti è caratterizzato da presenze animali invisibili o quanto meno nascoste ai nostri occhi. Il territorio sembra così disabitato, ed invece, se si è capaci di osservare i segni sul terreno si scoprono le tante presenze che rendono vivi boschi, campi, radure. Frutti “forati” e in parte mangiati, mucchi di foglie, batuffoli di lana impigliati sui fili delle recinzioni, le impronte dei camosci e degli altri ungulati, le tracce ben evidenti dei cinghiali, i rumori delle ghiande che gli scoiattoli lasciano cadere. In questo modo il trekker prenderà coscienza di non essere solo, e sarà un’esperienza entusiasmante sapere individuare gli animali selvatici che gli stanno attorno analizzandone le tracce lasciate sul terreno; e poi, magari, attendere con pazienza l’uscita di uno di questi abitanti e immortalarlo con una fotografia. Anche questa, naturalmente, è un’arte da imparare per gradi. Ci sono manuali che insegnano ad individuare gli animali nel loro ambiente naturale senza disturbarli e infastidirli, nel pieno rispetto delle loro abitudini.

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Classificare le Tracce:

Le impronte degli animali consentono di accertare la presenza e il passaggio delle diverse specie in una determinata zona; la stessa importanza possono avere anche peli, piume, avanzi di pasto, escrementi, nidi, tane e così via. Lo studio delle impronte e delle tracce consente ai naturalisti di raccogliere molti dati (abitudini alimentari, dimensioni, peso), tracciando una sorta di “mappa” relativa agli abitanti di un territorio. La successione delle impronte, la profondità e la loro disposizione permettono inoltre di stabilire in che modo procedeva l’animale di corsa, al passo, al trotto, ecc. Le impronte più nitide si trovano naturalmente sulla neve, nel fango, nei pressi delle zone umide e, talvolta, anche nell’erba fresca. Le più comuni sono quelle lasciate dalla lepre, dalla volpe, dalla donnola, dal cinghiale, dal capriolo, animali diffusi sulle nostre montagne, sia Alpi che Appennini. Per cominciare a riconoscere le tracce degli animali, si può partire dal giardino di casa, o dal parco cittadino. Per riportare le tracce (oltre a buone fotografie, cosa non sempre facile) occorre munirsi di qualche foglio di plastica trasparente (acetato) e di un pennarello per vetrografia. Individuata l’impronta, non si dovrà fare altro che ricalcarla. Con un rotolo di questa plastica, si potrà anche seguire la successione dei passi per tentare una valutazione ancora più particolareggiata. Importante è scrivere sempre i “dati di stazione”: il luogo, la data, l’ora del ritrovamento. Lepri, ricci, scoiattoli, marmotte, cinghiali, tassi, istrici, volpi, daini, cervi, caprioli, saranno molto più vicini a noi in tutte le loro abitudini e nei loro comportamenti e modi di vita.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Trekking, letteralmente, significa “camminare lungo le orme lasciate dai carri trainati dai buoi” ed è una parola che deriva dal boero, la lingua degli antichi coloni olandesi del Sud Africa. Trekking è oggi diventato sinonimo di “camminare”, percorrendo sentieri, mulattiere, itinerari più o meno lunghi che si snodano in mezzo alla natura, facendo tappa in rifugi, bivacchi o centri abitati.
Non si tratta però di un camminare fine a se stesso, o di una “impresa ai limiti della sopravvivenza”, o di una disciplina sportiva che si prefigge un traguardo; trekking è prima di tutto conoscenza attenza del territorio che si attraversa, è cultura ed e ricerca.
Il Trekking è un’attività alla portata di tutti, in quanto si possono scegliere anche bellissimi itinerari che non presentano alcuna difficoltà, adatti anche ai principianti o alle persone che hanno problemi ad affrontare forti dislivelli. Inoltre si può praticare in ogni periodo dell’anno: ogni territorio ha la propria “stagione ideale”, durante la quale si possono apprezzare nel modo migliore le peculiarità paesaggistiche e le caratteristiche più significative.
Trekking può significare scoperta di luoghi e civiltà lontane e affascinanti, ma anche “riscoperta” di tante zone vicine e ricche di interessi ambientali e culturali, che camminando di potranno comprendere e valorizzare pienamente. Infatti viaggiando a misura d’uomo – a piedi, in bicicletta, a cavallo, con gli sci – si ha la possibilità di arrivare in tante località anche dietro “l’angolo di casa”, per venire così a contatto non solo con la natura, ma anche con l’uomo, la sua storia, il suo lavoro, la sua vita quotidiana. Trekking è camminare per conoscere e vivere e leggere l’Ambiente intorno a noi, imparando a rispettarlo, a vivere in armonia con esso, lavorando quindi anche per far crescere una mentalità nuova, che porti ad un maggiore equilibrio tra l’Uomo e la Natura.

(fonte: internet)

domenica 07 ottobre 2007 | Autore: Massimo
Camminare in mezzo alla Natura rappresenta una delle esperienze più spontanee e al tempo stesso più straordinarie per un escursionista.
Scoprire alberi, fiori, arbusti di ogni genere diventa una ricerca affascinante che può condurre a conoscere le diverse specie, a distinguere i frutti nelle diverse stagioni dell’anno, ma soprattutto a provare un senso di sempre maggior emozione ed entusiasmo di fronte alle meraviglie che la Natura opera.

Imparare a camminare ad occhi aperti, osservando l’Ambiente che ci circonda significa accrescere la propria confidenza con la natura, imparare a conoscere questo mondo ricchissimo, ad amarlo e soprattutto a rispettarlo e a vivere in esso con equilibrio e armonia. I boschi sono vere e proprie centrali energetiche biologiche. Le foglie degli alberi intercettano la luce del sole e la utilizzano come fonte di energia per vivere e crescere: in tal modo ogni anno vengono prodotti enormi quantità di legno, foglie, fiori, frutta, semi, che costituiscono a loro volta il nutrimento per milioni di animali.
In un anno un ettaro di bosco (10.000 metri quadrati) può liberare nell’aria 20 tonnellate d’ossigeno e fissarne 10 di carbone dall’anidride carbonica dell’atmosfera. Lo stesso bosco, sempre annualmente, può assorbire e neutralizzare anidride solforosa, protossido di azoto, aldeide, benzopirene ed altri gas e vapori tossici e filtrare polveri e pulviscoli velenosi. Una corrente d’aria inquinata dalla presenza di un elevato tasso di anidride solforosa sarebbe completamente depurato se potesse attraversare un solo ettaro di bosco. Un albero secolare, in una giornata di sole, può liberare sono forma di vapore traspirato, circa 600 litri d’acqua, assorbita dal terreno; un albero, durante un’estate, traspira circa 10.000 litri d’acqua, mentre un ettaro di bosco ne cede all’aria 3.500.000, restituendo all’atmosfera il 60/70% dell’acqua meteorica che, senza alberi, non verrebbe più ridata agli strati d’aria sovrastanti.
In 100 metri di foresta possono vivere in stato ottimale, senza creare squilibri ambientali, 10 caprioli, 4 cervi. 2 cinghiali, milioni di piccoli mammiferi, miliardi di microorganismi.

Fare Trekking significa così imparare a “parlare” con la natura e a comprenderne il linguaggio. Riuscire a camminare soffermandosi nei pressi di un albero, ascoltando il vento muoversi fra le foglie, guardando nella corteccia i buchi scavati dagli animali, significa attraversare l’ambiente con consapevolezza e attenzione, ed anche arricchire il proprio spirito, riposare la mente e sapersi armonizzare con i ritmi della Natura.

Il Trekking è quindi camminare con intelligenza, è un’esperienza culturalmente affascinante.

(fonte: internet)